mercoledì 8 aprile 2009

E' salva, nonna, è contenta?


Striscia la notizia è una trasmissione utile. Oggi per esempio si segnala per due servizi molto interessanti.
Nel primo, la garrula presentatrice (mi rifiuto di definirla giornalista) del TG1 sciorina una serie di dati Auditel relativi alle trasmissioni sul terremoto, dimostrando a tutto il pubblico che la RAI ha vinto le sfide con Mediaset sulle cronache della disgrazia: neanche stesse paragonando l'Isola dei Famosi con il Grande Fratello.
Nel secondo, definito da Ficarra & Picone "Il Premio Pulitzer dell'anno", un altro geniale personaggio si accosta ad una nonnina rintronata appena estratta da tonnellate di macerie e, con un tempismo degno di milgior causa, battendo sprobabilmente ul campo il collega di una testata concorrente, le piazza il telefono sotto al naso, le picchia un'allegra manata sulla spalla e tutto gioviale le fa: "Contenta, nonna? Ce l'ha fatta!"

Ora, vorrei aggiungere un commento ma, per quanto mi sforzi, non ci riesco.
Una cosa, però, la voglio fare: ringrazio i giornalisti italiani. Uno come me, perennemente in cerca del peggio che un essere umano riesce a dare in situazioni estreme, con questa categoria professionale non torna mai a mani vuote (celeberrime le frasi tipo: "Se la sente di perdonare gli assassini di suo figlio?")

sabato 4 aprile 2009

Uomini e donne


Tranquilli, per una volta non voglio parlare di Maria De Filippi.
Da qualche tempo ho scoperto con gioia di avere la sorella che mancava nella mia vita: è Chiara, con cui mi dilettavo ieri in sala operatoria. Per chi non la conoscesse, è una persona piacevole di amena conversazione.
Chiacchierando del più e del meno - con il valido contributo di Marina al tavolo ferri - la mia sorellina, dopo aver manifestato l'idea di capirsi meglio con le donne, si chiedeva cosa mai cerchino gli uomini in una donna.
Le ho dato la risposta più prevedibile - la stessa che in fondo si aspettava anche lei (Chiara ha un'intelligenza fuori dal comune) - che è anche quella stampata su una simpaticissima t-shirt che avevo comperato qualche anno fa:

Come far felice un uomo?
  1. dargliela
  2. non rompere i coglioni
La mia risposta non l'ha soddisfatta più che tanto, ma se ne farà una ragione perché è intelligente e perché sa che, dopotutto, ho ragione io. Non arriverò a giustificare l'ascoltatrice di Melog su Radio24 che, ad un esterrefatto Gianluca Nicoletti, sosteneva come trent'anni fa che gli uomini pensano solo al sesso e le donne solo al sentimento; solite robe femministe, certo, ma qualcosa di vero c'è.
Ma ora basta con i luoghi comuni! In fin dei conti, uomini e donne sono uguali se consideriamo che nell'immortale "Amici miei" - vero punto di riferimento per quelli della mia generazione - l'architetto Rambaldo Melandri, magistralmente interpretato da Gastone Moschin, felice di stare con gli amici di tutta la vita, auspicava un mondo sentimentale senza le complicazioni generate dal gentil sesso, esprimendo delicatamente il pensiero con parole sue ("Ma non si potrebbe essere tutti quanti finocchi?")

giovedì 2 aprile 2009

Mentre salivo su un bus


Dopo tanto tempo che non prendevo più un mezzo pubblico, l'altro giorno sono stato costretto a prenderne uno - nella fattispecie un autobus - e così ho potuto osservare un po' di quell'umanità che mi colpisce sempre quando riesco a fotografarla al suo peggio.
Mentre aspettavo l'autobus, che peraltro era rigorosamente in ritardo, mi sono guardato un po' in giro, ammirando qualcuno di quei ragazzi che, per l'abbigliamento e i modi, si davano a conoscere per individui della specie dei tamarri, o zarri (parafrasando il buon vecchio Manzoni), come li chiamavamo ai miei tempi. Jeans a vita talmente bassa da permettere ai giovanotti di camminare sui loro stessi testicoli; piercing da tutte le parti; Marlboro perennemente in bocca; e, ovviamente, salivazione ininterrotta.
Quest'ultimo aspetto è particolarmente interessante: sembrerebbe infatti che i giovani di oggi, sin dalle scuole dell'obbligo, soffrano di atresia esofagea, una malattia molto grave congenita che ostruisce l'esofago e impedisce l'ingestione. Solo così, infatti, si spiega la salivazione esuberante che induce i giovani, quasi esclusivamente di sesso maschile, a produrre sputi salivosi in ragione di 1 ogni 5 secondi, in sostanza ben più di un lama o di un cobra sputatore, o addirittura a lasciar colare la saliva dalla bocca aperta direttamente sul marciapiede. Tale infatti era l'atteggiamento salivatorio del giovane che ha catturato la mia attenzione sino quasi ad ipnotizzarmi, con il ritmo quasi metronomico che aveva dato alla sua attività che gli aveva permesso di creare una piccola pozza viscida ai suoi piedi.
Non so che messaggio volesse lanciare alla comunità umana intorno a lui.
Marcare il territorio? Forse avrebbe potuto farlo con la propria urina, come facevano gli uomini di sesso maschile davanti allo Strip-Tease di fronte alla casa di via Padova ove abitavo, allorquando uscivano le protagoniste dello spettacolo, quale manifestazione testosteronica ancestrale.
Mandare segnali sessuali a due o tre pulzelle poco oltre? Si sa che il maggior problema della nostra epoca è l'incomunicabilità - Paolo Giordano ci ha fatto un libro, "La solitudine dei numeri primi", recensito da questo blog - per cui il ragazzo, che sfruttava il cellulare come un iPod, nell'evidente impossibilità di fare due cose contemporaneamente, ha preferito segnalare la propria disponibilità all'accoppiamento mediante la salivazione.
Devo dire che delle due ipotesi mi sembra più pertinente la prima, perché tutti stavano ben lontani da lui - forse anche per l'odore un po' selvatico che promanava dai suoi piedi - mentre le piccole donne per contro hanno continuato a farsi trionfalmente i cazzi loro, senza degnare di uno sguardo il potenziale stallone.

Questo, se vogliamo, era un caso un po' limite, ma sono veramente colpito dal numero di sputi che riesce a produrre un giovane medio nell'arco di un minuto. Sospetto che ci sia sotto anche un esercizio non indifferente, ma non ne sono certo per cui non vorrei esagerare.
La notizia che, come chirurgo, posso dare a questi giovani, è addirittura trionfale: se i vostri genitori non vi hanno curato l'atresia esofagea quando eravate piccoli, sappiate che non è troppo tardi e si può risolvere ancora con un intervento chirurgico che, seppure impegnativo, può dare discrete soddisfazioni! Attendo prenotazioni

domenica 29 marzo 2009

Gran Torino

Era - se non ricordo male - la macchina di Starsky & Hutch (quelli veri, Paul Michael Glaser e David Soul, non le patetiche imitazioni di oltre vent'anni dopo).
Evidentemente, per il cinema più che una macchina è un simbolo: lo è anche per l'immenso Clint Eastwood nel suo ultimo film da protagonista, almeno a stare a quello che dice lui (e non so quanto ci sia da credergli).
Una Ford Gran Torino del 1972 giace nel box di Walt Kowalski, reduce della guerra di Corea e pensionato della Ford, fresco vedovo con problemi di comunicazione con figli e nipoti che non capisce e con qualcosa più dell'idea di una morte imminente (ha probabilmente un tumore ai polmoni che sta cercando di negare principalmente a se stesso). Walt vive in un quartiere ormai occupato da asiatici di etnia Hmong: è l'ultimo bianco rimasto a presidiare la propria villetta come un fortino; ma è il vicino peggiore che si possa immaginare in un contesto del genere, perché oltre a essere scontroso e aggressivo, è pure un acceso reazionario ipernazionalista xenofobo. Ci penseranno due ragazzi di una famiglia Hmong vicina a casa sua a fargli cambiare idea, in un vortice emozionale che non racconto per non togliere alle centinaia di lettori di questo blog il desiderio di passarsi due belle ore alle prese con uno di quei film che riconciliano con il cinema.

Film splendido, infatti, spietato ed epico, che ripercorre alcune delle tematiche del vecchio Eastwood giustiziere, e altre più tipiche dell'Eastwood vecchio: fra queste ultime, la paura della morte, la difficoltà nei rapporti con i figli, la solitudine della vecchiaia e il rapporto con i giovani, il superamento dell'incomunicabilità dei pregiudizi, persino il modo più che sospettoso di rapportarsi alla religione (ma, come in Million dollar baby, c'è sempre un prete intelligente che sa farsi strada nel cuore arido del vecchio disilluso).
Forse questo film non arriva alle vette immense di Million dollar baby - manca ovviamente anche l'apporto di Hillary Swank e Morgan Freeman, comunque i due ragazzi che fanno ala al vecchio cowboy sono veramente grintosi - ma si respira un'epopea da Vecchia America, qualcosa che sta finendo sotto la spinta della globalizzazione e di cui il reazionario Eastwood sembra sentire la mancanza. Glielo perdoniamo? In fondo sì: questo film riesce a commuovere per il sorriso disincantato con cui il vecchio e roccioso Clint, dalle mille rughe e dai muscoli d'acciaio, si spoglia dei suoi pregiudizi per diventare il paladino di una famiglia oppressa. E quando spiana la '45 sotto il naso dei balordi arroganti, o quando demolisce a calci un altro vigliacco buono solo a stuprare le ragazzine, noi facciamo ancora il tifo per questo vecchio yankee incartapecorito senza filtro, che fuma mille sigarette e sputa per terra, con gli ultimi pezzi dei suoi polmoni, anche il disprezzo per tutte le ingiustizie

giovedì 26 marzo 2009

Volenti o nolenti


Oggi vorrei citare questo articolo dal sito di “Repubblica” (www.repubblica.it) di oggi:
“Non basta essere ubriachi al volante ed aver falciato due persone sul marciapiede per meritare una condanna per omicidio volontario. La Cassazione si oppone di fatto alla linea dura delle procure contro i pirati della strada e conferma una sentenza dei giudici di Salerno che trasformarono in omicidio colposo il reato contestato ad un automobilista ubriaco responsabile della morte di un passante. Le "bravate" dei giovani al volante, spiegano i giudici della suprema corte, sono spacconate, certamente meritevoli di condanna se producono vittime, ma non sono omicidi volontari. Cos’era successo? Era il luglio 2008; i pm salernitani arrestarono per omicidio volontario un giovane romeno che, in pieno centro di Salerno, finì sul marciapiede schiacciando contro la vetrina di un negozio una studentessa di giurisprudenza - Veronica Siniscalco, 28 anni - e il suo fidanzato di 34, Salvatore Alfano. Lui morì sul colpo, lei fu portata in ospedale e operata la cervello. Sull'auto, una vecchia Bmw acquistata appena quindici giorni prima, erano in tre, un muratore di 23 anni al volante, un ragazzo di 17 anni e un loro connazionale. Qualcuno dice che stavano inseguendo uno scooter, hanno perso il controllo della macchina e sono finiti contro il negozio lungo via dei Principati, nel centro della città. La gente voleva linciarli. Al test alcolimetrico l'automobilista risultò positivo. Fu arrestato per omicidio volontario, ma il giudice per le indagini preliminari mutò l'accusa nel meno grave omicidio colposo, ritendo che uccidere un passante da ubriachi non è più grave che investirlo per una distrazione. Interpretazione che indusse la procura a presentare ricorso in Cassazione. I giudici della quarta sezione penale non hanno però condiviso la linea dura dei giudici requirenti e in controtendenza rispetto all'indirizzo recentemente assunto dagli uffici giudiziari, ha ridotto la pena sottolineando gli aspetti "sociologici" del comportamento dell'automobilista. A loro parere, la condotta imprudente dell'automobilista è stata indotta dalla giovane età del conducente e dalla disponibilità di un veicolo di grossa cilindrata. Inoltre, agli occhi degli amici, il giovane doveva dimostrare "la padronanza dell'auto e della strada". Insomma, secondo la Cassazione, il ragazzo "non voleva l'evento": è stato vittima delle circostanze. E sullo stato di ubriachezza, i giudici della Cassazione scrivono infine che è l'alcol che "genera il senso di onnipotenza e può convincere un giovane ad essere invulnerabile". Insomma, anche se ubriacarsi e mettersi alla guida è una scelta, le conseguenze che ne derivano sono involontarie”

Questo è quanto.
Giusto o sbagliato che sia, poco conta: così parla la Legge e bisogna adattarsi. Trovo particolarmente suggestiva l’idea che la “giovane età” e la “disponibilità di un veicolo di grossa cilindrata” siano viste come logiche circostanze attenuanti; ma bisogna farsene una ragione. Per non parlare della presenza in macchina degli amici, davanti ai quali il pilota era moralmente costretto a fare bella figura (suppongo che questo includa anche la solita fuga di fronte ai feriti: hai visto mai che la ragazza o gli amici pensino che ti sia rammollito a prestare soccorso alle vittime appena investite!).
Infine, l’idea più suggestiva: è l’alcol a generare il senso di onnipotenza. Quindi è una scusante, un’attenuante, una liberatoria.

Adesso lasciamo per un attimo stare l’idea dell’automobilista ubriaco (e spesso anche tossico, ma non voglio aggiungere troppi bias al ragionamento) e consideriamo l’idea di una pistola carica. Da sola non fa niente, ma se qualcuno l’impugna di danni ne può fare, eccome.
Ora, immaginiamo che questo qualcuno sia “di giovane età”, magari in compagnia di alcuni amici o “colleghi di lavoro” davanti ai quali è “moralmente costretto a fare bella figura”. Aggiungiamoci l’idea che la pistola – magari d’ordinanza – sia di grosso calibro e ricordi da matti quella dell’Ispettore Callaghan che ancora esalta molti giovani. Quale potrebbe essere, usando una pistola, il corrispettivo di andare a 120 all’ora ubriaco perso, di tirare sotto due ragazzi e di scappare via dalle proprie responsabilità togliendo ad un ferito grave anche l’ipotetica possibilità di farcela con un soccorso tempestivo? Per esempio impugnare la suddetta pistola e sparare in direzione di un gruppo di tifosi che si stanno prendendo a pugni in un’area di servizio. Uno Spaccarotella qualunque, insomma: uno per la cui incriminazione per omicidio volontario nessuno trova da eccepire.
Si può onestamente affermare che ci sia stata maggior volontarietà in questo caso che in quello dell’automobilista ubriaco che va come un pazzo per fare il figo con gli amici, tira sotto due ragazzi innocenti e scappa via?
Secondo me, no.
C’è una responsabilità grave, pesante e inequivocabile in chi “impugna” l’automezzo come un’arma, sapendo già di principio che non avrà sufficiente padronanza dei propri riflessi: e non è diversa dalla responsabilità di chi spara in mezzo alla folla. E la responsabilità è ancora maggiore se, una volta commesso l’atto, il responsabile fugge e, di fatto, nega alla vittima anche la residua chance di salvarsi la vita. Scaricare de iure il peso delle responsabilità di chi usa l’automobile come un’arma, cercando giustificazioni sociologiche, è un atteggiamento incomprensibile: l’automobile è stata usata come un’arma – lo ripeto – da uno che consapevolmente si è messo in condizioni di non essere completamente padrone si se stesso, quindi pericoloso per se stesso e per gli altri. Non completamente compos sui, dicevo, ma almeno parzialmente sì: quanto basta, cioè, per scappare vigliaccamente, ed è questo l’aspetto più odioso di questa vicenda e quello che dovrebbe essere represso con maggior decisione.
Un soccorso rapido, tempestivo può essere l’unica chance di salvare la vita.
Negarlo ad una vittima per fuggire dalla responsabilità è una manifestazione di consapevolezza criminale che non può essere giustificata: questo è omicidio volontario, tanto quanto quello di Spaccarotella

martedì 24 marzo 2009

La Golia del Prof. Minari


Appassionato come sono delle varie manifestazioni in cui l'essere umano dà il peggio di sé, è ovvio che segua con discreto interesse il gran finale di quella kermesse che è "Amici" di Maria De Filippi. Non tanto per la trasmissione in sé - peraltro astuta e ben fatta quanto a quello che si prefigge - quanto per le ripercussioni che detta trasmissione ha sul quotidiano. Infatti, al di là della banale constatazione che il vincitore dell'anno scorso - il piccolo putto di Cagliari Marco Carta - è anche colui che ha vinto il Festival di Sanremo di quest'anno, c'è da rilevare che il taglio della trasmissione permette di cogliere un interessante spaccato di come la gioventù odierna si rapporterebbe agli adulti, specie se detti adulti si pongono nel ruolo di insegnanti. E qui è necessario mettere qualche piccolo distinguo.

La settimana scorsa, in uno sprazzo di lucidità (di solito mi addormento sul divano dopo ben 10 minuti di trasmissione) ho colto un'interessante querelle fra il personaggio più odioso di quest'anno - tale Valerio, dai boccoloni neri, aspirante cantante, anch'egli sardo - e una delle docenti, di nome Grazia Di Michele, di professione cantante, da lui apostrofata come "buffona". Ora, anziché tirargli un calcio nel culo e fargli fare un volo plastico fuori dalla trasmissione, ci si sono messi tutti a sollevare una serie di distinguo mentre il ragazzotto - novello Franti - continuava ad esibire la faccia da schiaffi che tanto manda in visibilio le ragazzine. Tutti tranne uno(a), ad onor del vero: Mauro Coruzzi, in arte Platinette, regina della Drag Queen italiane, dotato(a) di moltà più dignità rispetto alle mezze figure che popolano queste trasmissioni.
Comincio ad essere sufficientemente vecchio da guardare con un po' di irritazione questi ragazzini che mancano di rispetto agli adulti; ed è facile per me fare il paragone con gli studenti di medicina, che arrivano al briefing mattutino con tutta la calma dell'universo (ne ho cuccati un paio che si dicevano "Tanto per un quarto d'ora di ritardo non muore nessuno") e che danno del tu ai vecchi, cosa che io - ai tempi - mai e poi mai mi sarei permesso, tanto più ad un Aiuto, figura pressoché inavvicinabile. Ti danno del tu, dicevo: in compenso non sanno una fava, ed è facile fargli abbassare le orecchie sottoponendoli ad un fuoco di fila di domande di anatomia e fisiologia che danno al piccolo arrogante di turno l'esatta misura dei quintali di merda che dovrà ingoiare prima di potersi ancora lontanamente rapportare al proprio interlocutore. Il vecchio capitano Billa, della Caserma "Cesare Battisti" di Trento, avrebbe detto: "Missile banfante! Sei qui da ieri con decorrenza domani e hai anche il coraggio di parlare?".

Ma chi mi piace maggiormente ricordare in questo momento è il Prof Paolo Minari, insegnante di Educazione Fisica alla fine degli Anni Settanta al Liceo Ginnasio Carducci di Milano. Me lo ha fatto tornare in mente il sito www.carducciani.org che presenta, fra le altre cose, un ricordo di questo straordinario educatore: il miglior preparatore atletico che abbia mai conosciuto, e faceva lezione in giacca e cravatta! Ve lo posto preciso:

"Quarta ginnasio. Prime lezioni. Il professore di ginnastica è ancora per me un emerito sconosciuto.

Per creare una sana competizione il professore propone una gara a cronometro sul più veloce alla pertica.
"Primo premio .... UNA GOLIA" che tira fuori dalla tasca e alza come il prete con l'ostia.

Evidentemente mi scappa un sorriso perchè lui mi si avvicina, fissa i suoi occhi nei miei a distanza di dieci centimetri e mi sibila: "Quando tu vincerai una mia Golia potrai dire di essere un uomo, non prima!".
Abbasso gli occhi, tento di vincere quella golia ma non ci riesco.
Ne vinsi solo una in cinque anni, mi sembra in seconda liceo.

Altro episodio: nello spoglatoio, dopo una lezione faticosa in primavera inoltrata. L'aria è resa olfattivamente "pesante" dai sudori sportivi. Il prof, si mette a girare per lo spogliatoio spruzzando uno spray dedodorante gridando "Lavatevi al mattino, anche dove il prete dice di non toccarvi!".
Era fatto così!

Altro piccolo flash:
Quando individuava un "bullo" in una classe, lo ridimensionava agli occhi della intera classe proponendo ai ragazzi una gara con il "bastone di Jeagher": si trattava di tenere a braccia tese avanti al petto una sbarra di ferro del peso di pochi etti; all'inizio pesava oggettivamente solo qualche etto ma via via .... il peso diveniva insopportabile per una nota legge della fisica.
Il "bullo" ricorrentemente perdeva, spesso di fronte ad un ragazzo mite ma di carattere (quello vero).

Erano i suoi metodi, che venivano dal buon senso e da un grande amore per i suoi ragazzi.

Gabriele Montella, maturità 1966, sezione A"

Personalmente non mi ricordo di aver vinto una Golia, ma un pezzetto di quello che sono lo devo anch'io a quel personaggio che, ci fosse ancora nelle nostre scuole, avrebbe fatto strame di questi bambolotti arroganti ed ignoranti. "Amici" di Maria De Filippi non è sicuramente un modello di istituzione scolastica, ma riconosco nei suoi frequentatori molti degli studenti con cui mi confronto io e cui mai e poi darei la Golia del Prof. Minari.
Avete così da correre, ragazzi...

lunedì 16 marzo 2009

Il Prodino


C'è chi ricorda, e non senza ragione, che Romano Prodi ha sconfitto Berlusconi due volte su due che ha partecipato alle tornate elettorali. E' anche vero, però che nessuno dei due governi che ha presieduto ha avuto vita lunga, e questo nonostante (o forse proprio per questo) avesse alle spalle una coalizione che esprimeva tutto l'arco della Sinistra.
Infatti: la prima volta l'ha freddato il suo compagno di squadra D'Alema, ansioso di mettersi a capo del governo senza il voto del popolo; la seconda volta ci hanno pensato prima il rifondarolo Turigliatto e poi l'ex-DC Clemente Mastella da Ceppaloni, anch'essi entrambi della stessa squadra, a dimostrazione che chiamare prima Ulivo, poi Unione un'alleanza governativa del genere, era stata una singolare dimostrazione di ottimismo.

E' alla luce di quanto sopra che sembra piuttosto strana la proposta che il redivivo Prodi, che per l'occasione abbandona momentaneamente i suoi impegni di nonno, sente il bisogno di dare all'erede Franceshini: di abbandonare i propositi veltroniani di correre da solo e di rispolverare l'Unione (o Ulivo che dir si voglia) perché uniti si vince.
Ma uniti a chi, benedetto?
A chi te l'ha già rinvangato in quel famoso posto?
A chi è stato depennato dal Parlamento a titolo di ringraziamento da parte dell'elettorato che ha capito benissimo da che parte stava la colpa?
E poi, anche ammesso che si riesca a vincere unendosi nuovamente a Mastella e sinistri vari, non è che il cimento finisca lì: bisogna governare. Che si fa, si lascia da parte Ferrero e i ceppalones per appoggiarsi nuovamente ai pannoloni dei senatori a vita?
Santa pace, ma non gliel'hanno detto che le riedizioni di programmi fallimentari sono destinate a fallire nuovamente? Non l'ha già vissuto a sufficienza sulla propria pelle?
Va bene levarsi dalle palle Berlusconi, ma non si può pensare a soluzioni meno fallimentari?
L'ultima cosa di cui sentiamo la necessità, è del prodino riscaldato