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domenica 21 febbraio 2010

Putrefazione


I fischi al patetico triolescano caratterizzato dalla presenza dell'indomito eroe di "Gelato al cioccolato" e del principe senza corona e senza terra.
Una presentatrice che passa la metà del suo tempo ad implorare un applauso per le battute pietose che elargisce nell'altra metà.
Il pubblico che fischia indignato per le scelte dell'organizzazione sanremese, spacciate per "voto della giuria popolare", a meno che per "giuria popolare" non s'intendano le ragazzine in fregola.
I foruncoli purulenti del laido vincitore che, con la sua faccetta da schiaffi e la sua vocetta mielosa, ha confermato tutta la prevedibilità di un evento stereotipato e sorprendente solo nelle dichiarazioni della sua conduttrice.
La lingua guizzante nella bocca sdentata di un anchorman che ha pensato bene di festeggiare il suo ritorno in RAI trasformando la finale di un concorso canoro nell'ennesimo "Ah nel comun tripudio sallo Iddio quanti infelici soffron!..." (G. Verdi, "La traviata", Atto III) e ritagliandosi un siparietto di un buonismo insopportabile.
La presenza ossessiva e compulsiva dei talent - quelli della moglie del tipo dalla lingua guizzante, ma non solo - come serbatoi di vocette plastificate che cantano canzoncine talmente pietose da riabilitare per sempre Raoul Casadei e Nino D'Angelo prima maniera (quello di " 'nu jeans e 'na maglietta").

Tutto questo è stato il Festival Sanremo di quest'anno, uno spettacolo ripugnante, miserabile, inverecondo, molto peggio di quello cui eravamo abituati, e di cui ricorderemo con piacere solo i dieci minuti iniziali della prima serata solo perché non facevano parte dello spettacolo, essendo stati gestiti da Paolo Bonolis e Luca Laurenti.
Ai patetici replicanti che hanno offerto il peggio di sé, augurandomi preliminarmente che quest'anno "Amici" di Maria De Filippi venga vinto da un ballerino e possibilmente non sardo (che almeno così non parteciperà a concorsi di canto), dedico due brani immortali interpretati rispettivamente dalla voce e dalla chitarra di Roberto Murolo, uno che Sanremo fortunatamente l'ha incrociata solo di sfioro; e da Luigi Tenco, uno che invece con la Sanremo schifosa, fetente e ripugnante che conosciamo, ci si è purtroppo scontrato






martedì 16 febbraio 2010

Lo sai che i papaveri...



Due sono gli eventi che animeranno la serata odierna. Uno, il più importante, è la sfida degli ottavi di finale di Champions fra il Milan e il Manchester United; e qui non vorrei dilungarmi, nonostante la mia provata fede milanista, per la scarsa fiducia che ho attualmente nelle potenzialità della mia squadra del cuore. L'altro è la superflua reiterazione annuale del rito di Sanremo, quello su cui si avvita tutta la programmazione televisiva settimanale, a dispetto di chi non ama il Festival e non ha Sky, digitale terrestre ed altre amenità analoghe.Sul Corriere di oggi Aldo Grasso rievoca un'età dell'oro in cui i garzoni dei fornai del Ponente ligure uscivano dalla bottega in sella alle loro biciclette fischiettando "Vola colomba" e "Nel blu dipinto di blu" (e basta chiamarla sempre "Volare"!...). A parte il solito bozzetto oleografico da laudator temporis acti per cui tutto ciò che è passato è anche, ipso facto, sempre meglio del presente, in questo rimpianto di una mitica età dell'oro un po' di vero c'è, se consideriamo che, fra i cosiddetti big di oggi, ci saranno:
- tale Valerio Scanu, altro bamboccio sardo foruncolodioso creato dal talent di Maria De Filippi, che si presenta con una canzone assemblata con tutte quelle melensaggini stile Moccia-Muccino che già avevano permesso l'anno scorso la vittoria del suo sodale Marco Carta; è pertanto il favorito d'obbligo
- il buon vecchio Pupo in coppia con SA il principe Emanuele Filiberto, quest'ultimo alla perenne ricerca di una visibilità pret-à-porter che non lo impegni troppo nei contenuti
- Toto Cutugno, creatura canora eminentemente festivaliera, che ormai sta insidiando a Pippo Baudo il record delle presenze sulla Riviera
- Arisa, l'anno scorso spiritosa ed autoironica sorpresa vintage, quest'anno nei panni dell'autoreplicante in una parodia che ha già abbondantemente stufato
- l'irritante e ruffianissimo Povia che, dopo i gay, ha deciso di attaccarsi al carro della povera Eluana Englaro pur di apparire come quello che "dice cose scomode"
L'elenco potrebbe continuare a lungo, magari mettendoci i nomi mancanti (Albano Carrisi, Iva Zanicchi, i Ricchi e poveri), ma poco conterebbe perchè si arriverebbe alle solite desolanti due considerazioni: la parte vera, nobile e importante della canzone italiana non passa da Sanremo; il Festival non fa vendere più i dischi. Date per scontate queste due evidenze, cosa ci sta a fare ancora una manifestazione di questo genere? Nulla. In fondo forse ha ragione Grasso nel ricordare i bei tempi dei panettieri che fischiettavano il refrain di Franca Raimondi "Aprite le finestre al nuovo sole".

Ma c'è un aspetto inquietante da considerare, ed è quello che probabilmente tiene in piedi il Festival: quello del neo-romanticismo.
Gli italiani, popolo di eroi, santi, poeti e navigatori, sono anche e ancora, nonostante tutto, inguaribili romantici sognatori.
Creato nel Dopoguerra, il Festival forniva agli italiani amareggiati, disillusi, "poveri ma belli", la colonna sonora per accompagnare una vita non sempre facile e per dimenticare le tristezze. I brani orecchiabili parlavano di fiori che facevano male (ma erano pur sempre graditi), di lune che si vestivano d'argento e persino di papere che si innamoravano di papaveri alti, alti, alti. L'amore era il tema dominante nelle sue varie forme: intenso, appassionato, disperato, scanzonato, deluso, corrisposto, da lontano, da vicino, sempre casto, sempre etero. Siamo passati attraverso la contestazione degli Anni Settanta, l'edonismo degli Ottanta, il menefreghismo dei Novanta, il tecnicismo dei Mila, e siamo ritornati a chiudere il cerchio con l'amore, il sentimentalismo brufoloso e vagamente onanista. Tutti si amano anche al cinema: Federico Moccia, uno che sta alla ruffianaggine come Rocco Siffredi all'anal (praticamente un'alta specializzazione), torna a proporre una storia pietosa in cui un ultraquarantenne finirà per sposarsi con la ragazzina che si era già fatto nella puntata precedente e che gli dava lezioni morali ("Tra un po' io avrò la maturità. Certo sto male, non sto riuscendo a studiare ma forse la prenderò. Ce la voglio fare. Invece vorrei tanto sapere quando tu prenderai la tua maturità...Sai Alex in tutti questi mesi tu mi hai riempito di regali ma alla fine ti sei ripreso il più bello. La mia favola").
Questa vaccata ignobile se la sta battendo ai botteghini con il ben altrimenti dotato Avatar, capolavoro visionario di James Cameron, ed è tutto dire. I gusti sono gusti per cui, in questa voglia tutta italiana di buoni sentimenti, trova una sua logica collocazione anche questa kermesse anacronistica.
Che cosa ci vuoi far?...
Non ci resta che ascoltare!

sabato 21 novembre 2009

Il Grande Vuoto

Uno dei vantaggi di essere a casa di sabato (solo giorno, nel mio caso: stanotte lavoro) è quello di poter guardare i programmi che normalmente non vedresti mai. Mentre sto scrivendo sta andando Amici di Maria De Filippi ma, per me, è ancora presto: aspetto con ansia le puntate serali, quelle in cui ognuno dà veramente il peggio di sé, per ora i concorrenti sono ancora troppo impacciati.
Ma non è di Nostra Signora della Televisione che voglio parlare adesso - ci sarà tempo - bensì del Grande Fratello, con cui non mi misuro più da anni perché è un'impresa troppo superiore alle mie misere forze: posso anche essere amante del trash televisivo ma, per quanto mi sforzi, non riesco a scendere al di sotto di uno standard minimo. Invece oggi, nella sonnolenza dell'immediato dopopranzo, mi sono lasciato piacevolmente andare godendomi la visione di una decina di minuti dello spettacolo di cui vorrei parlare ai miei lettori.
Premesso che non faccio parte di quel gruppo di snob a tutti i costi che si negano aprioristicamente la visione di un programma (a maggior ragione se trash) per una questione di principio, dopo tante edizioni mi rimane una doppia curiosità:
  1. cosa vogliano raccontarci gli Autori di un programma che ormai ha esaurito la spinta iniziale, quella che aveva stimolato la curiosità di molti a sintonizzarsi sulle vicende della caaasaaa (come la chiamava Daria Bignardi, prima conduttrice del programma, colei che - in virtù del suo essere di sinistra - aveva donato alla trasmissione una patina di intellettualismo)
  2. cosa vogliano trovarci gli spettatori che ogni anno si trovano di fronte a dei replicanti che non hanno più la freschezza dei primi partecipanti, ma solo l'atteggiamento di chi vuole apparire a tutti i costi

Ho la sensazione che gli Autori si stiano spingendo sempre più in basso per stimolare il voyeurismo del teleutente e che ormai manchi veramente poco per arrivare all'hard propriamente detto; dopo di che, ovviamente, calerà l'interesse degli utenti attuali e potenziali, attualmente infoiati solo per la possibilità che la cosa avvenga.

Ma quello che maggiormente mi angoscia nel vedere le avventure (?) di quella dozzina di squinternati rinchiusi nella caaasaaa è il vuoto totale delle conversazioni che, guarda caso, riflette il vuoto parimenti assoluto delle attività che vi si svolgono. I reclusi fra le quattro mura possono fare ben poche cose: mangiare, dormire, evacuare, accoppiarsi, parlare, litigare: è proibito loro fare qualsiasi altra cosa. Vero è che - stante il cervello dei soggetti - sarebbe difficile ipotizzare qualsiasi altra attività creativa o ricreativa, a cominciare ovviamente dal leggere; e tuttavia l'utente medio rimane sconcertato di fronte all'assoluta mancanza di idee in conversazioni di un'idiozia agghiacciante che hanno per unico scopo la maldicenza, la gioia di poter parlar male di Tizio o Caio, in una deprimente esibizione di muscoli, tette o culi quale unica manifestazione di femminilità, machismo di ritorno, outing di omosessualità o di transessualità.

Credo che ci sia veramente da spararsi all'idea di passare cinque mesi in un mortorio del genere; mi viene da pensare, a tale proposito, alla mia amica XY, psicologa, che ha affrontato professionalmente il mondo del reality vedendolo nella cornice esotica dell'Isola dei Famosi, in cui i protagonisti (dei quali XY era consulente) erano alle prese con situazioni estreme e i morsi della fame. Per disagiate che potessero essere le situazioni nelle isole in cui il reality è stato ambientato (una particolarmente affascinante era una palafitta ove stava un solo concorrente, continuamente inquadrato da una telecamera, senza nessuna assistenza e senza neanche un tonno con cui parlare), credo che fosse nulla rispetto alla prova del vuoto che devono affrontare i poveri mentecatti barricati dentro Cinecittà: credo che la mia amica XY avrebbe vita molto più dura in un contesto del genere. Forse mollerebbe il colpo...

domenica 27 settembre 2009

Annozeru tituli


Sul “Giornale” di oggi il direttore, Vittorio Feltri, prova a lanciare una specie di campagna di disobbedienza civile invitando i lettori a disdire l’abbonamento RAI.
Qual è la ragione? La prima puntata di “Annozero”, la trasmissione del solito Michele Santoro coadiuvato dal solito Marco Travaglio – che pur di apparire in televisione accetta anche di non essere pagato – e dal vignettista satirico Vauro, che avrebbe iniziato in grande stile con le solite puttanate. Uso il condizionale perché non ho visto la trasmissione quindi mi baso solo su quello che leggo sui giornali che consulto su Internet (varie testate dell’una e dell’altra sponda per par condicio), e il termine “puttanate” perché il simpaticissimo conduttore – noto per l’equilibrio con cui propone le sue opinioni e per la correttezza con cui gestisce il contraddittorio – avrebbe invitato e affidato alle cure del parimenti equilibrato Travaglio l’escort Patrizia D’Addario, nota per le orge con il Cavaliere di Hardcore e i suoi ospiti.
Pur condividendo in astratto il pensiero di Feltri che, dalla Televisione di Stato, si aspetta giustamente trasmissioni di ben altro profilo culturale che non – oltre al già citato “Annozero” – “Ballarò”, “Porta a porta”, “X-factor” e “L’isola dei famosi” (tanto per rimanere nello stesso ambito culturale), io penso che abbia torto.
Innanzitutto non si può stimolare la gente a non pagare le tasse – tale è l’abbonamento, anche se chiamarlo così fa fine e non impegna – perché come diceva l’indimenticato Tomaso Padoa Schioppa, ministro delle Finanze dell’ultimo governo Prodi, “pagare le tasse è bello”.
In secondo luogo, l’esistenza di un meraviglioso strumento noto ai più come “telecomando” permette a chiunque non solo di scegliersi il programma preferito, ma anche di scartare di default quei canali che non offrono una programmazione adeguata. Io, per esempio, sapendo di principio che su TeleKabul non troverò mai pane per i miei denti, scarto aprioristicamente RaiTre dai miei palinsesti. A prescindere da ciò, è veramente raro che orienti le mie preferenze sulle reti nazionali Rai, i cui programmi sono di una povertà di contenuti francamente imbarazzante.
Terzo, Berlusconi deve smetterla di preoccuparsi di quello che viene detto contro di lui. L’opposizione ha il diritto di ritagliarsi gli spazi da cui cantare: è il suo compito e, se non lo facesse, sarebbe inaccettabile, innanzitutto agli occhi dei suoi elettori. Ragione per cui, questo continuo tuonare contro i “farabutti”, per di più amplificato dal “Giornale” del partito, non fa altro che ritorcerglisi contro dimostrando al mondo che lui non è diverso da quel D’Alema che fece licenziare Forattini da “Repubblica”.
Infine, la presenza di due trasmissioni come “Annozero” su RaiDue e “Ballarò” su RaiTre taglia la testa al toro sulla cosiddetta “questione bulgara”: semplicemente non esiste. Provate a vedere se in Venezuela, per esempio, l’opposizione ha la possibilità di inscenare contro Chavez teatrini come quelli di Santoro e Travaglio.
Per tutti questi motivi, se potessi farlo, suggerirei al partito di maggioranza di accettare serenamente le campagne mediatiche scatenate dalle trasmissioni della Rai: in uno Stato di diritto chiunque ha diritto di esprimere il proprio dissenso nel modo che ritiene più opportuno, e il fatto che il suo parere venga ospitato sulle reti della televisione di Stato è la miglior dimostrazione che non è vero che Berlusconi mette il naso dappertutto e che ci sono isole di felicità ove il dissenso ha una sua casa.
Santoro, Floris e Travaglio hanno tutto il diritto di fare fronda, così come l’utente ha tutto il diritto di scegliere se vederli oppure no. Non c’è nemmeno bisogno di farsi mettere i sigilli al televisore, come suggerito da Feltri e Belpietro: basta non guardarli e ci penserà l’Auditel a decretare con lo share se le trasmissioni hanno successo oppure no. In fin dei conti, penso che i suddetti personaggi abbiano anche troppo la puzzetta sotto il naso per accettare di vedersela con questi banali strumenti di rilevazione, come se fossero Maria De Filippi con la nuova edizione di “Amici” o Simona Ventura a “X-Factor”. Gli è che il loro ruolo di fustigatori di costumi, di cui essi si sentono investiti quasi per missione divina, si presterebbe meglio alla elitaria carta stampata, piuttosto che a quella televisione che appare troppo volubile e attualmente votata ai casi quasi umani da reality o talent show. Ben l’ha capito, infatti, quello complessivamente più furbo della compagnia, e cioè Marco Travaglio, che non a caso esce anche con almeno quattro libri all’anno, tutti riempiti con le stesse cose ma si sa: repetita juvant, no?

sabato 4 aprile 2009

Uomini e donne


Tranquilli, per una volta non voglio parlare di Maria De Filippi.
Da qualche tempo ho scoperto con gioia di avere la sorella che mancava nella mia vita: è Chiara, con cui mi dilettavo ieri in sala operatoria. Per chi non la conoscesse, è una persona piacevole di amena conversazione.
Chiacchierando del più e del meno - con il valido contributo di Marina al tavolo ferri - la mia sorellina, dopo aver manifestato l'idea di capirsi meglio con le donne, si chiedeva cosa mai cerchino gli uomini in una donna.
Le ho dato la risposta più prevedibile - la stessa che in fondo si aspettava anche lei (Chiara ha un'intelligenza fuori dal comune) - che è anche quella stampata su una simpaticissima t-shirt che avevo comperato qualche anno fa:

Come far felice un uomo?
  1. dargliela
  2. non rompere i coglioni
La mia risposta non l'ha soddisfatta più che tanto, ma se ne farà una ragione perché è intelligente e perché sa che, dopotutto, ho ragione io. Non arriverò a giustificare l'ascoltatrice di Melog su Radio24 che, ad un esterrefatto Gianluca Nicoletti, sosteneva come trent'anni fa che gli uomini pensano solo al sesso e le donne solo al sentimento; solite robe femministe, certo, ma qualcosa di vero c'è.
Ma ora basta con i luoghi comuni! In fin dei conti, uomini e donne sono uguali se consideriamo che nell'immortale "Amici miei" - vero punto di riferimento per quelli della mia generazione - l'architetto Rambaldo Melandri, magistralmente interpretato da Gastone Moschin, felice di stare con gli amici di tutta la vita, auspicava un mondo sentimentale senza le complicazioni generate dal gentil sesso, esprimendo delicatamente il pensiero con parole sue ("Ma non si potrebbe essere tutti quanti finocchi?")

martedì 24 marzo 2009

La Golia del Prof. Minari


Appassionato come sono delle varie manifestazioni in cui l'essere umano dà il peggio di sé, è ovvio che segua con discreto interesse il gran finale di quella kermesse che è "Amici" di Maria De Filippi. Non tanto per la trasmissione in sé - peraltro astuta e ben fatta quanto a quello che si prefigge - quanto per le ripercussioni che detta trasmissione ha sul quotidiano. Infatti, al di là della banale constatazione che il vincitore dell'anno scorso - il piccolo putto di Cagliari Marco Carta - è anche colui che ha vinto il Festival di Sanremo di quest'anno, c'è da rilevare che il taglio della trasmissione permette di cogliere un interessante spaccato di come la gioventù odierna si rapporterebbe agli adulti, specie se detti adulti si pongono nel ruolo di insegnanti. E qui è necessario mettere qualche piccolo distinguo.

La settimana scorsa, in uno sprazzo di lucidità (di solito mi addormento sul divano dopo ben 10 minuti di trasmissione) ho colto un'interessante querelle fra il personaggio più odioso di quest'anno - tale Valerio, dai boccoloni neri, aspirante cantante, anch'egli sardo - e una delle docenti, di nome Grazia Di Michele, di professione cantante, da lui apostrofata come "buffona". Ora, anziché tirargli un calcio nel culo e fargli fare un volo plastico fuori dalla trasmissione, ci si sono messi tutti a sollevare una serie di distinguo mentre il ragazzotto - novello Franti - continuava ad esibire la faccia da schiaffi che tanto manda in visibilio le ragazzine. Tutti tranne uno(a), ad onor del vero: Mauro Coruzzi, in arte Platinette, regina della Drag Queen italiane, dotato(a) di moltà più dignità rispetto alle mezze figure che popolano queste trasmissioni.
Comincio ad essere sufficientemente vecchio da guardare con un po' di irritazione questi ragazzini che mancano di rispetto agli adulti; ed è facile per me fare il paragone con gli studenti di medicina, che arrivano al briefing mattutino con tutta la calma dell'universo (ne ho cuccati un paio che si dicevano "Tanto per un quarto d'ora di ritardo non muore nessuno") e che danno del tu ai vecchi, cosa che io - ai tempi - mai e poi mai mi sarei permesso, tanto più ad un Aiuto, figura pressoché inavvicinabile. Ti danno del tu, dicevo: in compenso non sanno una fava, ed è facile fargli abbassare le orecchie sottoponendoli ad un fuoco di fila di domande di anatomia e fisiologia che danno al piccolo arrogante di turno l'esatta misura dei quintali di merda che dovrà ingoiare prima di potersi ancora lontanamente rapportare al proprio interlocutore. Il vecchio capitano Billa, della Caserma "Cesare Battisti" di Trento, avrebbe detto: "Missile banfante! Sei qui da ieri con decorrenza domani e hai anche il coraggio di parlare?".

Ma chi mi piace maggiormente ricordare in questo momento è il Prof Paolo Minari, insegnante di Educazione Fisica alla fine degli Anni Settanta al Liceo Ginnasio Carducci di Milano. Me lo ha fatto tornare in mente il sito www.carducciani.org che presenta, fra le altre cose, un ricordo di questo straordinario educatore: il miglior preparatore atletico che abbia mai conosciuto, e faceva lezione in giacca e cravatta! Ve lo posto preciso:

"Quarta ginnasio. Prime lezioni. Il professore di ginnastica è ancora per me un emerito sconosciuto.

Per creare una sana competizione il professore propone una gara a cronometro sul più veloce alla pertica.
"Primo premio .... UNA GOLIA" che tira fuori dalla tasca e alza come il prete con l'ostia.

Evidentemente mi scappa un sorriso perchè lui mi si avvicina, fissa i suoi occhi nei miei a distanza di dieci centimetri e mi sibila: "Quando tu vincerai una mia Golia potrai dire di essere un uomo, non prima!".
Abbasso gli occhi, tento di vincere quella golia ma non ci riesco.
Ne vinsi solo una in cinque anni, mi sembra in seconda liceo.

Altro episodio: nello spoglatoio, dopo una lezione faticosa in primavera inoltrata. L'aria è resa olfattivamente "pesante" dai sudori sportivi. Il prof, si mette a girare per lo spogliatoio spruzzando uno spray dedodorante gridando "Lavatevi al mattino, anche dove il prete dice di non toccarvi!".
Era fatto così!

Altro piccolo flash:
Quando individuava un "bullo" in una classe, lo ridimensionava agli occhi della intera classe proponendo ai ragazzi una gara con il "bastone di Jeagher": si trattava di tenere a braccia tese avanti al petto una sbarra di ferro del peso di pochi etti; all'inizio pesava oggettivamente solo qualche etto ma via via .... il peso diveniva insopportabile per una nota legge della fisica.
Il "bullo" ricorrentemente perdeva, spesso di fronte ad un ragazzo mite ma di carattere (quello vero).

Erano i suoi metodi, che venivano dal buon senso e da un grande amore per i suoi ragazzi.

Gabriele Montella, maturità 1966, sezione A"

Personalmente non mi ricordo di aver vinto una Golia, ma un pezzetto di quello che sono lo devo anch'io a quel personaggio che, ci fosse ancora nelle nostre scuole, avrebbe fatto strame di questi bambolotti arroganti ed ignoranti. "Amici" di Maria De Filippi non è sicuramente un modello di istituzione scolastica, ma riconosco nei suoi frequentatori molti degli studenti con cui mi confronto io e cui mai e poi darei la Golia del Prof. Minari.
Avete così da correre, ragazzi...

domenica 22 febbraio 2009

Carta canta



Ieri sera si è conclusa una delle migliori edizioni degli ultimi anni del Festival di Sanremo, una manifestazione ormai del tutto inutile soprattutto al fine della vendita di dischi, come acclarato dai ripetuti insuccessi in tal senso. Tributati tutti gli onori del caso a Paolo Bonolis e alla sua squadra – in testa, ovviamente, l’eterna spalla Luca Laurenti, ma anche Maria De Filippi che ieri sera si è amabilmente prestata a fare la valletta – rimane da riflettere sulla vera ragion d’essere del Festival, e cioè canzoni e cantanti. E qui cominciano i problemi.
Ieri sera ha vinto, come abbondantemente previsto alla vigilia, il piccolo Marco Carta, bambolotto sardo dal sorriso ebete plastificato, piombato sul Ponente ligure dal palinsesto concorrente di “Amici”. Chi è costui? È un ragazzotto supponente che l’anno scorso ha vinto l’oscena trasmissione di Maria De Filippi dimostrando forse non il talento più cristallino, ma riuscendo comunque ad essere, senza particolare sforzo, il più odioso di un gruppo di per se stesso molto ben caratterizzato su questo fronte. Oggi come allora, lo hanno trascinato gli sms dei teenagers che, evidentemente e misteriosamente, si riconoscono in questo piccolo putto talmente stereotipato in tutto da sembrare creato sul pc di uno dei produttori. La canzone, di un’idiozia zuccherosa agghiacciante, pare fatta apposta per trionfare sul palcoscenico dell’Ariston; e, in ciò, riesce a distinguersi dagli altri brani, nel bene come nel male.
Nel bene rispetto al brano di Povia che monta su una musica clonata da quella di Cristicchi di un paio d’anni fa una storia spacciata per vera, ma che sembra presa dai “Segreti di Brokeback Mountain”.
Nel male rispetto alla ben altrimenti simpatica canzone di Arisa, personaggio curioso e spiritosamente vintage che, nonostante ciò, porta una ventata di novità sullo stantio palcoscenico ligure.
Nessuno di costoro corre il rischio di scalzare dal piedistallo i veri mostri sacri della vera canzone italiana che non nasce più a Sanremo da anni; eppure si ha comunque la sensazione che questo Festival, pur ben condotto, abbia sancito la fine di un’epoca. Vedere per la millesima volta Al Bano, Iva Zanicchi, Fausto Leali e Patti Pravo, questi ultimi due alle prese con vistosi problemi di intonazione; vedere il patetico ed invecchiatissimo Marco Masini ricorrere al solito turpiloquio per condire una canzone che era già stata proposta anni fa da Mino Reitano buonanima; vedere la mercificazione più bieca di quella che una volta fu un’Arte, ma quasi mai su questo palcoscenico, è qualcosa che fa riflettere e desiderare un ricambio generazionale.
E allora pensi che sì, forse non è difficile prevedere la vittoria di un piccolo presuntuosetto come Marco Carta. Un brano talmente idiofono da pensare che è inevitabile la sua vittoria, ma che andrà ad arricchire quella bacheca in cui già ci stanno personaggi della razza dei Jalisse, che non hanno venduto nemmeno un disco; o di Tiziana Rivale, che si è ricreata solo a contatto con Paolo Limiti. Il che, a pensarci bene, è tutto dire