sabato 20 aprile 2013
Il muro di Berlino de noantri
lunedì 25 febbraio 2013
Il vero vincitore delle elezioni
- perde - non nei numeri, ma di fatto: così non governa - un giro elettorale già vinto
- riporta in sella Berlusconi
- fa perdere faccia e credibilità non solo al proprio elettorato, ma anche all'Italia intera
Ora io, medico e poco esperto di cose di sinistra, sono sicuramente l'ultimo adatto a giudicare i sofismi dei politici di sinistra (che molte volte mi ricordano il vecchio Tafazzi), ma Renzi, con un programma vario, articolato e interessante, con un'idea di Sinistra moderna e riformista, e soprattutto con l'idea di lasciare a casa D'Alema, sembrava o non sembrava una prospettiva interessante?giovedì 23 agosto 2012
Una questione di dignità
Questa
squadra triste, malata nel gioco e povera di contenuti; questa squadra che va a
prostituirsi per avere in prestito giocatori di livello infimo, buoni solo per
una partita parrocchiale, spacciandoli per progetti di campioni, ma solo se si propongono per la mano della figlia del presidente; questa squadra che una volta
veniva considerata punto di arrivo per qualunque top player, adesso viene
rifiutata da un oscuro pedatore che di brasiliano ha solo il nome, mentre il
soprannome fa più pensare al Buddy Love del “Professore matto” portato in scena prima da Jerry
Lewis e poi da Eddie Murphy.martedì 1 novembre 2011
Mi piace Matteo Renzi
domenica 6 febbraio 2011
Ah, dov'è il perfido!
Questa è la storia di un accentratore pazzesco, un libertino audace che vive solo per soddisfare le sue brame, soprattutto in fatto di donne. Le preferisce giovani, acerbe, da spiumare, ma non disdegna quelle più vecchie per il solo "piacere di porle in lista".Uno che non disdegna di far fuori quelli che si frappongono fra lui e il conseguimento del suo obbiettivo, e che disdegna la Legge, sia essa umana o Divina poco conta: conta solo lui.
Intorno a lui, una sfilza di persone di nessun talento né spessore, che vivono solo in sua funzione, per lui o contro di lui poco conta: cesseranno di esistere nel momento in cui lui non ci sarà più.
E lui, che continua la sua carriera di libertino, che si beve la vita conscio dell'approssimarsi della fine di essa, riesce ad assumere una dimensione torva e quasi eroica di fronte alla pochezza, alla nullità di coloro che lo circondano, sino al momento in cui il terribile Giudice - il Commendatore - lo trascinerà all'inferno.
Vi sembra qualcosa di già sentito?
Sfido, io: è la trama del Don Giovanni, di Lorenzo Da Ponte e Wolfgang Amadè Mozart.
E poi c'è chi dice che le opere liriche non sono attuali
Anche lui andrà in osteria a cercarsi un padrone migliore; non credo saprebbe fare altro
mercoledì 3 novembre 2010
Il capo di gabinetto
venerdì 6 agosto 2010
Dum Romae consolitur, Saguntum expugnatur

Mi ero ripromesso di non parlare più di politica su questo blog. È ben vero che in un blog che, nelle intenzioni del suo redattore, partiva con l'idea di collezionarvi tutto il peggio che un essere umano può dare, la politica italiana ci sta a meraviglia; ma a tutto c'è un limite, anche per un cultore indefesso del trash come il sottoscritto.
E tuttavia, persino a voler chiudere gli occhi e far finta che non esistano i tristi figuri che occupano indegnamente gli scranni parlamentari, il rumor della loro Chanson des gestes è talmente raccapricciante da costringermi ad occuparmene, sia pure nel modo più superficiale possibile.
Lo spettatore medio, anche quello meno sentimentale e più smaliziato – quello cioè che, come il sottoscritto, ha deciso ormai da anni di astenersi dal prendere una posizione per l'una o per l'altra orrenda fazione – rimane orripilato dallo squallido spettacolo che stanno offrendo gli indegni guitti da avanspettacolo che, in guisa di protagonisti o comparse, prendono parte a questa farsa.
Il buon Marco Travaglio, un elemento di tipo eminentemente distruttivo ancorché dotato di prosa gradevole, si chiedeva non senza arguzia che cosa cazzo stiano pensando a sinistra di una maggioranza che si sta sfaldando per conto proprio pressoché senza nessun aiuto da parte dell'opposizione sempre più delegata al solo Antonio di Pietro e come penserebbero – ammesso che qualcuno pensi – di proporsi per un'alternativa credibile e praticabile.
Dum Romae consolitur, Saguntum expugnatur; né d'altra parte si potrebbe pretendere che in un'opposizione affidata alle esternazioni del solo Franceschini (…) ci possa essere qualcuno in grado di prendere una decisione. Ora, se è vero che di Franceschini in astratto ce ne potremmo fregare e non cambierebbe assolutamente nulla per le italiche sorti, è anche vero che un'opposizione non può ridursi solo al povero Dario, tanto più in un contesto così incerto e complesso come questo.
Proviamo ad analizzarne brevemente i confini:
Il premier, a seguito di un calcolo di rara incoscienza, si trova in una situazione assolutamente analoga a quella che si trovò a gestire Prodi nel suo ultimo (speriamo in tutti i sensi) mandato: e per governare non si può contare su maggioranze variabili e umorali. C'è da dire che Prodi si trovò, almeno entro certi limiti, suo malgrado a dover fare conto su quelli che vennero sapidamente definiti i “voti dei pannoloni” (alludendo alle presumibili problematiche idrauliche dei senatori a vita), Berlusconi invece se lo è cercato.
Che Fini fosse di difficile gestione lo si sapeva benissimo sin dall'inizio. Non ho nessuna intenzione di entrare nel merito della ragione o del torto, discorso sempre capzioso e manicheo: dico solo che portarsi in squadra uno che è rampante da anni senza trovargli una collocazione che sia quanto meno dialettica è da sprovveduti. Tirargli un calcio in culo senza fare due conti sui numeri in Senato e alla Camera è giocare con la pelle degli italiani, ed è una cosa che personalmente non perdonerò mai al premier (unitamente alla squallida e miserabile figura fatta con l'elezione, subito ritirata, di Brancher al Ministero per il Federalismo).
Le elezioni anticipate in autunno potrebbero essere l'unica soluzione per risolvere il problema nel rispetto della volontà degli elettori che non ha votato per un terzo polo, o per la costituzione del gruppo Futuro e Libertà. Questo per stare alle strette regole di democrazia. Il problema, se vogliamo, è che:
la sinistra, con l'eccezione di IdV, non solo non è pronta per una tornata elettorale, ma ne è addirittura terrorizzata. Non hanno un leader carismatico, non hanno un'idea che sia una, non hanno nemmeno una bandiera che li raccolga. L'unico rischio che corrono veramente è di finire in bocca al solito D'Alema, uno che cura solo ed esclusivamente i propri interessi avendo ormai da anni perso i contatti con la base elettorale (se mai li ha avuti), come dimostrano le recenti primarie delle Regionali in Puglia in cui il Baffo cercò di insediare un suo accolito di partito invece che Vendola, ovviamente premiato dagli elettori che se ne fregarono delle indicazioni del fine stratega di Gallipoli
la destra vincerà, ma frammentata in due tronconi. Chiunque dei due abbia la maggioranza relativa (verosimilmente ancora Berlusconi, che potrà contare su Bossi), non potrà prescindere da un accordo con l'altra fetta per riuscire a governare. Quindi, esattamente la situazione in cui ci troviamo adesso; col che, mi chiedo, val la pena di spendere un sacco di soldi pubblici per indire elezioni inutili che non risolveranno il problema?
Il governo delle larghe intese è una prospettiva ripugnante, ma nondimeno corre il rischio di essere l'unica praticabile, col programma di completare una delle legislature più pietose che si ricordino negli scenari politici italiani. Che sia affidato a Tremonti, Letta o altro personaggio presentabile anche all'opposizione, di una cosa si può essere sicuri: sarà una lenta agonia che procederà a colpi di fiducia sino a che si creerà nell'elettore moderato (il vero ago della bilancia) quello stato di disgusto.
Al termine di questa orrida pantomima, che sia in autunno o al termine della legislatura, si tornerà al voto, con un'unica certezza: vinceranno gli astensionisti, quelli che non ne possono più di questi cialtroni che insozzano con le loro miserie l'agone politico, che non si riconoscono in nessuna faccia, che non vogliono più dare fiducia a nessuno, almeno sino a che non si concretizzerà l'uomo nuovo, quello cioè che nel 1994 fu Berlusconi e che, per adesso, non ha ancora nessun connotato.
In altre parole, il destino più probabile delle italiche sorti è affidato, una volta di più, al populismo nel senso più deteriore del termine: aspettiamo con ansia il manifestarsi un arruffapopoli che prenda il posto di un altro nel cuore degli elettori.
Siamo onesti: ci interessa veramente una politica così?
Scusate la parentesi: da domani tornerò a parlare d'altro
PS: per regalarvi qualcosa di politico ad un livello decisamente più alto, eccovi il duetto fra Filippo II e il Grande Inquisitore tratto dal "Don Carlo" di Giuseppe Verdi: l'Impero contro la Chiesa Militante. Cantano due giganti come Nicolai Ghiaurov (Filippo) e Martti Talvela (l'Inquisitore). Paulo maiora canamus...
domenica 13 dicembre 2009
La giustizia a Montenero di Bisaccia

domenica 25 ottobre 2009
Un chirurgo per il PD

A parte le facezie, devo dire che sono rimasto discretamente colpito da Ignazio Marino. Sarà che mi accomuna a lui la professione, ma devo dire che c'è stata molta dignità nelle considerazioni che ha fatto al solito giornalista che gli chiedeva se si sentisse ago della bilancia nella sfida fra gli altri due contendenti: "Io non voglio essere l’ago della bilancia come dicono. Dario, Pierluigi davvero siete così intrisi delle vecchie posizioni da non capire che qualcuno vuole correre solo per le sue idee?".
Ecco: a Sinistra c'è qualcuno che parla di idee! Poi, si capisce, l'antiberlusconismo non manca mai, ma c'è finalmente qualcuno che rifiuta i modelli precostituiti e mette in campo le proprie idee!
Non quindi - per dire - un Franceschini che di idee non ne ha mai avute e che il meglio che ha pensato, per stimolare gli elettori a votarlo, è di promettere di eleggere come vicesegretari una donna e un africano. E neppure un Bersani che, al di là della simpatia umana che mi suscita per il suo essere un vecchio comunistone emiliano col sigaro in bocca e le maniche della camicia arrotolate come un Peppone qualsiasi, dimostra di essere ancora arroccato sul Sinistrese come unico mezzo di comunicazione.
Marino mi sembra la vera novità di questa simpatica kermesse che ormai segna in modo democratico le scelte del partito omonimo ma che - per inciso - mi pare che porti una sfiga orrenda al medesimo. La mia speranza è che ce la faccia e che la gente lo scelga per le sue idee, visto che Berlusconi sta subendo l'attacco finale e - mia idea, potrei ovviamente sbagliare - non credo che arriverà indenne alla fine della Legislatura
venerdì 9 ottobre 2009
I primi della classe
Sto ultimando in questi giorni una lettura particolarmente interessante. È un ottimo libro di Luca Ricolfi, pubblicato da Longanesi, e si intitola “Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori prima e dopo le elezioni del 2008”.
Per chi non lo conoscesse, Luca Ricolfi è Professore straordinario di Metodologia della ricerca psicosociale, presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino nonché direttore dell'Osservatorio del Nord-Ovest. Segni particolari: è un uomo di sinistra, giustamente preoccupato della piega pericolosa presa dalla sua parte politica. Contrariamente a molti uomini di sinistra, si preoccupa anche di cercare di capire le cause della flessione della sua area politica e le ragioni del successo della parte avversaria. Ne è nato questo libro – che si legge molto facilmente grazie ad una chiarezza espositiva che trova pochi confronti nella letteratura politica – che è una disamina acuta, precisa e ficcante delle ragioni che hanno portato la Sinistra ad una sconfitta pesante nel 2001, alla vittoria risicatissima del 2006 (quando, per usare un francesismo, avrebbero dovuto spaccare il culo ai passeri) che ha portato al fallimentare governo Prodi bis e ad una sconfitta catastrofica nel 2008.
Ricolfi ha un’impostazione molto lucida che lo porta ad identificare quattro problemi, i primi tre dei quali sono verbali:
- l’utilizzo di schemi secondari. Si tratta delle “scuse” con cui giustificare i propri fallimenti: qualcosa di simile a quello che dovettero inventare i Testimoni di Geova quando non si verificò la fine del mondo preconizzata da Rutherford. Di questo ambito fanno parte anche le giustificazioni per i massacri stalinisti, giudicati una fase transitoria e necessaria, e analogamente le repressioni di Praga, la strage di Piazza Tienanmen o i massacri di Pol Pot. Di questa categoria, inoltre, fanno parte tutte le ragioni che dovrebbero spiegarci perché un determinato lavoro pubblico fatto da Prodi sarebbe una grande opera, e fatto da Berlusconi sarebbe un atto mafioso
- la paura delle parole e la ricerca angosciata e continua del politically correct. Questa tendenza è stata mutuata dall’America, ma non un’America reale, bensì quella immaginata dai nostri uomini di sinistra in modo non diverso da quella cui pensava Nando Mericoni/Alberto Sordi nel film “Un Americano a Roma”: quella cioè in cui al posto degli strani piatti inventati da Nando ci sono gli “I care”, i Kennedy reinterpretati da Veltroni, Clinton esponente oltreoceano dell’Ulivo planetario e via elucubrando. È quella tendenza per cui il cieco diventa “non vedente”, lo spazzino “operatore ecologico”, l’handicappato prima “disabile” e poi addirittura “diversamente abile”. È un linguaggio molto elegante e forbito, cui però non fa riscontro una realtà quotidiana
- il linguaggio codificato, quello che dovrebbe servire per parlare fra addetti ai lavori, e che in realtà serve solo a confondere le acque in casa propria, per nascondere agli stessi militanti il vuoto pauroso di idee e di mete da identificare
- il complesso di superiorità etica. Questo è l’aspetto più interessante, perché è intrinseco alla vocazione esclusiva della sinistra. C’è un atteggiamento sprezzante nella sinistra che parla sempre alla parte migliore del Paese, dando per scontato che la parte peggiore sia quella che ha dato il voto all’odiato Berlusca. Nell’ambito della parte politica avversaria la Sinistra identifica il cosiddetto elettorato motivato (quello, cioè, leghista e post-fascista), costituito dai duri e puri che non sono potenzialmente arruolabili; e l’elettorato affascinato, quello sostanzialmente rincoglionito dalla televisione ma potenzialmente redimibile. Questo criterio, che Ricolfi definisce “esclusivo” perché tende ad escludere aprioristicamente un’area giudicata degenere che non potrà mai essere recuperata alla causa dell’umanità, va contro decisamente al criterio definito “inclusivo” che invece è tipico di questa destra, che chiama alla raccolta tutti i potenziali elettori.
Quale scenario si prepara? Difficile da dire. Ricolfi molto saggiamente ammette che questa sinistra, per com’è messa, sembra vivere solo in funzione dell’esistenza di Berlusconi: ha perso da molti anni il suo elettorato tipico, la classe operaia è ormai definitivamente andata in paradiso oppure vota per la Lega, non è stato ancora identificato un nuovo elettorato e nel frattempo ci si continua a rifugiare in un linguaggio che sembra uscito dalla scuola dei dirigenti delle Frattocchie.
Potranno anche farlo fuori – di fatto ci stanno forse riuscendo – ma poi bisognerà sostituirsi a lui, riprendere a parlare, essere credibili, evitare gli schemi secondari, abbassarsi al livello dell’elettore (qualunque elettore), smettere di pensare di essere la parte migliore, quella che ha nel suo bagaglio genetico la superiorità morale, quando invece raccontano palle tanto quanto gli altri. Ricolfi cita – e giustamente – la promessa elettorale di Prodi. Nel corso del dibattito televisivo da Vespa, il pretone di Scandiano affermò categoricamente “Noi non met-te-re-mo le mani nelle tasche degli italiani”, agitando il ditone tanto per sottolineare il concetto. Infatti. Escalation spaventosa della pressione fiscale a cura dei due vampiri Padoa Schioppa-Visco; il cosiddetto “tesoretto” con cui hanno preso per il culo tutta la nazione; la presunta lotta all’evasione fiscale smentita clamorosamente dai fatti riportati da Ricolfi.
Si sveglino, i compagni: forse i tempi sono maturi ma, finito Berlusconi, non avranno più niente di cui parlare
mercoledì 7 ottobre 2009
C'è chi chi non ci sta e chi ci deve stare

E' - a mio modo di vedere - una decisione assolutamente giusta che afferma la bontà di uno dei principi costituzionali di base, e cioè che tutti gli uomini sono uguali davanti alla Legge e che rispondono delle loro azioni anche e soprattutto nell'esercizio di quelle funzioni che gli elettori hanno attribuito loro direttamente o attraverso il voto alle coalizioni che li sostengono.
E' una sentenza politica?
Dipende: se la applichiamo a un Mario Rossi qualunque, sicuramente no; se la applichiamo a Silvio Berlusconi, sicuramente sì, ma in fondo chi se ne frega? Se ha la coscienza tranquilla, non ha bisogno di un lodo Alfano per difendersi; se ha la coscienza sporca, allora è giusto che risponda alla Legge.
Il caso si potrebbe chiudere qui e non fornirebbe materiale per il blog di uno qualunque (come ho scelto di chiamarmi in onore di quel Giovannino Guareschi che da sempre è per me un modello di riferimento), se non fosse che questa sentenza della Consulta, giusta e doverosa, mi ha riportato alla memoria il buon vecchio Oscar Luigi Scalfaro, noto ai più per aver insultato a morte nel 1953 la Signora Edith Mingoni Toussan rea di offendere la morale girando per Roma con le spalle scoperte e per essersi coperto di disonore avendo indegnamente ricoperto la carica di Presidente della Repubblica dal 1992 al 1999. In data 3 novembre 1993, alle 22.30 in un messaggio trasmesso a reti unificate, il vibrante moralista novarese pronunciò con voce commossa il famoso: "A questo gioco al massacro io non ci sto!", riferendosi all'indagine per i fondi SISDE che, durante la sua permanenza al Viminale, avrebbero portato 100 milioni di vecchie lire (mica bruscolini) nelle sue tasche. Il pio Oscar attribuì l'accusa ai cascami dei disciolti partiti della Prima Repubblica che avevano complottato contro di lui e si avvalse, per sostenere la sua linea di difesa, di un "lodo Alfano" ante litteram: i magistrati ricorsero ad un'interpretazione piuttosto estensiva dell'articolo 90 della Costituzione che recita che "Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o attentato alla Costituzione". La faccenda dei fondi del Sisde non aveva nulla a che fare con le funzioni di Oscar Luigi Scalfaro quale Presidente della Repubblica, trattandosi di fatti avvenuti diversi anni prima, quando il Nostro sedeva ancora al Viminale. Ma la linea estensiva prevalse (citazione da www.loccidentale.it).
Nel 2008, l'ex Presidente della Repubblica che aveva scansato l'inchiesta con la sua forza di volontà e con l'intercessione di magistrati quanto meno compiacenti, dimostrando di possedere una faccia con un taglio verticale tale da ricordare altra sede anatomica, così si espresse in un'intervista al Corriere della Sera (sempre dal sito sopra citato): "Caro presidente [riferito a Berlusconi, ovviamente, ndr] - dice Scalfaro dalle colonne del quotidiano di via Solferino -, nell'interesse del nostro popolo, faccia un grosso sacrificio e affronti la sofferenza di una procedura dove penso che le sue dichiarazioni e l'appoggio dei suoi avvocati possano giungere a una soluzione di verità. Il servizio alla cosa pubblica molte volte porta a pagare un prezzo elevato, ma questo è infinitamente più meritorio che assumersi la paternità di una rottura e precipitare il Paese in uno scontro di cui non si comprenderebbe l'esito".
Senza commenti: qui l'esigenza era solo documentaria a beneficio di coloro che pensassero che il lodo Alfano fosse solo un'invenzione di Berlusconi.
La supposta (e l'aggettivo qui è fortemente voluto) autorità morale della Sinistra sarà oggetto del prossimo articolo che, lo premetto, prende spunto da uno splendido libro di Luca Ricolfi, sociologo e uomo di Sinistra che, se si presentasse alle elezioni, voterei oggi stesso ad occhi chiusi.
Nel frattempo, una volta di più e per ritornare a bomba: sono d'accordo con la sentenza della Consulta. Il lodo Alfano era un obbrobrio e doveva essere eliminato. Personalmente sono sempre stato contrario all'immunità parlamentare sin dai tempi della Prima Repubblica.
Ma, sempre nel frattempo, non ce li scaramellino (i coglioni, ovviamente) con lezioncine morali, perché abbiamo memoria lunga. Molto lunga.
E non ci stiamo




