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sabato 20 aprile 2013

Il muro di Berlino de noantri

Qualunque possa essere oggi la scelta di Giorgio Napolitano, ciò che risulta evidente a chiunque è che chi gli propone di perpetuare per altri sette anni proprio mandato presidenziale, ha tutti gli interessi a mantenere lo status quo, e cioè la spartizione del potere fra le due forze politiche più importanti del nostro paese e che se la sono gestita in modo egemonico negli ultimi vent'anni.
E questa è una truffa commessa in evidente malafede.
Non sono fra quelli che si sentirebbe di propugnare un governo Cinque Stelle, però sto cominciando a valutarne con un certo interesse le ragioni, con particolare riferimento all'importanza di liberarsi una volta per tutte dei cascami di questo vecchio modo di far politica, talmente vecchio da rimandare ai bizantinismi della prima Repubblica che credevamo ormai definitivamente superati.
Nonostante sia lontano anni luce dal suo modo di vedere la vita, credo che Giorgio Napolitano sia fondamentalmente un vecchio galantuomo. Spero vivamente pertanto che scelga di non farsi trascinare in questo obbrobrio, che non risolverebbe assolutamente niente, anche perché il vero problema non è la scelta di un presidente della Repubblica, ma la risoluzione dei problemi interni del PD che, da 54 giorni, si sta costringendo ad assistere alle faide oscene del suo Infinito Congresso.
Perché, sia chiaro, la colpa non è di Grillo, che ha raccolto in modo astuto la protesta di chi non ce la faceva più; o di Berlusconi, che è sceso in campo esattamente la sera in cui si è saputo che il candidato premier sarebbe stato Bersani. No, la colpa è proprio del PD, che ci ha trascinati e che ci tiene con la testa affondata in questa latrina.
Ritengo che non ci troveremmo in questa situazione vomitevole, se dalla dirigenza del PD fosse arrivata, sin dai tempi delle primarie, una chiara indicazione a non votare per Pierluigi Bersani, uomo di D'Alema e della dirigenza più retrograda da di questo partito, superato dai tempi e dalle logiche, espressione ormai non già del vecchio Partito Comunista - e che quindi avrebbe dalla sua almeno un po' di Storia - bensì di uno qualunque di quelle lobby da prima Repubblica che il partito che fu fondato a Livorno nel 1921 da Gramsci e Bordiga tanto osteggiava.
Il disallineamento con la realtà oggettiva, la perdita totale di qualunque connessione con non solo con la propria base ma anche con la gente comune, anche con quelli che non erano gli elettori del vecchio PCI ma che potevano eventualmente e occasionalmente essere recuperati alla Causa, l'incapacità ormai dimostrata di non saper o non poter sostenere una linea politica che sia una, la totale mancanza di autocritica, la presunzione arrogante propria di chi pensa sempre comunque di essere nel giusto hanno portato ormai questa accozzaglia di gente - cui pure io ho dato il voto - a lottare semplicemente per sopravvivere, per mantenere una poltrona, per conservare i privilegi che vengono garantiti dall'essere parte integrante di quella Casta che una volta avrebbero osteggiato.
I continui messaggi a Grillo che lo insulta; le metafore infantili; la mancanza di una linea politica attendibile; l'evidente e tenace arroccarsi su un progetto di poltrona; le infinite consultazioni con enti di nessun interesse; la tenacia metodica con cui ha bruciato prima Marini, e poi Prodi; la mancanza di motivazioni nel rifiuto di Rodotà, che pure è uomo PD; tutto concorre a disegnare un fallimento miserabile, quasi Bersani fosse una specie di Re Mida al contrario, uno che tutto ciò che tocca diventa merda. E' oggettivamente difficile essere così continuativi nelle figuracce, così metodici nell'incapacità.
Bersani ha fallito completamente, ma oltre a lui ha fallito un'intera classe dirigente che si è arroccata sulla propria presunta - e, a conti fatti, inesistente - supremazia intellettuale, come se fosse un valore su cui costruire una società migliore.
Hanno perso completamente di vista il Sol dell'Avvenire, le lotte operaie, gli ideali di giustizia sociale, quel libertè, égalitè e fraternitè di cui si erano sempre proclamati eredi, barattando la loro vocazione alla tutela degli oppressi in cambio di una presunta supremazia intellettuale che si sono arrogati più per mancanza di alternative che per meriti reali.
Hanno fallito su tutti i punti; e sarebbe un errore pensare che la colpa sia solo di Bersani, burattino nelle mani di personaggi molto più scaltri di lui, e sicuramente pronti a saltare sul carro del prossimo vincitore.

Oggi sentito alla televisione due commenti di giornalisti: uno è Alessandro Sallusti, l'altro è Antonio Padellaro. Sallusti si augura che Napolitano accetti la rielezione, patrocinando in tal modo la possibilità che si sviluppi quel governo delle larghe intese che darebbe modo a Berlusconi di poter perpetuare la propria insopportabile presenza alla guida del paese. Mi risulta difficile capire con chi dovrebbe fare questo tipo di intesa, giacché Bersani dovrebbe teoricamente abdicare; ma non è questo il punto.
Invece Padellaro, in modo secondo me molto più corretto, si augura che Napolitano non accetti mai una prospettiva del genere.
Sono ovviamente con Padellaro: non è nemmeno lontanamente pensabile che a quasi due mesi di distanza dalla fine delle elezioni che, volenti o nolenti, a torto o a ragione, hanno di fatto sancito un cambiamento epocale nel nostro paese, siamo ancora qui a menarcela con gli attori della precedente commedia che tanto volevamo finisse.
Per cui diamoci da fare a trovare un Presidente, non obbligatoriamente esponende del PD, condiviso dal tutte le forze politiche in campo, auspicabilmente non ottuagenario, che detti le regole di una linea politica che sia finalmente espressione di quello che è saltato fuori dalle ultime elezioni.
Da vero liberale quale sono, auspico che il PD si trovi un leader che faccia piazza pulita di tutti cascami di una generazione che non ha più nessuna ragione di essere o di dettar regole, che trovi nuovi canali di comunicazione abolendo una volta per tutte una presunta superiorità morale che non esiste e non ha nessuna ragione di essere, che si impegni a collaborare per governare questo porco paese

lunedì 25 febbraio 2013

Il vero vincitore delle elezioni

Lo dico subito: ho votato PD e Ambrosoli. 
L'ho fatto con lo scopo di dare governabilità al mio Paese.
L'ho fatto perché nella mia idea di democrazia c'è il concetto di alternanza.
L'ho fatto perché nella mia idea di democrazia c'è un riferimento a liberal-laburismo che rimanda al "Giornale" di Montanelli, che non ha nessun riferimento con le (mezze) figure attuali ma insomma, ce lo siamo detti mille volte, qualcuno ci dovrà pur governare, e allora...

...e allora eccoci qua, a commentare l'ennesima affermazione di Berlusconi, a inveire contro quelli (chi? dove sono?) che l'hanno votato, a chiederci che Paese sia quello che dà i voti a un vecchio puttaniere bugiardo che ha già mentito troppe volte e che lo farà ancora.
Ma il problema, paradossalmente, non è lui. E nemmeno quelli che lo hanno votato.
Il problema è il PD di D'Alema, quello che impone un cavallo bolso inguardabile alla testa del Partito e come proposta di capo di governo, ottenendo così i seguenti risultati:
  1. perde - non nei numeri, ma di fatto: così non governa - un giro elettorale già vinto
  2. riporta in sella Berlusconi
  3. fa perdere faccia e credibilità non solo al proprio elettorato, ma anche all'Italia intera
Esagero?
Non so, proviamo ad analizzare; poi decidete voi.
Al momento delle Primarie, il PD era largamente in testa ai sondaggi - d'accordo, per quello che valgono - con la prospettiva di un cavallo di razza che stava sgomitando per svecchiare l'ambiente e per mandare a casa quelli che ormai erano in sella da tanto, troppo tempo. Inutilmente, per di più. Ricordate una sola battaglia politica vinta da D'Alema?
Ora io, medico e poco esperto di cose di sinistra, sono sicuramente l'ultimo adatto a giudicare i sofismi dei politici di sinistra (che molte volte mi ricordano il vecchio Tafazzi), ma Renzi, con un programma vario, articolato e interessante, con un'idea di Sinistra moderna e riformista, e soprattutto con l'idea di lasciare a casa D'Alema, sembrava o non sembrava una prospettiva interessante?
Secondo la dirigenza PD che ha imposto Bersani - e gli elettori che hanno avallato, ovviamente - no. 
La lungimiranza di questa scelta si appalesa in tutto il suo splendore oggi, regalando a Bersani il giusto premio di una campagna elettorale pietosa. Al momento in cui scrivo ha una maggioranza talmente risicata che, di fatto, non può governare.
Il giorno dopo le Primarie PD, Berlusconi entra in campagna elettorale. E lo fa a modo suo: invadendo ogni canale di comunicazione con un presenzialismo ossessivo, cui Bersani risponde con battutine da grossolano gentleman farmer. Peccato che questa campagna elettorale, in cui il segretario PD sembra capitato per caso, sia stata caratterizzata da un lato dai vaffanculo di Grillo, e dall'altro dalla reiterazione delle false promesse di Berlusconi.
Il risultato è sotto ai nostri occhi: la lieve maggioranza PD è in realtà un pareggio a tre, anche perché - allo stato - non c'è l'idea che Grillo possa allearsi con qualcuno: e così, con questi numeri, non si governa.
Ora, possiamo menarcela finché vogliamo sugli italiani che votano Berlusconi, ma la verità è questa: la colpa di questo risultato elettorale non è di Berlusconi che ha fatto di tutto per vincere, ma è solo del PD che ha fatto di tutto per perdere.

E' probabile che presto torneremo a votare. 
Spero che il Partitone faccia tesoro della (e)lezione e si liberi in un colpo solo dei vecchi catenacci affidandosi - com'era già logico alle primarie a tutti, eccetto per chi non l'ha votato - a Matteo Renzi, l'unico vero vincitore di queste inutili elezioni

giovedì 23 agosto 2012

Una questione di dignità


Ze Love è il nom de plume di tale Ze Eduardo, oscuro e scarsissimo giocatore brasiliano in forza al Genoa e oggetto, qualche giorno fa, di rapida trattativa fra Galliani e Preziosi.
In sintesi, il brasiliano ha giocato la scorsa stagione 8 partite, con uno score personale di 0 gol fatti: pochini, se consideriamo che Ze Love sarebbe nominalmente un attaccante e come tale sarebbe stato preso “in prova” da Galliani. In altre parole: il giovanotto viene trasferito a Milanello e provato da Allegri. Se convince, rimane in prestito con diritto di riscatto; altrimenti torna a casa.
Ora, si può stare a discutere sino a domani mattina se sia etico stare anche solo a perdere tempo in “prove” su uno scascione che, nel Genoa, in 8 partite ha fatto 0 gol; ma tal dei tempi è il costume e questo è il pane che il tifoso milanista deve mangiare, dopo aver applaudito – nello stesso ruolo – gente non dico come Marco Van Basten, Filippo Inzaghi, Andriy Shevchenko e George Weah, ma anche come Oliver Bierhoff o  John Dahl Tomasson (il caro, vecchio Salmone di buona memoria), tanto per fare i primi nomi che mi vengono in mente.
Ma il nodo è stato sciolto proprio da Ze Love il quale, ferito nell’orgoglio dalla proposta di una “prova” nel Milan,  si è opposto alla formula ottenendo un sano calcio nel culo da parte di Ariedo Braida, che l’ha giustamente rispedito al mittente.
E qui si impone una piccola riflessione.

Come giustamente notato dal mio dentista personale, amico fraterno e grandissimo tifoso rossonero Enrico Barani, è dai tempi della cessione di Shevchenko al Chelsea che siamo diventati lo zerbino d’Europa. Il trend attuale non fa altro che peggiorare questa scarsa considerazione.
Ci continuano a dire che il Milan è il club più titolato al mondo? Chi se ne frega! È roba vecchia. persino all'Inter si sono già dimenticati del Tromb-one e del triplete, che pure è più recente.
L’attualità ci dice che il presidente vicario del Milan – uno che fortunatamente almeno ci capisce di calcio a sufficienza per limitare i danni – da molti anni va in giro a pietire prestiti non solo presso le altre squadre nazionali – e sarebbe anche il meno – ma soprattutto internazionali.
Col risultato che i dirigenti di questi club si divertono a irridere Galliani e soci come sta facendo non solo il Real con Kakà (avanzo improponibile del grande campione che fu), ma persino il Montpellier con tale Yanga Mbiwa e il Marsiglia con l’altrettanto sconosciuto Kolou, valutati dai loro presidenti cifre che suonerebbero indecorose persino per Messi o Cristiano Ronaldo.
La conclusione è che allo stato attuale delle cose, chiunque può farsi beffe del Milan; e la colpa, ovviamente, è solo della dirigenza.
La proprietà si fa bella del ripianamento del bilancio grazie alla vendita dei pezzi più pregiati, ma ignora – o fa finta di ignorare – che:
1.     di circa 10 giocatori scomparsi dall’organico, perché venduti (Thiago Silva e Ibra) o a fine contratto (come Seedorf e Nesta), non è stato rimpiazzato nessuno. Questo perché nessuno dotato di buon senso considera Pazzini un sostituto di Ibra o – peggio ancora – Montolivo l’erede di Seedord. Ai tempi che furono, questi onesti gregari si sarebbero sistemati nella posizione più logica per loro: la panca
2.     la storia dei prestiti sta coprendo il Milan di ridicolo. Con questa politica il Milan può assicurarsi i servizi solo di vecchie ex-glorie bolse, oppure di scartine di terzo-quarto profilo
3.     una squadra perdente è una squadra che non guadagna. E il Milan di adesso non può ambire di andare oltre il 5° posto in classifica del campionato italiano, atteso che invece in Europa non andrà – se va molto bene – oltre gli ottavi

Questa squadra triste, malata nel gioco e povera di contenuti; questa squadra che va a prostituirsi per avere in prestito giocatori di livello infimo, buoni solo per una partita parrocchiale, spacciandoli per progetti di campioni, ma solo se si propongono per la mano della figlia del presidente; questa squadra che una volta veniva considerata punto di arrivo per qualunque top player, adesso viene rifiutata da un oscuro pedatore che di brasiliano ha solo il nome, mentre il soprannome fa più pensare al Buddy Love del “Professore matto” portato in scena prima da Jerry Lewis e poi da Eddie Murphy.
La colpa, ovviamente, non è di Ze Love, che si fa i suoi interessi e che giudica secondo quello che vede.
No, la colpa è di una dirigenza sciagurata che ha fatto di tutto per rovinare la reputazione e il prestigio di quella che – una volta – era davvero la squadra più forte del mondo, che umiliava il Real Madrid al Santiago Bernabeu o il Barcellona predestinato a vincere la Coppa dei Campioni.
Non voglio la razza padrona, non pretendo tanto: i tempi sono cambiati.
Chiedo solo di non rinunciare completamente alla dignità della primogenitura per un lurido piatto di lenticchie. Alle volte c’è più dignità nella povertà vera, che non nella falsa ricchezza

martedì 1 novembre 2011

Mi piace Matteo Renzi

Mi piace Matteo Renzi.
No, non ho deciso di accodarmi al messia di turno; semplicemente penso che la sua sia una faccia presentabile di uno che dice cose di Sinistra (maiuscolo) in un mondo come il nostro in cui la sinistra (minuscolo) sembra abbracciare un unico pensiero praticabile, e cioè far fuori l'attuale premier; oppure cavalcare come al solito il sindacalismo becero, quello che fa dell'intransigenza non una battaglia per i lavoratori, ma uno specchio per il narcisismo dei leader.
Credo che la Sinistra (maiuscolo) sia qualcosa di più e di meglio.
Per uno come me che non si riconosce in questa destra (minuscolo) rappresentata dal governo attualmente in carica o, in alternativa, dal presidente della Camera, Renzi è qualcosa in più di un compromesso.
Leggendo i famosi cento punti (vedi il link) mi rendo conto che quello che cerco veramente sempre di più nella politica che pure ho tolto dalla mia vita da 4-5 anni è una specie di socialismo riformista simile a quello che esiste in Paesi civilizzati come la Svezia.
Di Idee e Ideali ancora rappresentati da gente come quella che è all'opposizione e avversati - almeno a parole - da quelli al governo, ne ho formalmente piene le palle: troppo vecchi gli uni e gli altri, ma soprattutto ancora troppo attaccati all'idea bicefala di un partito che li governa e un altro da odiare. Questo atteggiamento - che per me è il vero "centrismo", cioè tutto ciò che ha bloccato l'Italia sin dal momento della fondazione della Repubblica - deve essere superato da una politica che pone l'uomo nella comunità al centro dei propri interessi.
Utopia? Illusione?
Forse. E comunque, come ho detto più volte, non ho nessuna intenzione di dare più il mio voto a scatola chiusa a qualcuno, anche se mi è istintivamente simpatico come Renzi: ammesso e non concesso che scenda in campo, dovrà prima dimostrarmi che ha veramente intenzione di mettere in pratica quello che promette; di inculate ne abbiamo già prese a sufficienza da altri personaggi che hanno stipulato contratti con gli italiani. Io come tanti altri. E siamo in tanti: siamo tutti quelli che non votano più per nessuno.
Ma per l'intanto, l'aspetto che mi sembra più incoraggiante è il fatto che Renzi stia notevolmente sulle palle dei notabili del suo partito, a cominciare dall'omino che lo presiede; che sia detestato da quelli che ormai erano pronti ad appropriarsi di tutta la sinistra, dandole dei connotati che non ha se non in parte; e che sia massacrato da buona parte della bloggosfera che preferisce riconoscersi in altri modelli già collaudati di comodo antiberlusconismo, di partitocentrismo eliotropico o di partigianeria militante e eloquente. E che piuttosto che un uomo dichiaratamente di Sinistra, preferiscano eleggere a proprio simbolo il presidente della Camera, ex fascista prestato al trasformismo opportunista e, per questo motivo e per episodi personali recenti, totalmente privo di credibilità, destinato solo a fare lo zerbino - lui e il suo risicatissimo gruppo - di quei personaggi di cui è diventato l'enfant gatè.
Concita De Gregorio, dalle pagine di Repubblica, fa il solito lavoro obliquo del commentatore di sinistra che  capisce ma fa finta di non capire e parla ancora di militanza di base, di "partito che lo ha portato" lì, di "sostegno economico e organizzazione".
Ma la base del PD ormai non esiste più, la sinistra ha solo un'anima, quella che finirà con la morte fisica o politica di Berlusconi, quella che non servirà per ricostruire; e tutti devono sforzarsi di ri-conquistare alla politica quelli come me, quelli che non si riconoscono in nessuno, i delusi, quelli che nella cabina elettorale hanno incrociato le braccia.
Se Renzi ha voglia di conquistarmi, si dia da fare

domenica 6 febbraio 2011

Ah, dov'è il perfido!

Questa è la storia di un accentratore pazzesco, un libertino audace che vive solo per soddisfare le sue brame, soprattutto in fatto di donne. Le preferisce giovani, acerbe, da spiumare, ma non disdegna quelle più vecchie per il solo "piacere di porle in lista".
Uno che non disdegna di far fuori quelli che si frappongono fra lui e il conseguimento del suo obbiettivo, e che disdegna la Legge, sia essa umana o Divina poco conta: conta solo lui.
Intorno a lui, una sfilza di persone di nessun talento né spessore, che vivono solo in sua funzione, per lui o contro di lui poco conta: cesseranno di esistere nel momento in cui lui non ci sarà più.
E lui, che continua la sua carriera di libertino, che si beve la vita conscio dell'approssimarsi della fine di essa, riesce ad assumere una dimensione torva e quasi eroica di fronte alla pochezza, alla nullità di coloro che lo circondano, sino al momento in cui il terribile Giudice - il Commendatore - lo trascinerà all'inferno.
Vi sembra qualcosa di già sentito?
Sfido, io: è la trama del Don Giovanni, di Lorenzo Da Ponte e Wolfgang Amadè Mozart.
E poi c'è chi dice che le opere liriche non sono attuali

Massimo D'Alema con i baffetti curati con gli occhiali scuri con il sorrisetto tutto tirato da un lato pronuncia la fatidica sentenza: "Berlusconi se ne deve andare" ma, non diversamente da un qualsiasi Leporello, non sa che altro proporre. 
Anche lui andrà in osteria a cercarsi un padrone migliore; non credo saprebbe fare altro

mercoledì 3 novembre 2010

Il capo di gabinetto

Non so se sia peggio lui o quelli che lo difendono.
Perché è indifendibile, davvero; e sarebbe il caso che ci riflettessero Feltri e Sallusti, invece di continuare ad affossare il mio caro, vecchio Giornale con campagne che tradiscono il pensiero liberale di cui fu l'unico alfiere in una stagione difficile.
E' in una posizione in cui non può né fare, né dire tutto il cazzo che gli passa per la testa. O meglio: lo può anche fare e dire, ma a casa sua e per conto suo, o con i sicofanti suoi abituali ospiti; non pubblicamente di fronte alle telecamere di tutto il mondo. E sia chiaro: non lo dico per fare - come tanti, in questo momento - il finocchio con il culo degli altri.
In questa miserabile farsa che, per i riferimenti al machismo perennemente esibito non come un plusvalore (e poi dicevano di Bossi...), ma come unico attributo possibile per un "vero" uomo e che ai tempi avrebbe potuto essere il plot narrativo di una pellicola con Alvaro Vitali, Bombolo e Cannavale si pone, per il protagonista, una questione di indecenza e di inadeguatezza al ruolo pubblico che ricopre. Lo dico con tristezza, visto che il principale attore di questa farsaccia dovrebbe essere il personaggio che, oltre a governarci, maggiormente ci rappresenta all'estero. E invece, all'estero, in quell'estero in cui una volta l'Italia era soprattutto pizza, mandolini e mafia, vedono adesso come immagine rappresentativa dell'Italia un primo ministro che va a troie, e questo sarebbe il meno, se non fosse che poi ogni professionista contattata dall'insaziabile premier si sente in dovere di scrivere un libro di memorie neanche avesse avuto un'esperienza con Rocco Siffredi; insidia le ragazzine, le paga, le riempie di regali, inventa palle per loro, ci scherza sopra come se nulla fosse; e, in ultimo, per confermare al mondo la potenza della sua generosa virilità, fa battute sui gay, e cara grazia che non ha usato termini come froci, o checche, o culattoni, che forse però in fondo avremmo accolto come una manifestazione di sincerità, perché questo ricorso al forbito eufemismo decisamente non si addice al Berlusca.
Sia chiaro: non me ne importa nulla del risentimento di Vendola, di Grillini, di Cecchi Paone o - chissà - di George Clooney, anche perché in questa squallida corsa al ribasso tutti, nessuno escluso, fanno e faranno abuso di ipocrisia.
In momenti come questi sono costretto a riabilitare la memoria di un vecchio gangster come Bettino Craxi, uno che i cazzi suoi se li faceva alla stragrande e con ben altro stile; per non parlare dei vecchi patriarchi della politica italiana. E senza citare gli Intoccabili, come Andreotti o Forlani - che pure mai si sarebbero sognati uscite o atteggiamenti di questo genere, qualunque sia il giudizio morale che di essi si possa dare - persino Giovanni Goria, politico di modesto profilo della prima repubblica e ormai semidimenticato, al confronto sembra Neville Chamberlain

venerdì 6 agosto 2010

Dum Romae consolitur, Saguntum expugnatur


Mi ero ripromesso di non parlare più di politica su questo blog. È ben vero che in un blog che, nelle intenzioni del suo redattore, partiva con l'idea di collezionarvi tutto il peggio che un essere umano può dare, la politica italiana ci sta a meraviglia; ma a tutto c'è un limite, anche per un cultore indefesso del trash come il sottoscritto.

E tuttavia, persino a voler chiudere gli occhi e far finta che non esistano i tristi figuri che occupano indegnamente gli scranni parlamentari, il rumor della loro Chanson des gestes è talmente raccapricciante da costringermi ad occuparmene, sia pure nel modo più superficiale possibile.

Lo spettatore medio, anche quello meno sentimentale e più smaliziato – quello cioè che, come il sottoscritto, ha deciso ormai da anni di astenersi dal prendere una posizione per l'una o per l'altra orrenda fazione – rimane orripilato dallo squallido spettacolo che stanno offrendo gli indegni guitti da avanspettacolo che, in guisa di protagonisti o comparse, prendono parte a questa farsa.

Il buon Marco Travaglio, un elemento di tipo eminentemente distruttivo ancorché dotato di prosa gradevole, si chiedeva non senza arguzia che cosa cazzo stiano pensando a sinistra di una maggioranza che si sta sfaldando per conto proprio pressoché senza nessun aiuto da parte dell'opposizione sempre più delegata al solo Antonio di Pietro e come penserebbero – ammesso che qualcuno pensi – di proporsi per un'alternativa credibile e praticabile.

Dum Romae consolitur, Saguntum expugnatur; né d'altra parte si potrebbe pretendere che in un'opposizione affidata alle esternazioni del solo Franceschini (…) ci possa essere qualcuno in grado di prendere una decisione. Ora, se è vero che di Franceschini in astratto ce ne potremmo fregare e non cambierebbe assolutamente nulla per le italiche sorti, è anche vero che un'opposizione non può ridursi solo al povero Dario, tanto più in un contesto così incerto e complesso come questo.

Proviamo ad analizzarne brevemente i confini:

Il premier, a seguito di un calcolo di rara incoscienza, si trova in una situazione assolutamente analoga a quella che si trovò a gestire Prodi nel suo ultimo (speriamo in tutti i sensi) mandato: e per governare non si può contare su maggioranze variabili e umorali. C'è da dire che Prodi si trovò, almeno entro certi limiti, suo malgrado a dover fare conto su quelli che vennero sapidamente definiti i “voti dei pannoloni” (alludendo alle presumibili problematiche idrauliche dei senatori a vita), Berlusconi invece se lo è cercato.

Che Fini fosse di difficile gestione lo si sapeva benissimo sin dall'inizio. Non ho nessuna intenzione di entrare nel merito della ragione o del torto, discorso sempre capzioso e manicheo: dico solo che portarsi in squadra uno che è rampante da anni senza trovargli una collocazione che sia quanto meno dialettica è da sprovveduti. Tirargli un calcio in culo senza fare due conti sui numeri in Senato e alla Camera è giocare con la pelle degli italiani, ed è una cosa che personalmente non perdonerò mai al premier (unitamente alla squallida e miserabile figura fatta con l'elezione, subito ritirata, di Brancher al Ministero per il Federalismo).


Le elezioni anticipate in autunno potrebbero essere l'unica soluzione per risolvere il problema nel rispetto della volontà degli elettori che non ha votato per un terzo polo, o per la costituzione del gruppo Futuro e Libertà. Questo per stare alle strette regole di democrazia. Il problema, se vogliamo, è che:

  1. la sinistra, con l'eccezione di IdV, non solo non è pronta per una tornata elettorale, ma ne è addirittura terrorizzata. Non hanno un leader carismatico, non hanno un'idea che sia una, non hanno nemmeno una bandiera che li raccolga. L'unico rischio che corrono veramente è di finire in bocca al solito D'Alema, uno che cura solo ed esclusivamente i propri interessi avendo ormai da anni perso i contatti con la base elettorale (se mai li ha avuti), come dimostrano le recenti primarie delle Regionali in Puglia in cui il Baffo cercò di insediare un suo accolito di partito invece che Vendola, ovviamente premiato dagli elettori che se ne fregarono delle indicazioni del fine stratega di Gallipoli

  2. la destra vincerà, ma frammentata in due tronconi. Chiunque dei due abbia la maggioranza relativa (verosimilmente ancora Berlusconi, che potrà contare su Bossi), non potrà prescindere da un accordo con l'altra fetta per riuscire a governare. Quindi, esattamente la situazione in cui ci troviamo adesso; col che, mi chiedo, val la pena di spendere un sacco di soldi pubblici per indire elezioni inutili che non risolveranno il problema?


Il governo delle larghe intese è una prospettiva ripugnante, ma nondimeno corre il rischio di essere l'unica praticabile, col programma di completare una delle legislature più pietose che si ricordino negli scenari politici italiani. Che sia affidato a Tremonti, Letta o altro personaggio presentabile anche all'opposizione, di una cosa si può essere sicuri: sarà una lenta agonia che procederà a colpi di fiducia sino a che si creerà nell'elettore moderato (il vero ago della bilancia) quello stato di disgusto.

Al termine di questa orrida pantomima, che sia in autunno o al termine della legislatura, si tornerà al voto, con un'unica certezza: vinceranno gli astensionisti, quelli che non ne possono più di questi cialtroni che insozzano con le loro miserie l'agone politico, che non si riconoscono in nessuna faccia, che non vogliono più dare fiducia a nessuno, almeno sino a che non si concretizzerà l'uomo nuovo, quello cioè che nel 1994 fu Berlusconi e che, per adesso, non ha ancora nessun connotato.

In altre parole, il destino più probabile delle italiche sorti è affidato, una volta di più, al populismo nel senso più deteriore del termine: aspettiamo con ansia il manifestarsi un arruffapopoli che prenda il posto di un altro nel cuore degli elettori.

Siamo onesti: ci interessa veramente una politica così?

Scusate la parentesi: da domani tornerò a parlare d'altro

PS: per regalarvi qualcosa di politico ad un livello decisamente più alto, eccovi il duetto fra Filippo II e il Grande Inquisitore tratto dal "Don Carlo" di Giuseppe Verdi: l'Impero contro la Chiesa Militante. Cantano due giganti come Nicolai Ghiaurov (Filippo) e Martti Talvela (l'Inquisitore). Paulo maiora canamus...



domenica 13 dicembre 2009

La giustizia a Montenero di Bisaccia


"Berlusconi con i suoi comportamenti e il suo menefreghismo istiga alla violenza".
Questo il signorile commento di Antonio Di Pietro, leader di uno dei partiti dell'opposizione, all'aggressione subita da Berlusconi oggi in Piazza del Duomo a Milano.
Equilibrato, raffinato e democratico come sempre, l'ex piemme - noto ai più per aver detto, nell'esercizio delle sue funzioni di magistrato "Io questo lo rovino", sempre riferito a Berlusconi, dimostrando quindi di accostarsi al suo compito con serenità di giudizio e moderazione - ci tiene a distinguersi dalla massa di beoti che compongono l'opposizione con uscite ricche di humour come quella quotata.
Non diversamente da Peppone - il ben più simpatico sindaco comunista uscito dalla penna di Giovannino Guareschi - che apostrofava Don Camillo dicendogli: "Voi siete una provocazione vivente", l'omino di Montenero di Bisaccia giusitifica l'aggressore che, alla fine dei conti, non ha fatto altro che piegarsi ad un istinto naturale: uccidere Berlusconi, o morire nel tentativo.
Ho la sensazione che Berlusconi continuerà a sopravvivere a questi attentati di scarsa entità (ricordiamo il famoso episodio del treppiede, che fece mobilitare i blogger più progressisti d'Italia costringendoli ad una colletta per ricomprare il cavalletto al fotografo che l'aveva lanciato contro il Presidente del Consiglio) che otterranno i soli effetti di scatenare l'indignazione di Emilio Fede e di incrementare la sua popolarità.
Per cui, il consiglio che mi permetto di dare al democratico e pacato Statista molisano è di alzare un po' il tiro delle sue esternazioni, e di suggerire direttamente a tutti gli psicopatici d'Italia di uccidere Berlusconi, evitando queste tappe intermedie che ci sembrano nuocere alla causa

domenica 25 ottobre 2009

Un chirurgo per il PD


Sono molto incuriosito dagli esiti delle primarie del PD. All'una oltre ottocentomila persone avevano votato nei chioschetti dimostrando con i fatti una voglia di "far politica" che non può che fare onore, soprattutto se consideriamo il momento attuale in cui, alle ninfette ed escort del Premier, vengono contrapposti trans e drag queen dell'opposizione. Il che, se ci pensiamo, non dovrebbe stupire: a parte la corrente teo-dem della Binetti, esiste nel PD un'anima trasgressive che si contrappone alla fallocrazia berlusconiana.
A parte le facezie, devo dire che sono rimasto discretamente colpito da Ignazio Marino. Sarà che mi accomuna a lui la professione, ma devo dire che c'è stata molta dignità nelle considerazioni che ha fatto al solito giornalista che gli chiedeva se si sentisse ago della bilancia nella sfida fra gli altri due contendenti: "Io non voglio essere l’ago della bilancia come dicono. Dario, Pierluigi davvero siete così intrisi delle vecchie posizioni da non capire che qualcuno vuole correre solo per le sue idee?".
Ecco: a Sinistra c'è qualcuno che parla di idee! Poi, si capisce, l'antiberlusconismo non manca mai, ma c'è finalmente qualcuno che rifiuta i modelli precostituiti e mette in campo le proprie idee!
Non quindi - per dire - un Franceschini che di idee non ne ha mai avute e che il meglio che ha pensato, per stimolare gli elettori a votarlo, è di promettere di eleggere come vicesegretari una donna e un africano. E neppure un Bersani che, al di là della simpatia umana che mi suscita per il suo essere un vecchio comunistone emiliano col sigaro in bocca e le maniche della camicia arrotolate come un Peppone qualsiasi, dimostra di essere ancora arroccato sul Sinistrese come unico mezzo di comunicazione.
Marino mi sembra la vera novità di questa simpatica kermesse che ormai segna in modo democratico le scelte del partito omonimo ma che - per inciso - mi pare che porti una sfiga orrenda al medesimo. La mia speranza è che ce la faccia e che la gente lo scelga per le sue idee, visto che Berlusconi sta subendo l'attacco finale e - mia idea, potrei ovviamente sbagliare - non credo che arriverà indenne alla fine della Legislatura

venerdì 9 ottobre 2009

I primi della classe

Sto ultimando in questi giorni una lettura particolarmente interessante. È un ottimo libro di Luca Ricolfi, pubblicato da Longanesi, e si intitola “Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori prima e dopo le elezioni del 2008”.

Per chi non lo conoscesse, Luca Ricolfi è Professore straordinario di Metodologia della ricerca psicosociale, presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino nonché direttore dell'Osservatorio del Nord-Ovest. Segni particolari: è un uomo di sinistra, giustamente preoccupato della piega pericolosa presa dalla sua parte politica. Contrariamente a molti uomini di sinistra, si preoccupa anche di cercare di capire le cause della flessione della sua area politica e le ragioni del successo della parte avversaria. Ne è nato questo libro – che si legge molto facilmente grazie ad una chiarezza espositiva che trova pochi confronti nella letteratura politica – che è una disamina acuta, precisa e ficcante delle ragioni che hanno portato la Sinistra ad una sconfitta pesante nel 2001, alla vittoria risicatissima del 2006 (quando, per usare un francesismo, avrebbero dovuto spaccare il culo ai passeri) che ha portato al fallimentare governo Prodi bis e ad una sconfitta catastrofica nel 2008.

Ricolfi ha un’impostazione molto lucida che lo porta ad identificare quattro problemi, i primi tre dei quali sono verbali:

  1. l’utilizzo di schemi secondari. Si tratta delle “scuse” con cui giustificare i propri fallimenti: qualcosa di simile a quello che dovettero inventare i Testimoni di Geova quando non si verificò la fine del mondo preconizzata da Rutherford. Di questo ambito fanno parte anche le giustificazioni per i massacri stalinisti, giudicati una fase transitoria e necessaria, e analogamente le repressioni di Praga, la strage di Piazza Tienanmen o i massacri di Pol Pot. Di questa categoria, inoltre, fanno parte tutte le ragioni che dovrebbero spiegarci perché un determinato lavoro pubblico fatto da Prodi sarebbe una grande opera, e fatto da Berlusconi sarebbe un atto mafioso
  2. la paura delle parole e la ricerca angosciata e continua del politically correct. Questa tendenza è stata mutuata dall’America, ma non un’America reale, bensì quella immaginata dai nostri uomini di sinistra in modo non diverso da quella cui pensava Nando Mericoni/Alberto Sordi nel film “Un Americano a Roma”: quella cioè in cui al posto degli strani piatti inventati da Nando ci sono gli “I care”, i Kennedy reinterpretati da Veltroni, Clinton esponente oltreoceano dell’Ulivo planetario e via elucubrando. È quella tendenza per cui il cieco diventa “non vedente”, lo spazzino “operatore ecologico”, l’handicappato prima “disabile” e poi addirittura “diversamente abile”. È un linguaggio molto elegante e forbito, cui però non fa riscontro una realtà quotidiana
  3. il linguaggio codificato, quello che dovrebbe servire per parlare fra addetti ai lavori, e che in realtà serve solo a confondere le acque in casa propria, per nascondere agli stessi militanti il vuoto pauroso di idee e di mete da identificare
  4. il complesso di superiorità etica. Questo è l’aspetto più interessante, perché è intrinseco alla vocazione esclusiva della sinistra. C’è un atteggiamento sprezzante nella sinistra che parla sempre alla parte migliore del Paese, dando per scontato che la parte peggiore sia quella che ha dato il voto all’odiato Berlusca. Nell’ambito della parte politica avversaria la Sinistra identifica il cosiddetto elettorato motivato (quello, cioè, leghista e post-fascista), costituito dai duri e puri che non sono potenzialmente arruolabili; e l’elettorato affascinato, quello sostanzialmente rincoglionito dalla televisione ma potenzialmente redimibile. Questo criterio, che Ricolfi definisce “esclusivo” perché tende ad escludere aprioristicamente un’area giudicata degenere che non potrà mai essere recuperata alla causa dell’umanità, va contro decisamente al criterio definito “inclusivo” che invece è tipico di questa destra, che chiama alla raccolta tutti i potenziali elettori.

Quale scenario si prepara? Difficile da dire. Ricolfi molto saggiamente ammette che questa sinistra, per com’è messa, sembra vivere solo in funzione dell’esistenza di Berlusconi: ha perso da molti anni il suo elettorato tipico, la classe operaia è ormai definitivamente andata in paradiso oppure vota per la Lega, non è stato ancora identificato un nuovo elettorato e nel frattempo ci si continua a rifugiare in un linguaggio che sembra uscito dalla scuola dei dirigenti delle Frattocchie.

Potranno anche farlo fuori – di fatto ci stanno forse riuscendo – ma poi bisognerà sostituirsi a lui, riprendere a parlare, essere credibili, evitare gli schemi secondari, abbassarsi al livello dell’elettore (qualunque elettore), smettere di pensare di essere la parte migliore, quella che ha nel suo bagaglio genetico la superiorità morale, quando invece raccontano palle tanto quanto gli altri. Ricolfi cita – e giustamente – la promessa elettorale di Prodi. Nel corso del dibattito televisivo da Vespa, il pretone di Scandiano affermò categoricamente “Noi non met-te-re-mo le mani nelle tasche degli italiani”, agitando il ditone tanto per sottolineare il concetto. Infatti. Escalation spaventosa della pressione fiscale a cura dei due vampiri Padoa Schioppa-Visco; il cosiddetto “tesoretto” con cui hanno preso per il culo tutta la nazione; la presunta lotta all’evasione fiscale smentita clamorosamente dai fatti riportati da Ricolfi.

Si sveglino, i compagni: forse i tempi sono maturi ma, finito Berlusconi, non avranno più niente di cui parlare

mercoledì 7 ottobre 2009

C'è chi chi non ci sta e chi ci deve stare


Oggi la Corte Costituzionale ha espresso un importante giudizio sul lodo Alfano, quello cioè che stabilisce per postulato l'impunità per le quattro più importanti cariche dello Stato per tutta la durata del loro mandato.
E' - a mio modo di vedere - una decisione assolutamente giusta che afferma la bontà di uno dei principi costituzionali di base, e cioè che tutti gli uomini sono uguali davanti alla Legge e che rispondono delle loro azioni anche e soprattutto nell'esercizio di quelle funzioni che gli elettori hanno attribuito loro direttamente o attraverso il voto alle coalizioni che li sostengono.
E' una sentenza politica?
Dipende: se la applichiamo a un Mario Rossi qualunque, sicuramente no; se la applichiamo a Silvio Berlusconi, sicuramente sì, ma in fondo chi se ne frega? Se ha la coscienza tranquilla, non ha bisogno di un lodo Alfano per difendersi; se ha la coscienza sporca, allora è giusto che risponda alla Legge.
Il caso si potrebbe chiudere qui e non fornirebbe materiale per il blog di uno qualunque (come ho scelto di chiamarmi in onore di quel Giovannino Guareschi che da sempre è per me un modello di riferimento), se non fosse che questa sentenza della Consulta, giusta e doverosa, mi ha riportato alla memoria il buon vecchio Oscar Luigi Scalfaro, noto ai più per aver insultato a morte nel 1953 la Signora Edith Mingoni Toussan rea di offendere la morale girando per Roma con le spalle scoperte e per essersi coperto di disonore avendo indegnamente ricoperto la carica di Presidente della Repubblica dal 1992 al 1999. In data 3 novembre 1993, alle 22.30 in un messaggio trasmesso a reti unificate, il vibrante moralista novarese pronunciò con voce commossa il famoso: "A questo gioco al massacro io non ci sto!", riferendosi all'indagine per i fondi SISDE che, durante la sua permanenza al Viminale, avrebbero portato 100 milioni di vecchie lire (mica bruscolini) nelle sue tasche. Il pio Oscar attribuì l'accusa ai cascami dei disciolti partiti della Prima Repubblica che avevano complottato contro di lui e si avvalse, per sostenere la sua linea di difesa, di un "lodo Alfano" ante litteram: i magistrati ricorsero ad un'interpretazione piuttosto estensiva dell'articolo 90 della Costituzione che recita che "Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o attentato alla Costituzione". La faccenda dei fondi del Sisde non aveva nulla a che fare con le funzioni di Oscar Luigi Scalfaro quale Presidente della Repubblica, trattandosi di fatti avvenuti diversi anni prima, quando il Nostro sedeva ancora al Viminale. Ma la linea estensiva prevalse (citazione da www.loccidentale.it).
Nel 2008, l'ex Presidente della Repubblica che aveva scansato l'inchiesta con la sua forza di volontà e con l'intercessione di magistrati quanto meno compiacenti, dimostrando di possedere una faccia con un taglio verticale tale da ricordare altra sede anatomica, così si espresse in un'intervista al Corriere della Sera (sempre dal sito sopra citato): "Caro presidente [riferito a Berlusconi, ovviamente, ndr] - dice Scalfaro dalle colonne del quotidiano di via Solferino -, nell'interesse del nostro popolo, faccia un grosso sacrificio e affronti la sofferenza di una procedura dove penso che le sue dichiarazioni e l'appoggio dei suoi avvocati possano giungere a una soluzione di verità. Il servizio alla cosa pubblica molte volte porta a pagare un prezzo elevato, ma questo è infinitamente più meritorio che assumersi la paternità di una rottura e precipitare il Paese in uno scontro di cui non si comprenderebbe l'esito".

Senza commenti: qui l'esigenza era solo documentaria a beneficio di coloro che pensassero che il lodo Alfano fosse solo un'invenzione di Berlusconi.
La supposta (e l'aggettivo qui è fortemente voluto) autorità morale della Sinistra sarà oggetto del prossimo articolo che, lo premetto, prende spunto da uno splendido libro di Luca Ricolfi, sociologo e uomo di Sinistra che, se si presentasse alle elezioni, voterei oggi stesso ad occhi chiusi.
Nel frattempo, una volta di più e per ritornare a bomba: sono d'accordo con la sentenza della Consulta. Il lodo Alfano era un obbrobrio e doveva essere eliminato. Personalmente sono sempre stato contrario all'immunità parlamentare sin dai tempi della Prima Repubblica.
Ma, sempre nel frattempo, non ce li scaramellino (i coglioni, ovviamente) con lezioncine morali, perché abbiamo memoria lunga. Molto lunga.
E non ci stiamo