giovedì 20 dicembre 2012

il DECT e l'anatomia insostenibile

Nel posto ove lavoro ci hanno sostituito i vecchi telefoni da tavolo e il cicalino con un unico prodotto: ufficialmente si chiama DECT ed è così che abbiamo imparato a chiamarlo. E' sostanzialmente un cordless, di uso piuttosto semplice: la sera si dovrebbe evitare di portarlo a casa, preferendo invece la base che ne permette la ricarica; di giorno lo accendi, lo metti in tasca e oplà,ti segue dappertutto: reparto, ambulatorio, sala operatoria (ovviamente risponderà qualcuno per conto tuo).
Con questo oggetto malefico, nessuno è più sicuro; specialmente in certi momenti...
Come?
No, tranquilli, non è quello che pensate, si tratta solo del prosaicissimo cesso, il posto dove ogni tanto chiunque deve andare.
Una volta c'era il cicalino: suonava, lo guardavi, avresti risposto quando fossi uscito dalla ritirata.
Adesso, con il DECT, è tutto un altro paio di maniche.
Adesso devi rispondere.
E qui cominciano i problemi.

Oh, lettrice che ti appassioni alle mie sciocchezzuole, tu che sei donna di problemi non ne hai: ti siedi, e hai le mani libere.
Ma se sei un lettore, allora ti puoi rendere conto che la tua manualità sarà costretta, mortificata e corrotta; perché Madre Natura ci ha fatti diversi, e ci obbliga con una mano a aprire e tenere aperto; e con l'altra a prendere saldamente in mano il problema evitando quindi penosi - e per lo più ingiustificati - equivoci e paragoni con idranti e innaffiatoi.
Immagina la scena: con una mano apri, con l'altra tieni, e... il DECT che sceglie sempre di suonare in quel preciso momento?!?
No, decisamente tu - come Guccini de "L'avvelenata" - non hai più un momento tuo, nemmeno nel cesso.
E poi, non siamo mica donne: più di una-due cose contemporaneamente non riusciamo a fare

giovedì 22 novembre 2012

Contenuti statici e dinamici

Oggi Giacomo ha preso un 4 nel tema. La colpa - nonostante quello che si può pensare - non è della professoressa che ha proposto un signor tema: la differenza fra libri e tecnologia moderna; la colpa è di Giacomo e di tutti quelli come lui che non hanno capito che il vero argomento del tema era la differenza fra contenuti statici e dinamici.
Il che, conveniamone, è la vera sfida della cultura dei nostri tempi.

Ora, non voglio passare per il vecchio che in fondo sono, ma ai nostri tempi, quando non c'era Internet, eravamo costretti a fidarci dei libri, soprattutto dei classici, ma non solo. Io mi sono macinato l'enciclopedia di casa (la Ge20 De Agostini), mi macinavo giornali, leggevo anche la carta con cui l'ortolano di Cremeno avvolgeva l'insalata, leggevo persino i fotoromanzi Lancio se erano l'unica cosa a portata di mano. La pornografia di pronto consumo era quella de "Il delta di Venere" di Anais Nin, se non c'erano a disposizione  "Lando" e "Il tromba", che ti avrebbero costretto a penose figure di merda in edicola.
Si spaziava fra i "Promessi sposi", cui si era obbligati a scuola, e "La pelle" di Malaparte di cui a scuola non si parlava.
Si ascoltavano i Doors e i Pink Floyd molto prima dei Kiss e degli AC/DC.
E' grazie a queste sottili distinzioni che noi della mia generazione abbiamo imparato - spesso a nostre spese - le differenze fra i contenuti statici e quelli dinamici.
Essendo questo il vero scopo del tema proposto dalla professoressa di Giacomo, non posso dire di essere stato particolarmente meravigliato dal voto.
Dal mio personalissimo osservatorio, posso dire che i quindici-sedicenni di oggi non hanno riferimenti statici, perché lo stimolo è solo verso i contenuti dinamici, rispetto ai quali c'è un perenne atteggiamento di upfront; e i contenuti statici - quelli di un classico come "Guerra e pace" di Tolstoj, oppure la "Recherche" di Proust, sono considerati valori superati e privi di utilità prima ancora che di attualità.
Sia chiaro: non sono un ingenuo. So benissimo che è ovvio che sia così.
I contenuti dinamici sono comodi, sono in perenne rinnovamento, perdono di attualità il giorno dopo essere usciti. 
Confrontarsi con essi è facile, perché non richiedono impegno.
Confrontarsi esclusivamente con essi è fuorviante, perché fa perdere i riferimenti.
Oggi come oggi, se devo scrivere un articolo scientifico, mi scarico da Internet quintali di articoli che vengono pubblicati ogni giorno; ma la gastrectomia è sempre quella codificata da Theodor Billroth alla fine del 1800 e per l'infiammazione vale ancora la definizione di Aulo Cornelio Celso nel 35 d.C.
Mio figlio - e, con lui, tutta una generazione che fatico a capire (anche se temo che sia colpa del solito gap che si trasmette di generazione in generazione) - ha abolito tutti i riferimenti statici; ascolta un gruppo dal nome impronunciabile e sbuffa se gli faccio sentire non dico "In a silent way" di Miles Davis o "Atom heart mother" dei Pink Floyd, ma persino "Mezzanine" dei Massive Attack: come potrà riconoscere un classico e farsene guidare? 

Come potrai innamorarti senza aver prima amato Fermina de "L'amore ai tempi del colera"?
Pensaci, Giacomino!

venerdì 2 novembre 2012

In bianco e nero

Oggi ultimo giorno di Berlino. Scrivo dalla mia camera d'albergo che si affaccia sulla torre severa della Charité, l'ospedale-campus universitario probabilmente più importante della città. E' lì,il congresso: in quel posto che vide affermarsi il genio di Langenbeck, Virchow, Tiersch e Billroth. Si tratta dell'8° Congresso Mondiale sul trattamento dei tumori maligni del peritoneo.
Il congresso è stato molto più che interessante: le procedure di peritonectomia e perfusione ipertermica, e i trattamenti locoregionali in genere, si stanno ritagliando una fetta sempre più importante nella gestione dei pazienti affetti da tumore.
Rispetto a due anni fa, a Uppsala, c'è molta più gente. Si parla, ci si confronta; gli italiani sono incuriositi dal congresso che organizzeremo in Humanitas a marzo, il che - com'è logico - ci entusiasma.
Il grande Paul Sugarbaker mi firma il libro sul peritoneo che ci viene regalato nel kit congressuale.

Naturalmente c'è anche il tempo di girare per Berlino.
Strana città: non ho ancora capito se mi sia piaciuta o no.
Per come me l'avevano raccontata, me l'immaginavo più caotica, vitaiola. Ieri sera Andrea Brocchi e io siamo usciti a cena con Stefano Busoli della RanD e siamo andati nel grande Sony Center; siamo entrati in una tavola calda strapiena, che però alle 21.30 era quasi vuota.
Vicino al Duomo c'è il museo della DDR, meriterebbe un giro ma è troppo pieno di gente; fuori, uno fa il chiosco ambulante e vende il currywurst, la tipica salsiccia berlinese che assaggerei volentieri, se non fosse che Andrea me lo impedisce usando le stesse argomentazioni che userebbe Cristina, se solo fosse presente. Altri mercatini improvvisati vendono pezzi di DDR sotto forma di berretti e colbacchi militari, oltre agli immancabili pezzi di muro, che mi piace immaginare autentici (me ne compro uno) anche se so che sono farlocchi.


La porta di Brandeburgo è un pezzo di Storia importante della nostra vita; Stefano Busoli, che è più giovane di me di 12 anni, ricorda a mala pena quel 1989, io invece ho ancora in mente Slava Rortropovich che suona la Prima Suite per violoncello solo di Bach mentre abbattono il Muro e, insieme a esso, l'ultima dittatura tedesca. Qualche pezzo di muro residuo e una pista di mattonelle per terra ci ricordano ancora una delle più grosse assurdità dell'uomo; guardo i graffiti sul cemento ingiallito, e mi sembra di vedere raffigurato l'urlo di Peter Fechter e, con lui, quello di un'umanità offesa.
Andando verso Potsdam, passiamo accanto all'angosciante Monumento per gli Ebrei assassinati d'Europa, costruito su un territorio di proprietà della famiglia Goebbels; è l'unico riferimento consapevole che troviamo al Nazismo e alla Shoah. In paragone, è molto più impressionante il ricordo del Muro, sicuramente molto più vicino temporalmente, ma  credo che la ragione sia nel fatto che nessun tedesco voglia ricordare gli orrori del Terzo Reich.


La città è stata ricostruita molto bene dopo la Guerra, con esempi di architettura audace e molto bella, come questa che segue, che è la già citata piazza Potsdam:













Oppure come quest'altra che segue, che è il fantasmagorico Sony Center:













Ma il posto più inquietante, quello che sembra rappresentare ancora l'anima di questa strana città, è ancora una volta l'ennesima traccia della DDR, probabilmente la più inquietante: il checkpoint Charlie.
Nonostante tutto, so che è questa l'immagine di Berlino che mi porterò dietro, ed è una foto che scatto volutamente in un bianco-nero angosciante, tetro e opprimente.
Colori, ricostruzione, architetture ardite e svettanti.
Ma per me Berlino sarà sempre una notte di cemento scuro, illuminata da lampioni angoscianti


domenica 28 ottobre 2012

...altrimenti ci arrabbiamo!

Oggi, per un gol regolarissimo segnato dal Catania alla Juventus, la terna (o quaterna) arbitrale è stata suo malgrado costretta nell'ordine a mettere in campo le seguenti misure:

  1. annullarlo immediatamente
  2. ammonire 7 giocatori del Catania e espellerne 1, per agevolare il compito dei simpaticissimi ragazzi in bianconero
  3. agevolare un gol della Juve in fuorigioco
  4. oh, si cercava di dare anche un rigore inesistente, ma proprio non ci sono riusciti
E' quello che ai più è noto come "Effetto Muntari": se la palla entra, non c'è problema, l'arbitro annulla.

A questo punto, per non falsare il Campionato, non c'è che una strada: non segnare più gol alla Juventus, per evitare che gli arbitri si incazzino e si sentano costretti a passare alle vie di fatto.
Oh, poveretti, la domenica dovrebbe essere un giorno di riposo anche per loro, è una faticaccia dover fare tutte quelle cose insieme.
E comunque, nessuno parli più riferendosi alla Juventus di arbitraggi casalinghi: dopo le sacrosante rimostranze della Famiglia Agnelli e del general manager Marotta, sono finalmente tutelate anche le trasferte! 

giovedì 27 settembre 2012

Una questione di responsabilità

Non amo Alessandro Sallusti; e non è questione di antipatia umana. Per lo meno, non solo.
Da ex lettorequalunque lo accuso di essere il principale - non l'unico - responsabile di quello che è diventato oggi il "Giornale" che fu il mio "Giornale", quanto meno ai tempi di Indro Montanelli: era il più importante, forse l'unico circolo liberale esistente in Italia; è diventato un organo di partito, e nemmeno fra i più discreti, alfiere di un giornalismo becero e tracotante, volgare e troglodita.
Ricordo molto bene all'indomani delle dimissioni di Berlusconi un titolo che recitava "E' stata la culona", con riferimento alla Merkel quale (supposta) mandante esterna del cambiamento di rotta politica italiana; il che poteva al limite anche essere, ma mai e poi mai il "Giornale" di Montanelli, quello che una volta era il mio "Giornale", si sarebbe prestato a una facciata di profilo così basso e meschino. E taccio delle disgustosa campagna diffamatoria contro Boffo, all'epoca direttore di "Avvenire".
Il vecchio Indro appiccicava al muro i propri avversari con classe sovrumana e cultura superiore, senza dover ricorrere a queste tristi miserie; e ci rendeva orgogliosi di appartenere a un'élite che oggi - me ne rendo sempre più conto scendendo nella valle degli anni - è definitivamente scomparsa.

Detto questo, esprimo il mio rispetto per la scelta di Sallusti di evitare scappatoie tipo richiesta di grazia e affidamento ai servizi sociali, ma affermo apertis verbis che non mi sento di associarmi alla levata di scudi (quasi) bipartisan in suo favore.
E non tanto per le pratiche ragioni di convenienza espresse - per esempio - da una penna autorevole come Alessandro Robecchi de "L'Unità" che citava i veti di un suo ex direttore (chi? Macaluso? Colombo? Padellaro?) quando impediva ai giovani giornalisti di pubblicare articoli che avrebbero potuto incorrere nella furia censoria altrui: se hai dalla tua l'onestà intellettuale, essa dovrebbe essere l'unico tuo criterio guida nel rispetto dei lettori.
Era quello che Montanelli definiva "Potersi guardare allo specchio alla mattina mentre ci si fa la barba".

Sia chiaro: questo NON è un reato d'opinione (quello che segue - e senza commenti - è il link  con l'articolo del sedicente Dreyfus su Libero all'origine della querelle), che scatenerebbe paragoni assai più elevati di quanto meriti Sallusti, ma un ben più dozzinale caso di diffamazione. Aggravata.
Col mio parere di uno qualunque, posso essere d'accordo in astratto con il principio di depenalizzare una fattispecie come questa e di trasformare la sua pena da detentiva a pecuniaria; ma mi secca egualmente un po'.
E si tratta di una questione di principio.
Io ho provato a essere diffamato a mezzo stampa: so cosa vuol dire. Il mio nome è stato buttato nel fango insieme a quello di altri miei colleghi in un articolo di un giornale nazionale in cui una vicenda è stata rivoltata proprio da giornalisti che non si sono peritati in nessuna maniera di capire come fossero realmente andate le cose. Non solo: nella versione online di detto quotidiano, c'è stato spazio anche per un forum in cui i lettori disinformati, ma assetati di sangue, si sono potuti sbizzarrire con insulti e auguri, il più carino dei quali è stato "Sbatteteli in carcere e buttate via la chiave".
In quanto medico, vedo quotidianamente il mio lavoro massacrato da persone che si preoccupano solo di dare in pasto notizie totalmente prive di fondamento o di costrutto logico, basta che siano lacrimevoli: e con la strutturazione della condanna già insita nelle parole.

Oggi (quasi) tutti si stracciano le vesti per tutelare la libertà di espressione di Sallusti; ma la condanna - che, umanamente, gli auguro di cuore venga sospesa - colpisce NON il suo diritto di opinione, che ovviamente è sacro, bensì il reato di diffamazione aggravata, che è ciò di cui è stato riconosciuto colpevole.
La diffamazione denuncia - nella migliore delle ipotesi - un'imbarazzante superficialità in chi la utilizza senza riflettere: chi maneggia l'informazione ha un potere non banale che deve essere gestito con molta più responsabilità.
E' questo atteggiamento superficiale, totalmente privo di professionalità e di senso del dovere che, secondo il mio modesto parere, dovrebbe essere punito in tutti i Sallusti che bazzicano i nostri canali di informazione

giovedì 23 agosto 2012

Una questione di dignità


Ze Love è il nom de plume di tale Ze Eduardo, oscuro e scarsissimo giocatore brasiliano in forza al Genoa e oggetto, qualche giorno fa, di rapida trattativa fra Galliani e Preziosi.
In sintesi, il brasiliano ha giocato la scorsa stagione 8 partite, con uno score personale di 0 gol fatti: pochini, se consideriamo che Ze Love sarebbe nominalmente un attaccante e come tale sarebbe stato preso “in prova” da Galliani. In altre parole: il giovanotto viene trasferito a Milanello e provato da Allegri. Se convince, rimane in prestito con diritto di riscatto; altrimenti torna a casa.
Ora, si può stare a discutere sino a domani mattina se sia etico stare anche solo a perdere tempo in “prove” su uno scascione che, nel Genoa, in 8 partite ha fatto 0 gol; ma tal dei tempi è il costume e questo è il pane che il tifoso milanista deve mangiare, dopo aver applaudito – nello stesso ruolo – gente non dico come Marco Van Basten, Filippo Inzaghi, Andriy Shevchenko e George Weah, ma anche come Oliver Bierhoff o  John Dahl Tomasson (il caro, vecchio Salmone di buona memoria), tanto per fare i primi nomi che mi vengono in mente.
Ma il nodo è stato sciolto proprio da Ze Love il quale, ferito nell’orgoglio dalla proposta di una “prova” nel Milan,  si è opposto alla formula ottenendo un sano calcio nel culo da parte di Ariedo Braida, che l’ha giustamente rispedito al mittente.
E qui si impone una piccola riflessione.

Come giustamente notato dal mio dentista personale, amico fraterno e grandissimo tifoso rossonero Enrico Barani, è dai tempi della cessione di Shevchenko al Chelsea che siamo diventati lo zerbino d’Europa. Il trend attuale non fa altro che peggiorare questa scarsa considerazione.
Ci continuano a dire che il Milan è il club più titolato al mondo? Chi se ne frega! È roba vecchia. persino all'Inter si sono già dimenticati del Tromb-one e del triplete, che pure è più recente.
L’attualità ci dice che il presidente vicario del Milan – uno che fortunatamente almeno ci capisce di calcio a sufficienza per limitare i danni – da molti anni va in giro a pietire prestiti non solo presso le altre squadre nazionali – e sarebbe anche il meno – ma soprattutto internazionali.
Col risultato che i dirigenti di questi club si divertono a irridere Galliani e soci come sta facendo non solo il Real con Kakà (avanzo improponibile del grande campione che fu), ma persino il Montpellier con tale Yanga Mbiwa e il Marsiglia con l’altrettanto sconosciuto Kolou, valutati dai loro presidenti cifre che suonerebbero indecorose persino per Messi o Cristiano Ronaldo.
La conclusione è che allo stato attuale delle cose, chiunque può farsi beffe del Milan; e la colpa, ovviamente, è solo della dirigenza.
La proprietà si fa bella del ripianamento del bilancio grazie alla vendita dei pezzi più pregiati, ma ignora – o fa finta di ignorare – che:
1.     di circa 10 giocatori scomparsi dall’organico, perché venduti (Thiago Silva e Ibra) o a fine contratto (come Seedorf e Nesta), non è stato rimpiazzato nessuno. Questo perché nessuno dotato di buon senso considera Pazzini un sostituto di Ibra o – peggio ancora – Montolivo l’erede di Seedord. Ai tempi che furono, questi onesti gregari si sarebbero sistemati nella posizione più logica per loro: la panca
2.     la storia dei prestiti sta coprendo il Milan di ridicolo. Con questa politica il Milan può assicurarsi i servizi solo di vecchie ex-glorie bolse, oppure di scartine di terzo-quarto profilo
3.     una squadra perdente è una squadra che non guadagna. E il Milan di adesso non può ambire di andare oltre il 5° posto in classifica del campionato italiano, atteso che invece in Europa non andrà – se va molto bene – oltre gli ottavi

Questa squadra triste, malata nel gioco e povera di contenuti; questa squadra che va a prostituirsi per avere in prestito giocatori di livello infimo, buoni solo per una partita parrocchiale, spacciandoli per progetti di campioni, ma solo se si propongono per la mano della figlia del presidente; questa squadra che una volta veniva considerata punto di arrivo per qualunque top player, adesso viene rifiutata da un oscuro pedatore che di brasiliano ha solo il nome, mentre il soprannome fa più pensare al Buddy Love del “Professore matto” portato in scena prima da Jerry Lewis e poi da Eddie Murphy.
La colpa, ovviamente, non è di Ze Love, che si fa i suoi interessi e che giudica secondo quello che vede.
No, la colpa è di una dirigenza sciagurata che ha fatto di tutto per rovinare la reputazione e il prestigio di quella che – una volta – era davvero la squadra più forte del mondo, che umiliava il Real Madrid al Santiago Bernabeu o il Barcellona predestinato a vincere la Coppa dei Campioni.
Non voglio la razza padrona, non pretendo tanto: i tempi sono cambiati.
Chiedo solo di non rinunciare completamente alla dignità della primogenitura per un lurido piatto di lenticchie. Alle volte c’è più dignità nella povertà vera, che non nella falsa ricchezza

martedì 21 agosto 2012

Dizionario delle vacanze


·         Ed ecco, giunto quasi alla fine delle vacanze, il dizionario che si riferisce a questo meraviglioso periodo. Non è completamente affidabile né esauriente, ci sono alcune mancanze e alcune ripetizioni, ma permette qualche riflessione dolce-amara sull'indispensabile periodo in cui si abbandona per un periodo adeguatamente lungo il posto di lavoro.
      Tante riflessioni in libertà e una considerazione finale: non è che alla fine è meglio Milano?...


    A come ANCORA UNA VOLTA CELLE: ebbene sì. Il Ponente, prevedibile e noioso, offre l’unica risorsa veramente desiderabile per il cittadino in vacanza: il riposo, in tutte le sue forme più pigre
·      B come BALCONCINO (VISTA MARE): è quello che qui chiamano “poggiolo” ed è quello da cui scrivo le mie cose sulla tastiera del MacBook (ebbene sì, sono un Mac-onanista). Nei momenti migliori arriva un po’ di aria, ma questi sono giorni perfidi di macaia
·      C come CAFFÈ: il rito del caffè mattutino, reiterato, da solo al bar mentre contemplo i grandiosi quarti posteriori di Eva, o in compagnia di tutti gli altri sulla spiaggia – ma nella caffetteria dei bagni concorrenti – è l’unica reale alternativa di buon senso alla focaccia
·      C come CALCIOMERCATO: a meno che non siate tifosi della Juventus, candidata a vincere a mani basse i prossimi 45 campionati (e così la smetteranno di rompere i coglioni sulla storia inesistente delle tre stelle – la legge è uguale anche per loro) non c’è veramente un cazzo da ridere. Se il vostro presidente ambisce a una nuova carriera politica, anche se ormai potrebbe godersi una ricca pensione, magari circondato da giovani fanciulle in fiore; se pensate che la vostra squadra potrebbe essere rilevata da uno sceicco che, invece, non è così cretino a farsi mangiar vivo di tasse da Monti; se pensate che piuttosto che i dibattiti televisivi sul calciomercato, meglio una replica dei Cesaroni… complimenti, siete anche voi tifosi del Milan!
·      C come CODE: arrivo all’apertura del supermercato alle 8.30 e ho già 15 persone davanti al banco del pane; alla doccia sulla spiaggia c’è sempre qualcuno che mi passa davanti; nella focacceria non accendono il numerino (ovviamente per risparmiare sui talloncini di carta) e chiedono “A chi tocca?...” con voce talmente lagnosa che mi induce a uscire immediatamente. Magari sono particolarmente sfigato io, ma è difficile non pensare a una predestinazione
·         D come DELLE VACANZE (COMPITI): convincere un figlio a farli quando ha tutt’altro per la testa è un’impresa praticamente disperata. Se lo invito a farlo tramite Facebook, poi, ci si mette il tremendo, insopportabile e comunardo Luca Rebeggiani a fomentare la lotta di classe…
·      E come EPPURE L’ANNO SCORSO SI STAVA MEGLIO: il vacanziero stanziale è logorroico, ripetitivo e anche un filo nostalgico. Nella sua mente l’estate precedente era meglio: più fresca, ogni tanto pioveva, il pane costava meno, la focaccia era meno unta, il cielo un po’ più blu, il mare più pulito, il gelato meno caro, la gente rompeva meno i coglioni. Andando ancora più indietro nel tempo, nella nostra memoria, la sera dopo il tramonto ci mettevamo il golf perché faceva freddo e dormivamo con la copertina di lana; e dopo ferragosto rinfrescava sempre. E se anche ce lo dimenticassimo, ce lo ricorderebbe l’ennesima replica di “Sapore di mare”: la Versilia che tutti abbiamo vissuto e che adesso non esiste più
·        F come FOCACCIA: lo so, lo so, è probabile che abbiate pensato a un altro vocabolo che inizia con la “F” ma la focaccia ligure, grondante olio e intinta nel sale, cibo economico solo nella nostra immaginazione ma non nella praticità dei liguri, è il simbolo stesso della vacanza sul Ponente. Vi dileggeranno, commenteranno il vostro girovita, vi diranno che fa male alla pressione. Lasciateli dire
·     G come GENTE DA SPIAGGIA: sempre gli stessi, da anni; sempre le stesse menate. Persone anziane che passano il loro tempo a raccontare gli interventi cui sono stati sottoposti durante l’inverno, sempre con tono da sopravvissuti. Squinzie di infimo ordine che non avrebbero nessuna possibilità in posti elitari come Santa o la Costa Smeralda, qui a Celle si sentono come Belèn. Qualcuno/a cerca di darmi del tu, io resisto. Cristina riesce a far comunella con (quasi) tutti, io mi chiamo fuori e riesco a evitare (quasi) tutte le discussioni a sfondo medico; e la mia Dolce Metà dice che sono un orso. Alla peggio, il mio Kindle e le cuffie nelle orecchie riescono a far desistere il rompicoglioni più coriaceo
·      H come HANNO ROTTO LE PALLE: le persone della spiaggia che ti danno i consigli su come curare la moglie (“…ma tanto mica devo dirlo a lei che è un dottore!”); le casse acustiche intorno alla piscina al momento dell’acquagym; quelli delle previsioni del tempo nel raccontare il caldo; quelli che ostinano a chiederti di darvi vicendevolmente del “tu”; quelli che ti chiedono un consulto estemporaneo; le buone signore della spiaggia che potrebbero pensare più proficuamente a far felici quelle vittime dei loro mariti (ogni riferimento a persone esistenti è fortemente voluto)
·      H come HATHAWAY (ANNE): ovvero Catwoman, aspettando il nuovo Batman il cui cattivo (Bane) ha ispirato l’ennesimo ragazzo pazzo stragista americano. È la diva più sexy del momento? Secondo il già citato Barba (vedi due voci sotto), sì; e anche in questo caso, sono costretto a dargli ragione
·      I come I-PHONE: secondo il mio vecchio amico Sandro, l’oggetto più sopravvalutato degli ultimi anni; secondo me, la genialata che ha costretto tutti a adeguarsi a un nuovo concetto di telefono, e chi non ce la fa a star dietro scompare (vedi BlackBerry). In spiaggia ce l’hanno quasi tutti: un caso?
·      K come KINDLE: oh, qui aveva ragione il Barba (mi duole doverglielo dire, lui ovviamente gongola e si pavoneggia): è di gran lunga il migliore ebook reader in commercio, e anche il più cool. Sulla spiaggia se lo mangiavano tutti con gli occhi e me lo invidiavano molto più dell’iPad, bello ma ormai molto cheap anche nell’immaginario collettivo
·      L come LAVORO: un pensiero nemmeno tanto lontano, un sottofondo perennemente presente. Forse è vero: non si riesce a “staccare” mai completamente
·      M come MONTI: li rimpiangi con il caldo; poi pensi che è il cognome di quello che ti sta tar-tassando, e ti accontenti dei mari
·      N come NOTTE DI SAN LORENZO: è la storia della mancata sagra alimentare dei Ferrari, per la prima volta dopo tanti anni. Peccato…
·      O come OPERA: ascoltare nelle cuffie dell’iPhone il “Tristan” diretto da Bernstein (ma anche “Atom heart mother”, già che siamo in tema di classici) mentre guardi il tramonto sul mare è una di quelle piccole gioie della vita senza prezzo
·      P come POLITICA: toh, esiste ancora?... Dai giornali scopriamo le nostre esigenze di un grande centro. A me mancano le litigate politiche di una volta. È vero, sono invecchiato
·      Q come QUOTIDIANO: sull’iPad. Costa di meno, lo ingrandisci a tuo piacimento, è ricco di contenuti multimediali, lo puoi iniziare a sfogliare dalle 6 del mattino. Proprio senza difetti? No: lo schermo retroiiluminato è pessimo per la lettura al sole e manca l’odore della carta stampata
·      R come ROMANZO (MIO, IN GESTAZIONE): suspence, sangue, sesso sfrenato, mistero, psicanalisi, rapimenti, tradimento, sorpresa finale: tutto questo e molto altro ancora nel grande noir che tutti stanno aspettando. È Bea la grande donna dell’estate! Fra poco anche in libreria e, ovviamente, nei vostri ebook reader!
·      S come SUPERMERCATO: sfornito di tutto, con personale di una lentezza irritante, alle casse ti chiedono anche le monetine da 1 e 2 centesimi ma in compenso manca l’acqua minerale. Come diceva Mario, l’altra mattina: “E’ l’unico posto dove non riesci mai a comprare lo stesso pane che ti hanno dato il giorno prima”. A casa nostra, un posto del genere non sopravvivrebbe più di una settimana
·      T come TORMENTONE: per qualcuno è il “Pulcino pio”, per me sono le menate sul caldo tropicale, su quanto dura, su quanto percepiamo e sul nome da dare al centonovantasettesimo anticiclone che proviene dalla Libia nel giro di un mese e mezzo. Io patisco orribilmente il caldo e sogno il prosaico condizionatore di città
·      T come TROLLARE: se avete un figlio teen-ager, questo è il verbo della sua estate; conseguentemente, lo è anche della vostra. È tutto un susseguirsi di troll-face, troll-song, “Papone, mi stai trollando?”, LOL! e via discorrendo. Cosa significa trollare? Indefinibile: qualcosa come “prendere per il culo”, ma con il sorriso e un pizzico di ironia. Difficile seguire un figlio sul suo stesso terreno… ma ci si può provare!
·      U come UH, CHE BEL CULO: lo so, è un po’ tirata. Ma trovare qualcosa che incominci con la “U” e abbia un senso è un po’ difficile; per cui meglio questo estemporaneo omaggio al trionfale posteriore femminile, che ogni tanto (non sempre: ecco perché l’esclamazione) trova la propria glorificazione deambulante sulla spiaggia
·      V come VEDERSI: è l’imperativo che avevamo condiviso il dottor Gianluigi Taverna (amico e meraviglioso urologo del mio ospedale) e io; ovviamente, per i motivi più vari è andato tutto a puttane, come peraltro ampiamente previsto. Ciò non gli impedirà di rompermi i coglioni, al momento in cui, effettivamente, ci rivedremo; e lo farà perché sarà di pessimo umore per aver rincominciato a lavorare
·      V come VIAGGIO: è quello perennemente programmato sin dall’inverno, verbalmente reiterato durante il mese di agosto (“Cosa ne dici? Potremmo andare a…” e segue elenco di possibili destinazioni) e sistematicamente annullato dalla moglie (“Ma sei scemo, con questo caldo?”). Il viaggio è quella cosa che esiste solo come idea, poi rimani sempre lì, sulla spiaggia, con i tuoi rompicoglioni
·      W come WHATSAPP: ottimo mezzo di comunicazione gratuito fra utilizzatori di iPhone e altri modelli intelligenti di telefonia. Solitamente permette garbate prese per il culo fra me e il già più volte citato Stefano Barbetta; d’inverno, invece, è il mezzo di comunicazione preferito dalla mia collega Simona. E meno male, visto che parla con ultrasuoni
·      Z come ZERBINI: i mariti/compagni che accettano le bizze delle aspiranti vamp da spiaggia (di basso profilo) si candidano a una permanenza fatta di letture solitarie non volute – come nel mio caso – ma necessarie. Ma col termine "zerbini" indichiamo anche i milanisti che si fanno camminare sopra dai gobbi (juventini, ndr) e ridere addosso da tutte le società calcistiche più scascionate dell'universo cui vanno a chiedere in prestito calciatori indegni -in altri tempi più felici - di scaldare anche la panca...

Come si diceva, in yiddish? Oh vey! Poveri noi...

mercoledì 8 agosto 2012

Campioni

Marita Koch, classe 1957, atleta della DDR. E' tuttora, a distanza di circa 30 anni, detentrice del record dei 400 metri, mai battuto. E' ormai accertato che fu imbottita di Oral Turinabol, un anabolizzante somministrato a lei e a altre a dosaggi disumani, in qualche caso superiori due volte alla normale increzione di un essere umano di sesso maschile.
Jarmila Kratochvilova, classe 1951, atleta della Cecoslovacchia: nel 1983, suo anno migliore, contese a Marita Koch il titolo sui 400, ma fu attiva anche su altre lunghezze; a tutt'oggi permangono dubbi pesanti sulla sua reale identità sessuale.
Helena Fibingerova, classe 1949, altra atleta della (allora) Cecoslovacchia, specialità lancio del peso. Il suo peso, invece, non poteva essere lanciato nemmeno da Schwarzenegger: 95 Kg di muscoli distribuiti in modo androide su 179 cm di altezza.
Ilona Slupianek, classe 1956, DDR: fu colei che batté il record della Fibingerova. Squalificata per doping.
Andreas Krieger, quindi maschio, classe 1966, DDR, nato come Heidi, quindi femmina. All'epoca in cui il sesso era almeno nominalmente femminile era lanciatrice del peso. Nel 1986 vinse i campionati di Stoccarda nella sua specialità. Nel 1991 come atleta era finita. Nel 1997 i 2995 milligrammi di Oral-Turinabol che i suoi dirigenti le avevano somministrato completarono il loro lavoro: Heidi cambiò sesso e divenne ufficialmente Andreas. Per la cronaca, l'Oral-Turinabol veniva prodotto da un'azienda di Stato, la Jena-Pharm.
Roma, 1994, Campionati mondiali di nuoto: le atlete cinesi conquistano 12 titoli mondiali nuotando a velocità tripla rispetto alle avversarie. I controlli effettuati dimostrarono nel sangue delle atlete dosi equine di deidrotestosterone, uno degli ormoni sessuali maschili.
Lance Armstrong, ciclista texano classe 1971 vince per 7 volte consecutive il massacrante Tour de France dopo essere stato sottoposto a chemio-radioterapia per un cancro. A coloro che mostrano moderato stupore di fronte a questi risultati dopo un trattamento che, teoricamente, dovrebbe letteralmente demolire le risorse di un essere umano, Armstrong risponde che lui non si è mai dopato, e tanto basta. Alcuni compagni di squadra della US Postal sostengono il contrario e l'Agenzia Antidoping Francese propongono (propongono! Pantani fu fermato per molto meno!) a Armstrong di ripetere i controlli sulle urine conservate sin dal 1999, ma lui rifiuta il consenso e la cosa finisce lì: i Francesi hanno bisogno del Mito - anche se non francese - da innalzare sulla Grande Boucle, contrariamente agli italiani che invece fanno fuori i loro.
Londra, Olimpiadi: la sedicenne cinese Ye Shiwen ha fatto sui 400 misti  un tempo inferiore a quello di Michael Phelps.

Ora, com'è giusto che sia, tutti si stracciano le vesti di fronte a Alex Schwarzer che ha ammesso (peraltro senza cercare sconti o alibi) di aver fatto uso di EPO. Ho la strana sensazione che questo empito puritano sia vissuto come tale solo in Italia mentre, nel resto del mondo, sembrerebbe che non gliene importi niente a nessuno.
Non è quanto meno bizzarro che l'essere umano si entusiasmi di fronte al proprio simile che sconfigge i propri limiti sfidando sempre maggiormente le Leggi di Natura, senza chiedersi nel contempo come sia possibile questa continua erosione? 
Usain Bolt - fenomeno vivente - è accreditato di 9.48 sulla distanza dei 100 metri piani! Ammesso che ciò prima o poi sia possibile, è verosimile che nemmeno quello sia un punto di arrivo, ma l'ennesimo punto di partenza per altri che da lì riusciranno, in futuro a spingersi oltre.
I ciclisti nei grandi giri a tappe fanno circa 200 Km al giorno di ascensioni su salite disumane con pendenze terrificanti affrontate a velocità che aumentano progressivamente di anno in anno.
Giocatori di calcio di struttura fisica fragile mettono in un anno chili di muscoli, e poi stanno fuori per infortunio tre quarti della stagione.
In definitiva, nessuno - né atleti, né dirigenti, né tifosi né semplici e distratti spettatori che si ricordano dell'esistenza dello sport solo quando ci sono questi enormi carrozzoni mediatici - sembra accettare i limiti che una Natura crudele e indifferente sembra ancora volerci imporre.

Non è curioso che col termine campioni si intendano non solo i fenomeni che producono record più o meno leciti, ma anche i quantitativi di sangue e urine dove si trovano le prove che i fenomeni - o presunti tali - hanno barato?...

lunedì 6 agosto 2012

Lo chiamano maccaia


Caldo sciropposo in questi primi giorni di vacanza, come se il mare volesse creare un'incongrua e non auspicata continuità con l'afa che speravo di aver sepolto a casa, in città.
Non sono ancora pronto per i bagni in mare, sinora timidamente approcciati (ma per la focaccia sì), e allora giro per il paese, consumando caffè e godendomi la silenziosa compagnia del mio iPad, cercando invano un po' di ristoro.
Guardo le persone che passeggiano; sono poche e per lo più corrono in cerca di una forma fisica perduta, oppure parlano al telefonino. 
Entro dal panettiere a prendere la mia pagnotta al germoglio di grano, croccantefuoriemorbidadentro, che mi viene messa caldissima in un sacchetto, e me ne godo il profumo inebriante. Nella bottega del prestinaio mi colpisce una signora relativamente giovane, con una bambina irrequieta che sembra inadeguata all'ostentata stanchezza della madre, che parla lentamente e strascicando le parole come a voler palesare tutta la stanchezza dell'universo: con la sua parlata lenta e ampia - che mi ricorda quella di una vecchia e nobile signora di Porto Santo Stefano - sembra la pubblicità del dragone africano. Usciamo assieme, io dietro di lei; ne seguo affascinato l'ondeggiare maestoso, che frastaglia la sua camminata con un sapiente beccheggio. È il ritmo eterno e maestoso del culo femminile, che sembra riassumere in sé il moto ondoso e l'alternanza delle maree, lo Yin e lo Yang, il sole e la pioggia, la sete e l'acqua, il desiderio e la soddisfazione. Non so se l'ignota e altera signora sia consapevole di tutta la filosofia che evocano in me i suoi quarti posteriori. Scuote inconsapevole la chioma, si asciuga il sudore e cammina ondeggiando con un'armonia che meriterebbe il respiro possente della wagneriana scena dell'Immolazione del Crepuscolo degli Dei.
Anche la non più giovane ma polposa  e ancora appetibile proprietaria del bar dove mi fermo per il caffè, mi propone non so quanto inconsapevolmente una panoramica delle sue natiche che, sotto il tubino giallo, intuisco fasciate da un attraente perizoma.
Mangio la mia focaccia mentre leggo il Corriere sull'iPad.
Il sole si affaccia fra le nuvole grevi di calda umidità, creando riflessi freddi e grigi sul mare arrabbiato e pericoloso.

Questo vento lento, caldo e appiccicoso, greve e sensuale, che richiede anfratti freschi e silenziosi per ritrovare se stessi, qui in Liguria (soprattutto a Genova, per il vero) lo chiamano maccaia

mercoledì 11 luglio 2012

S'i fossi foco...

Una sera con l'amico della vita, il Barba, dopo una giornata devastante, passata in sala operatoria e senza mangiare. 
Che si fa? 
Una bella mangiata di carne, per esempio; magari parlando di calcio, comme quand on était mômes.
Poi una scappata chez Le roi Merlin a cercare quel dannato carrellino a tre scomparti per il quale sto girando come un disperato tutti i posti grancasa-faidate che normalmente - come noto - non frequento nemmeno se mi pagano.
E poi il grande Centro Commerciale che, anche se vicino al mio posto di lavoro, conoscevo solo per sentito dire. E lì, in questo meraviglioso Tempio dello Shopping, rimango folgorato dalla cabina dell'uragano: l'Hurricane Simulator.
Di che si tratta?
Né più né meno quello che dice il nome: una specie di cabina-doccia ove, dietro il modico esborso di 2 (diconsi: due) euro si ha diritto a un minuto di sventagliata a 90 mph che dovrebbe imitare l'effetto di un uragano.
La cosa è talmente trash che non può non attirarmi, nonostante le vibranti proteste del Barba ("Ma sei scemo!", "Io non ti conosco", "Io ti fotografo e ti sputtano davanti a tutti").
Niente: lo devo fare. Pago i miei 2 euro e mi sistemo dentro la cabina.
Il vento si abbatte su di me con tutta la sua potenza, ma mi accorgo con tristezza che non succede nulla.
Non mi scuote nemmeno un po': saranno i miei 90 Kg?
Non mi scompiglia i capelli: sarà che non ce li ho?
Non mi emoziona: sarà che è un vento falso, farlocco come tutte le luci sberluscente di questo posto?...
Ed esco un po' deluso, anche se nella cabina ho fatto le facce buffe a beneficio dell'iPhone del Barba.


Adoro il vento.
L'ho già raccontato tante volte, sin dagli inizi di questo blog, per cui dovrebbe essere familiare agli amici che si divertono con le cose che scrivo.
Il vento mi porta la voce delle persone che amo.
Pulisce il mio cielo dalle nuvole.
Mi schiaffeggia quando sono intorpidito.
Smuove il mare della mia vita increspandolo di mille piccole onde o sollevando tempeste.
Quando sono al mare, profuma di timo, salvia e rosmarino.
Se avessi i capelli, me li scompiglierebbe.
Ma l'Hurricane Simulator non c'entra niente con il vento che scompone e frange la luce che illumina il mio cammino.

Io faccio le facce buffe; la gente passa e ride.
Eppure...
Guardami, Barba!
S'i fossi foco, arderei lo mondo

giovedì 5 luglio 2012

Il signore degli anelli

Questa sera, mangiando in solitaria malinconia mi sono messo a zappare capitando su un canale dedicato esclusivamente alla vendita di dipinti e brocantage: è la Vetrina dell'Arte. Si tratta sostanzialmente di una trasmissione continua in cui viene venduta roba vecchia - prevalentemente quadri - di valore che non saprei quantificare ma che, a occhio e croce, mi sembra scarsino; la trasmissione viene condotta da alcuni personaggi piuttosto monotoni, che sciorinano dati apparentemente tecnici su quadri di inquietante e laida bruttezza, di autori assolutamente ignoti ma appartenenti a "scuola fiamminga", o "scuola francese", o altre località che non saprei specificare. Si tratta più correttamente di croste, di solito dipinte a tinte scurissime, che dimostrano al mondo che una cosa - non perché vecchia - debba necessariamente essere bella; è il principio che peraltro io e i miei soci cerchiamo di far passare allorquando disquisiamo di opera lirica, attirandoci così gli strali e le ire funeste di chi, invece, vive di mummie che sarebbero da apprezzare incondizionatamente in quanto antiche.

Eppure io, perennemente affamato di trash, pendo dalle labbra di questi tristi imbonitori televisivi, forse per trovare un'eco di quel grande genio che invece fu Sergio Baracco, il Signore degli Anelli, quello che vendeva per poche lire il rubino Burman Sangue di Piccione, o lo Smeraldo Colombiano, o la Rosa di Francia, o lo Zaffiro Bianco taglio Brillante.
Un truffatore epocale, sbeffeggiato in lungo e in largo; un personaggio meschino e di bassissimo profilo: vendeva pezzi di vetro colorato spacciandoli per gemme meravigliose che regalava alla plebe con sovrano disprezzo appena condito da una patina di amichevole e sorridente bonomia.
Eccolo in azione:
Notevole, vero?
A parte la "evve" clamorosamente blesa, ciò che colpisce è la tecnica di vendita. Non è bello ciò che è bello, ma ciò che costa poco e che rende, quindi, appetibile un genere che sino a quel momento poteva apparire a disposizione solo di un'élite di fortunati e ricchi.
Il gioiello diventa pret-à-porter; la qualità, in fondo, non ha nessuna importanza.
C'è qualche sassolino colorato dal nome esotico (lo "zaffiro bianco taglio brillante" non è altro che lo Swarowsky).
Lui ne è consapevole:
"Sono brutti? Dimenticateli! Ma è un grande investimento!"
L'urlo che scoppia improvvisamente dopo una sapiente pausa di riflessione. L'altezzoso disprezzo appena condito da una patina di bonomia. 
Il concetto di coup de theatre è qualcosa che i teleimbonitori odierni dovrebbero imparare da questo autentico genio della comunicazione.
Vediamone un altro:


La "Rosa di Francia" - giusto per la cronaca - è un quarzo rosa di nessunissimo valore.
Nessuno potrebbe cascarci di fronte a una truffa così smaccata; eppure la gente comprava, eccome, tanto da destare l'attenzione dei media che lo accusavano di essere un impostore.

Ed eccovi, da un sito italiano, un gustoso florilegio del marketing baracchiano. Tutto vero!
Baracco affarista
...è il momento signovi pev compvave l'ovo (oro), quindi ho bisogno di liquidità! Devo svendeve!!!! (Scatto d'ira improvviso)
Baracco al verde???
...signovi...ho pvoblemi in famiglia!...non vi posso dire! Non vi posso dire!
Baracco in svendita
...la ditta di Valenza Po deve compvave dei macchinavi pev la lavovazione dell'ovo...devo svendeve...pev della liquidità...
Baracco in Borsa
...un amico mi ha incavicato di svendeve questi gioielli pevché deve acquistave delle azioni pev una miniera di smevaldi in Colombia...
Zio Baraccone
...abbiamo miliavdi di acquemavine...ci facciamo il bagno nelle acquemavine!!!
Baracco stregone
...vubini boovman sangue di piccione...
Baracco filosofo
...questo diamante...il diamante è la pietva dell'etevnità...della vostva vita che continua dopo la movte...e la vostva vita non vale 120.000 lire?
Baracco poltergeist
...cosa devo faaaave per riuscire a vendevvi i miei gioielli...devo entvavvi in casa attravevso il televisove!!!
Baracco corriere
...se mi compvate questo scvigno di gioielli ve li povto pevsonalmente a casa vostva...vengo anche in motovino e ve li dò in mano...
Baracco Perugina
...al giorno d'oggi con 90.000 lire non compvate neanche un cioccolatino.
Baracco save the Queen
...neanche la vegina d'Inghiltevva ha dei gioielli così belli.
Baracco Gossip
(parlando col regista Gerry)...Gevvy lo so che tu ami l'anello, ma inquadvami anche la pavuve...


Che dire?
Mi dicono che adesso si sia adeguato alla moda corrente del compro oro, come se fosse un negozio delle tante, troppe catene in franchising che si alimentano sulla disperazione dell'essere umano. Ma non è più la stessa cosa: senza le sue pietruzze colorate ha perso tutta la sua poesia.
Questo guitto da avanspettacolo, questo grandioso cialtrone che maneggiava fondi di bicchiere sbroccato come se fossero i gioielli della Corona Inglese, dava a tutti un sogno: quello di una ricchezza a basso prezzo, facilmente ragiungibile, come se tutti potessero far loro non già Belèn Rodriguez o Brad Pitt, ma i loro replicanti, dei simulacri coperti da una maschera.  Era la fine degli Anni Novanta, il periodo dei Rolex finti come simbolo di un'epoca fatta di vanità e di menzogne truccate da sogni.
 
Ogni tanto, in queste sere di solitudine, giro nei bassifondi delle reti locali in cerca di lui, sperando che le sue pavuve, lo zaffivo bianco, il vubino buvman sanguedipiccione e lo smevaldo colombiano mi riportino un soffio di un'illusione di ricchezza a buon mercato...

domenica 24 giugno 2012

A few of my favourite things





...il ciclone, quando arriva, non è che t'avverte. Passa, piglia e porta via. E a te, 'un ti rimane altro che restare lì, bòno bòno a capire che, forse, se 'un fosse passato, sarebbe stato parecchio, ma parecchio peggio... (L. Pieraccioni, "Il ciclone")





Emerson: "Io non pretendo che si innamori di mio figlio, ma la prego: cerchi di aiutarlo. Basterebbe farlo smettere di rimuginare… E su che, poi? Sui segreti dell'universo? Io non credo che siamo nati per soffrire. E lei?"

Lucy: "No, io no. Nel modo più assoluto"

Emerson: "Ecco... ecco, vede? Allora cerchi di fare capire a mio figlio che sempre, accanto all'imperituro perché, esiste un sì, ed un sì, ed un sì…" (D. Elliott e H. Bonham Carter, "Camera con vista", di J. Ivory)




"Tu sei come il vento e io come il leone. Tu crei la tempesta, la sabbia punge i miei occhi e la terra è arsa. Io ruggisco e ti sfido, ma tu non mi senti. Però fra noi c'è una grande differenza: io come il leone devo rimanere nel mio posto; tu come il vento non sai mai quale sia il tuo posto
Mulay Achmed Mohammed Er Raisuli, il Magnifico, Signore del Rif, Sultano dei Berberi" (S. Connery, "Il vento e il leone", di J. Milius)

"Mo Cuìshle significa mio tesoro, mio sangue" (C. Eastwood a H. Swank, in "Million dollar baby") 


"Zitto e nuota, nuota e nuota" (Dory a Marlin, in "La ricerca di Nemo". La stessa frase la dissi io a Hayato Kurihara nel corso di una memorabile notte insonne in cui ci innamorammo l'uno dell'altro, mentre liberavamo un uretere da una cosa brutta che lo avvolgeva...)


"Un tizio che faceva un censimento una volta provò ad interrogarmi. Mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave ed un buon Chianti" (A. Hopkins, nei panni del dottor Lecter, ne "Il silenzio degli innocenti", di J. Demme)


"Quanto mi secca avere sempre ragione" (J. Goldblum, nei panni dello scienziato Ian Malcolm in "Jurassic Park", mentre il Tirannosauro si è appena liberato)


"...tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo: 
dev' esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto 
dove non soffriremo e tutto sarà giusto. 
Non ridere, ti prego, di queste mie parole, 
io sono solo un' ombra e tu, Rossana, il sole, 
ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora 
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora 
perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano, 
se mi ami come sono, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo...Cirano" (F. Guccini, "Cirano")


"Voce piena d'armonia
che dice: "Vivi ancora! Io sono la vita!
Nei miei occhi è il tuo cielo.
Tu non sei sola.
Le lacrime tue io le raccolgo,
io sto sul tuo cammino e ti sorreggo.
Sorridi e spera!
Io sono l'Amore!
Tutto intorno è sangue e fango?
Io sono divino! Io sono l'oblio!
Io sono il dio che sovra il mondo scende dall'empireo,
fa della terra un ciel!
Ah, io sono l'amore"
(T. Hanks come Andrew Beckett, in "Philadelphia" sempre di J. Demme, piangendo e cantando con la sua voce sopra quella di Maria Callas)