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giovedì 2 aprile 2009

Mentre salivo su un bus


Dopo tanto tempo che non prendevo più un mezzo pubblico, l'altro giorno sono stato costretto a prenderne uno - nella fattispecie un autobus - e così ho potuto osservare un po' di quell'umanità che mi colpisce sempre quando riesco a fotografarla al suo peggio.
Mentre aspettavo l'autobus, che peraltro era rigorosamente in ritardo, mi sono guardato un po' in giro, ammirando qualcuno di quei ragazzi che, per l'abbigliamento e i modi, si davano a conoscere per individui della specie dei tamarri, o zarri (parafrasando il buon vecchio Manzoni), come li chiamavamo ai miei tempi. Jeans a vita talmente bassa da permettere ai giovanotti di camminare sui loro stessi testicoli; piercing da tutte le parti; Marlboro perennemente in bocca; e, ovviamente, salivazione ininterrotta.
Quest'ultimo aspetto è particolarmente interessante: sembrerebbe infatti che i giovani di oggi, sin dalle scuole dell'obbligo, soffrano di atresia esofagea, una malattia molto grave congenita che ostruisce l'esofago e impedisce l'ingestione. Solo così, infatti, si spiega la salivazione esuberante che induce i giovani, quasi esclusivamente di sesso maschile, a produrre sputi salivosi in ragione di 1 ogni 5 secondi, in sostanza ben più di un lama o di un cobra sputatore, o addirittura a lasciar colare la saliva dalla bocca aperta direttamente sul marciapiede. Tale infatti era l'atteggiamento salivatorio del giovane che ha catturato la mia attenzione sino quasi ad ipnotizzarmi, con il ritmo quasi metronomico che aveva dato alla sua attività che gli aveva permesso di creare una piccola pozza viscida ai suoi piedi.
Non so che messaggio volesse lanciare alla comunità umana intorno a lui.
Marcare il territorio? Forse avrebbe potuto farlo con la propria urina, come facevano gli uomini di sesso maschile davanti allo Strip-Tease di fronte alla casa di via Padova ove abitavo, allorquando uscivano le protagoniste dello spettacolo, quale manifestazione testosteronica ancestrale.
Mandare segnali sessuali a due o tre pulzelle poco oltre? Si sa che il maggior problema della nostra epoca è l'incomunicabilità - Paolo Giordano ci ha fatto un libro, "La solitudine dei numeri primi", recensito da questo blog - per cui il ragazzo, che sfruttava il cellulare come un iPod, nell'evidente impossibilità di fare due cose contemporaneamente, ha preferito segnalare la propria disponibilità all'accoppiamento mediante la salivazione.
Devo dire che delle due ipotesi mi sembra più pertinente la prima, perché tutti stavano ben lontani da lui - forse anche per l'odore un po' selvatico che promanava dai suoi piedi - mentre le piccole donne per contro hanno continuato a farsi trionfalmente i cazzi loro, senza degnare di uno sguardo il potenziale stallone.

Questo, se vogliamo, era un caso un po' limite, ma sono veramente colpito dal numero di sputi che riesce a produrre un giovane medio nell'arco di un minuto. Sospetto che ci sia sotto anche un esercizio non indifferente, ma non ne sono certo per cui non vorrei esagerare.
La notizia che, come chirurgo, posso dare a questi giovani, è addirittura trionfale: se i vostri genitori non vi hanno curato l'atresia esofagea quando eravate piccoli, sappiate che non è troppo tardi e si può risolvere ancora con un intervento chirurgico che, seppure impegnativo, può dare discrete soddisfazioni! Attendo prenotazioni

sabato 28 febbraio 2009

Behind the lines


Cedendo alle insistenze di un'amica che me lo raccomandava, mi sono sentito indotto ad acquistare il libro "La solitudine dei numeri primi", di Paolo Giordano, Ed. Mondadori.
Il libro, che ha vinto il Premio Strega, narra delle vicende di Alice e Mattia, seguiti da quando sono bambini sino all'età adulta. Le loro esistenze, indipendenti l'una dall'altra, si incroceranno fuggevolmente nel corso degli anni sino al momento cruciale, nell'età adulta. Il plot narrativo, già di per se stesso piuttosto lugubre, si svolge in una Torino plumbea, vuota e silenziosa, che sembra voler assorbire in sé le angosce esistenziali dei due protagonisti e dei pochi personaggi collaterali che compaiono sporadicamente e che, inutili ai fini della narrazione, scompaiono senza nessun rimpianto.

Chi sono Alice e Mattia?
A prima lettura due bambini speciali, ma in realtà "speciale" - in senso stretto - lo è solo Mattia, dei due nettamente il più interessante anche da un punto di vista narrativo, forse anche perché l'autore è un Fisico: bambino superdotato, con una sorellina disabile che scompare per colpa sua, diventa un genio trasandato e disallineato al mondo reale.
Alice non è così interessante: bambina vessata dal padre che ne vuol ricavare una campionessa, da adolescente si ammala di anoressia in modo reattivo; ed anoressica rimane anche in quell'età adulta che lei non accetta, tanto da rifugiarsi in quell'unico rapporto adolescenziale che le ha dato un barlume di felicità.
Al loro fianco alcuni personaggi minori: genitori infelici e che non capiscono, per lo più silenziosi; una ragazza ricca, Viola, che fa di Alice adolescente uno sfogo per le proprie frustrazioni; Denis, un amico gay (poteva mancare?...) di Mattia che, dopo un inizio promettente per gli sviluppi umani, scompare, ricompare improvvisamente a metà libro per essere protagonista di una sordida fellatio con un partner occasionale nel cesso di un bar e poi riscomparire, questa volta definitivamente.
Non narro come finisce, a beneficio di coloro che desiderassero cimentarsi con la lettura, ma si può già capire fra le righe.

Che cosa ci vuole raccontare Giordano?
Non si capisce bene.
La lettura è pesante e difficile, ad onta di uno stile chiaro e lineare, talvolta anche troppo, sulla scia del (falsamente) disimpegnato Federico Moccia.
Le tematiche forti ci sono tutte: l'incomunicabilità dell'adolescenza prima e dell'età adulta poi, l'anoressia, il confine - spesso sottile - fra disabilità e genio, l'omosessualità; manca solo il matrimonio dei preti. Non tutte, però, sono trattate con lo stesso impegno, anzi: si ha quasi l'idea che per la foga di dire troppo, l'autore finisca per essere complessivamente superficiale.
Trovo personalmente irritante il didascalismo con cui vengono trattate le situazioni e i personaggi: la ragazza ricca è automaticamente anche stronza, il papà è l'algido professionista che non sa né vuole parlare con la famiglia, il genio della matematica non è capace di affrontare le questioni pratiche di tutti i giorni, e così via.
A fronte di ciò, l'unica vera idea che rende meritevole di lettura questo libro non memorabile, è il ribaltamento della prospettiva di quell'attrazione fra le solitudini, che aveva generato quintali di letteratura per lo più post-romantica. L'idea giordaniana è: la solitudine vera, quella alimentata da un'angoscia esistenziale strutturata, dura tutta la vita ed è inattaccabile.
Posso dirlo sommessamente? Che palle!
Ripenso con nostalgia alle risate convulse che mi scatenò "Il bastardo primordiale" di Tom Sharpe e penso malignamente che scrivere cose come "La solitudine dei numeri primi", in paragone, non dovrebbe costare molta fatica.
Qualche drammaturgo famoso del secolo scorso, non ricordo più chi, si rivolse ad un amico e collega chiedendogli a cosa si stesse dedicando in quel momento. La risposta fu: "Una tragedia".
"Ah! - rispose il drammaturgo - Ti stai riposando, eh?"