venerdì 12 marzo 2010

Di notte


L’ospedale di notte è – parafrasando Conte – un’idea come un’altra. È un ambiente strano, misterioso, che da studente mi affascinava per i suoni ovattati ed attutiti. È notte, e sono appunto in ospedale ad espletare le mie mansioni ma, avendo dietro la mia compatta Sony nuova da 14 megapixel, piccola e maneggevole, ho fissato qualche aspetto diverso dal solito, meravigliandomi io stesso della solitudine degli ambienti che, di solito, sono invece frenetici ed affollati. Sembrano – nonostante il design moderno – i corridoi descritti da Mario Tobino nei suoi libri.

Mi aggiro per i corridoi che risuonano del rumore dei miei passi, che normalmente - nel frastuono quotidiano - non percepisco. Sento persino lo scatto delle cifre dell’orologio e il ronzio del climatizzatore che convoglia l’aria che respiro.

Vado nello spogliatoio del blocco A e mi metto una tuta azzurra; non devo operare – in effetti non ne ho nessuna voglia – ma così il mio corpaccione si muove più liberamente.

Entro in blocco e, in recovery, trovo Elena e Martin, i turnisti della notte; scambiamo due chiacchiere in tutta tranquillità ricordando momenti un po’ critici che non abbiamo nessuna voglia di sperimentare nuovamente, almeno per stasera, anche se sappiamo tutti molto bene che un centro di Emergenza di Alta Specialità – un EAS, insomma – ha buone probabilità di vedersi qualche casino enorme. Il ricordo, condito di un po' di allegra ironia, ci aiuta ad esorcizzare l’angoscia sottile che tutti proviamo avendo in gestione un ambiente che può animarsi improvvisamente spezzando quella tranquillità che mi permette di scrivere queste righe. Sono anni ormai che sono “padrone” di queste situazioni e ancora provo in una certa misura quella sensazione di inadeguatezza che provavo le prime volte che sapevo di essere il terminale delle decisioni. È quello, in definitiva, il vero problema: la decisione, non l’atto conseguente.


Vado nel corridoio ed entro a passo sicuro in sala 4, quella dell’urgenza. È l'unica sala che abbia le luci accese - le altre riposano tranquille - ed è un posto che conosco molto bene. Se rileggo il mio registro operatorio mi rendo conto di averci passato un bel po’ di tempo lì dentro, e mi fa un po’ strano vederla vuota e silenziosa. Mi muovo leggermente, quasi in punta di piedi e cercando di non fare rumore, pieno di rispetto per quell’ambiente che è pieno di un’energia inquieta e che m’incute, a quest’ora di notte e con tutto questo silenzio, un po’ di paura primitiva. Scatto qualche foto come quella che vedete qui accanto, alla vostra destra.

Poi mi trasferisco in Terapia Intensiva e vado a trovare la signora L.A. E' nel secondo letto, è ancora un po’ impegnata ma inequivocabilmente viva; era stata un’inquilina proprio della sala 4 e aveva causato a me e agli anestesisti un po’ di grattacapi, come ricorderanno i miei lettori. È intubata ma mi sorride e mi stringe la mano. Gli infermieri della TIG sono un po’ incuriositi dalla mia smania documentarista: di solito i chirurghi non amano frequentare un ambiente che accoglie i pazienti che li impensieriscono maggiormente, ma io non sono proprio sconosciuto e sono accolto da un bel po’ di sorrisi.


Negli studi medici ci sono le rianimatrici della notte, Cristina e Alessandra, che mi fanno le linguacce e qualche segno di esorcismo: non sono noto per essere particolarmente fortunato durante i miei turni di guardia. Parliamo di pazienti, di lavoro, ma anche di palestre e del solito problema di tutti: il peso, come fare a perderlo senza rinunciare a quel po’ di stravizi che ognuno di noi sente di meritare per sopportare il logorio della vita moderna.

Torno alla mia scrivania e mi collego ad internet, il tanto necessario per godermi la sconfitta dell’Inter che sta facendo di tutto per perdere un campionato abbondantemente vinto già ad agosto. Mi metto al lavoro per compilare questo strano articolo e già mi chiamano giù in PS per ridurre una lussazione di spalla. È un lavoretto simpatico e talvolta non particolarmente impegnativo, che però dà molte soddisfazioni, specie se lo fa un chirurgo che non lo fa d’abitudine come invece – poniamo – un ortopedico: sono fortunato oppure immodestamente molto bravo, e la spalla rientra in sede con un sonoro cloc, un suono meraviglioso anche per un appassionato di bella musica.

Il tempo di ritornare alle sudate carte e di nuovo vengo chiamato giù per una storia strana che – se è vera – è orribile, ma mi lascia quanto meno qualche sospetto nel suo svolgimento, così come mi viene raccontata; e siccome mi astengo dal giudizio, ho deciso di non raccontarla nemmeno a voi, anche perché ne sentiamo talmente tante di storie brutte sicuramente vere, che non c'è bisogno di quelle su cui non abbiamo sicurezza. Una bimbetta di quasi tre anni mi sorride con l’aria furba e i suoi occhi sprizzano intelligenza, perspicacia e simpatia. Chiacchiera senza fermarsi un attimo: è quasi troppo bella per essere vera e troppo serena per essere vittima di qualcosa, ma non si può mai dire; ne parlo con un consulente dell’altra parte di Milano, una che è abituata a vedere brutte cose e mi fa domande che rafforzano i miei sospetti. O forse spero solo che le cose siano come le vorrei io, non come me le hanno raccontate.

Torno ancora sù. Ho voglia di finire quest'articolo. Ho voglia di esorcizzare la notte. Se fumassi, questo sarebbe il momento di accendersi una sigaretta. Il silenzio della notte è franto dalla musica che esce dal mio MacBook.

La notte continua

6 commenti:

  1. Caro Pietro, ho letto e riletto il tuo articolo, è molto bello. Ti scriverò un commento più lungo domani, adesso sono di corsa, e invece ne vorrei parlare con tranquillità
    Tatiana

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  2. Quando vuoi. E' sempre un piacere!

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  3. Carissimo Pietro,
    ho anche io letto e riletto il tuo articolo: bravo!hai espresso a meraviglia quell'atmosfera sospesa e quasi irreale che regna di notte negli ospedali.
    Causa i tanti miei vecchietti di famiglia da curare ,conosco bene quei momenti di un silenzio come in punta di piedi.
    Stavo sveglia parecchio la notte perché gli ospedali in questione non erano certo un EAS e i miei vecchietti erano piuttosto irequieti di carattere anche quando stavano bene...
    Mi svegliavo tutta indolenzita- un signor mal di schiena- e preoccupata - che sarà mai successo mentre dormivo?-e, mi sentivo dire :Ti sei addormentata! Tanto per colpevolizzarmi un pochino.
    Ti confesso che tante volte mi sono detta :Come sono stanca! Domani debbo fare lezione.Sono tutta rincorbellita. Cosa inventerò?Quanto durerà questa storia?Quando finirà?
    Ora che la storia è purtroppo finita ho una gran nostalgia di certe nottate, con i miei irrequieti e bizzosi vecchietti che mi raccontavano lontani episodi della loro giovinezza e di me da bambina: Sei sempre stata brava a scuola,ma un bastian contrario fin da piccina !
    E giù con l'lenco delle mie sortite giullaresche e delle mie (modestissime) ribellioni.
    Soffrivo di insonnia ed ero diventata amica di infermieri e infermiere, che facevano vita durissima .Andavamo a fumare sul terrazzo.
    La mattina , nei momenti liberi, girovagavo nelle corsie con la mia capace borsetta del make-up e truccavo giovani e vecchie, sotto lo sguardo truce delle pinzocchere.Dicevo maliziosamente (anche alle mie allieve ,dopo): Signore , truccatevi, il trucco migliora : Dio solo sa se ne avete bisogno!
    C'era una vera solidarietà: chi comprava i giornali, chi faceva piccole commissioni, ci si raccontavano le cose belle e le cose tristi.
    una signora mi chyiese :perchyè non hyai fatto Medicina?
    E tu sai, Pietro, che non sono neppure in grado di fare ua semplice iniezione al gatto o al cagnolino di casa.
    Scrivi ancora dell'ospedale, perché è uno specchio della vita.
    Con simpatia
    Mialdy

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  4. Le notti sono una faccenda strana, ed era un bel po' che io desideravo scriverne, perché l'ospedale cambia proprio faccia e fisionomia in quei momenti: manca la frenesia, è il momento in cui ci si può guardare nelle palle degli occhi ridendo un po' delle rispettive paure e superstizioni. Ma è anche un momento in cui si hanno meno risorse a disposizione, in cui si è - di necessità - più stanchi, anche perché non si riesce quasi mai a dormire prima, durante il giorno.
    Perché non hai fatto medicina?
    Mah, perché la vita ha deciso altrimenti...
    Io so che non avrei potuto fare medicina adesso, cercando di entrarci con i test di ammissione. La scorsa estate sulla spiaggia c'era una ragazza con il librone dei quiz ministeriali, che studiava poveretta come una matta. Ho provato a prenderli in mano e li ho richiusi subito: non ce la farei...

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  5. Ho sempre amato gli ospedali di notte.ricordo come se fosse ieri l'odore di disinfettante e di "ospedale" ( che da noi in realtà si sente poco) che si sentiva tra le corsie del Policlinico giu a Bari..e quando dicevo a qualcuno "amo l'ospedale di notte" questo qualcuno mi diceva immancabilmente " tu sei matta"..
    Ora quando nel cuore della notte squilla il cicalino e tu sei li per i corridoi che pensi " se non sono in grado che faccio?"ripenso sempre a quei giorni al Policlinico..quando ero ancora studente..anche la sala operatoria di notte diventa più grande,e il cuore batte più forte anche se stai per addormentare per una semplice appendicite.!perché la notte mi fa sentire più piccola..
    Ma che soddisfazione quando ripercorri quel corridoio gelido che dal blocco porta alla Tig..dopo che il tuo paziente si e' svegliato bene o quando sei riuscita a fare quello per cui lavori ogni giorni..e chiudi alle tue spalle la porta della stanza di guardia..e certe volte guardi la luna..o certe volte il nuovo sole..ed e' un nuovo giorno..e sara' una nuova notte..
    Nadia R.

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  6. Cara Nadia R.
    mi hai fatto commuovere, per due motivi.
    Prima di tutto perché hai centrato alla perfezione il senso esatto di tutto quello che volevo dire. Di notte siamo tutti sempre più fragili. La notte ci tiene fra le sue braccia, o fra le sue tette (come diceva il Liga), un po' mamma e un po' porca com'è. E ricordo ancora quando finivano le notti all'ospedale di Vimercate che mi trovavo con la tazzina di caffé in una mano e la sigaretta nell'altra (all'epoca ancora fumavo) a vedere sorgere l'alba sui gradini del pronto soccorso.
    In secondo luogo perché è la prima volta che ti sei affacciata a scrivere su queste pagine, e questo mi riempie di gioia... E non c'era bisogno che mettessi la R. dopo il nome, avrei comunque capito chi eri...
    Spero che torni presto

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