venerdì 4 febbraio 2011

Roma e la solitudine della grappa


Tepore quasi primaverile. 
Cielo terso e luminoso di giorno, ma non lo posso apprezzare più che tanto perché sono al congresso. La sera esco un po' prima e m'incanalo verso il centro. Sfrutto la metropolitana, di una bruttezza e squallore che noi milanesi avevamo dimenticato. Le porte dei vagoni hanno un bottone, di cui non m'è completamente chiaro il significato: le porte in effetti si aprono spontaneamente, ma tutti - nessuno escluso - li schiacciano, ma non per fare più in fretta perché tutti sembrano muoversi con calma; forse lo fanno solo per l'illusione di avere il controllo.
Clochard a ogni angolo; uno, di cui non riesco a identificare né sesso né età, dorme sdraiato sul fianco destro, con un giubbotto blu tirato sul volto. Accanto ha un tupperware con qualche moneta di poco conto che nessuno incrementa; poco oltre una donna anziana col naso adunco guarda avanti, verso un punto indefinito della sua vita.

È la mia terza e ultima sera a Roma. Sono solo, per cui decido di camminare sino a sfinirmi.
Mercoledì Luca mi ha portato a mangiare abbacchio in una trattoria a Trastevere.
Ieri sera Andrea è venuto appositamente da Orvieto per ridarmi un soffio di gioventù. Dopo 12 anni che non ci vediamo, parliamo talmente tanto da sovrapporre le nostre voci; avremmo bisogno di molto più tempo, come siamo abituati a fare, come facevamo sulla spiaggia di Santa Liberata, ma è un lusso che non ci possiamo permettere. Andiamo in un ristorante suggerito da Stefano, Babette. Il locale è scarno ed essenziale come una specie di loft di Manhattan, ma anche intimo, familiare. I tavoli sono presidiati da una regina africana dal sorriso smagliante che si aggira flessuosa come una pantera, bellissima. Mangiamo divinamente e io concludo con un bicchiere di Oban di 14 anni, di colore ambrato scuro e di fragranza intensa e torbata, che mi sembra adattissimo a concludere una serata all'insegna dell'amarcord. Andrea non lo vuole: è più serio di me.


Ma questo è il mio venerdì solitario.
Sono sceso prima in via Ottaviani. La percorro sino al colonnato del Bernini. E' buio, adesso, e la basilica di San Pietro così illuminata sullo sfondo mi mette soggezione; non riesco a entrarvi, è troppo tardi. I negozi che vivono in modo simbiotico con il Tempio si affrettano a chiudere a loro volta: se la Chiesa serra i battenti la loro esistenza è priva di senso.
Riprendo la metropolitana; scendo alla fermata di Fontana di Trevi, ma non riesco a orientarmi: è buio, c'è caos, troppi stranieri, nessuno sa. Decido di fare autonomamente e risalgo via Veneto, poi piego lateralmente e arrivo in cima a Trinità dei Monti; mi affaccio alla balconata e ho Piazza di Spagna nelle mie mani. Mi metto l'iPod nelle orecchie e mi ascolto Tosca, quella diretta da De Sabata. Fa uno strano effetto camminare per il centro di Roma ascoltando Tosca.
Le schermaglie fra Maria Callas e Tito Gobbi mi accompagnano dalla Barcaccia a via Margutta; sullo sfondo, Pippo Di Stefano canta il suo triste addio alla vita e nessuno gli dà retta tranne me.
Non ho molta fame; se devo mangiare, voglio che sia speciale. 
Stasera Babette è pieno zeppo; ripiego sull'osteria M. Il crostino al lardo con la marmellata d'arance è insulso e mi irrita,  ma la tagliata al rosmarino è paradisiaca, così come la grappa di Barolo in cui annego la mia solitudine, perché il mio essere solo richiama prepotentemente la virile grappa, non il fatuo single malt del simposio di ieri sera. Sono schiacciato dall'atmosfera falso-bohémien che si espande dai quadri disimpegnati appesi in modo fintocasuale alle pareti, e dagli altoparlanti che diffondono un morbido be-bop. 
Mi accorgo di rimpiangere l'essenziale esistenzialismo di Babette e il sorriso smagliante della regina africana. 
Ma forse è solo nostalgia di Andrea e della mia gioventù. 
Comme quand on était mômes, comme quand on était beaux

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