
"Guarda lì", m'ha detto.
Ho alzato il naso e sono rimasto fulminato nel vedere un volto sorridente che conosco molto bene, perchè è stato il primo vero eroe - forse l'unico - della mia gioventù; il libro era la sua autobiografia. Sono entrato come un fulmine: il volume, praticamente intonso, portava il prezzo ancora in lire, 3000, al cambio circa 1 euro e 50, la cui metà è 75 centesimi. Ho estratto dal portafoglio un deca senza chiedere il resto e l'ho fatto per due ragioni: la prima è ovviamente la beneficenza, ma la seconda è che mi dispiaceva pagare così poco per leggere il racconto della vita di un autentico pioniere, uno di quegli uomini che, con la loro audacia, hanno veramente cambiato la storia dell'Umanità.
La data è il 3 dicembre 1967.
Il teatro si chiama Groote Schuur e in afrikaaner significa "Grande granaio": è un ospedale, una cittadella della salute e vi si curano bianchi e coloured, anche se questi ultimi hanno ingressi separati: siamo in pieno apartheid, ma questo è un altro pezzo di storia.
In un'unità di Terapia Intensiva di questo grande ospedale giace Louis Washkansky, di 53 anni, affetto da cardiomiopatia dilatativa e con un'unica speranza: un intervento che nessuno ha mai matto, un'idea pazza e disperata, quella di sostituire il suo cuore ammalato con un altro cuore.
Solo che, perché lui viva, qualcuno deve morire; ed è quello che sta succedendo in un altro punto dell'ospedale.
Solo che, perché lui viva, qualcuno deve morire; ed è quello che sta succedendo in un altro punto dell'ospedale.
In un altro letto di Rianimazione i medici tengono artificialmente in vita una ragazza che è stata coinvolta in un incidente stradale; il suo cuore, così prezioso, batte ancora, ma è un nonsenso, perché non c'è più nessuna vita da alimentare: la ragazza è clinicamente morta. Il suo nome è Denise Darvall.
I destini di queste due esseri umani che non si conoscono verranno uniti, in una notte interminabile, da un chirurgo sudafricano di 45 anni che, mentre aspetta di entrare in sala operatoria, si fa la doccia e intanto prega. Il suo nome è Christiaan Barnard: ha studiato tutta la vita per arrivare a quel momento, ma è terrorizzato dall'enormità di quello che si appresta a fare:
Mantienile libere dall'errore
Così come mi hai liberato dal dubbio
Mostrandomi la strada
Affinché io operi al meglio delle mie possibilità
Operi a vantaggio di quest'uomo
Che ha messo la sua vita
Nelle mie mani
Due sale operatorie comunicanti.
In una si consuma il sacrificio di Denise.
Marius, fratello di Chris e numero due della squadra, è sul donatore. E' affranto: "Che vergogna - dice - stiamo uccidendo un cuore". Il cuore, organo magico, sede dell'anima, l'origine del moto perpetuo della vita.
L'équipe è presa dall'angoscia di violare qualcosa di sacro, e che l'Asso di Picche, la Morte, il vecchio nemico sia lì sorridente ad aspettare nella sala operatoria l'uomo che, come Ulisse, sta commettendo il più grande peccato di superbia che si possa immaginare, quello che il chirurgo cerca di commettere ogni giorno: fermare la morte, violando le Colonne d'Ercole del corpo umano. Ma è troppo tardi per ripensarci.
L'équipe è presa dall'angoscia di violare qualcosa di sacro, e che l'Asso di Picche, la Morte, il vecchio nemico sia lì sorridente ad aspettare nella sala operatoria l'uomo che, come Ulisse, sta commettendo il più grande peccato di superbia che si possa immaginare, quello che il chirurgo cerca di commettere ogni giorno: fermare la morte, violando le Colonne d'Ercole del corpo umano. Ma è troppo tardi per ripensarci.
Nella sala accanto, legato a Denise quasi da un cordone ombelicale, Louis Washkanski aspetta col torace aperto, col cuore che si muove incoordinato come un mare in tempesta.
La squadra guidata da Chris va avanti come un fiume in piena, fra le mille difficoltà dell'ignoto, ma alla fine il piccolo cuore di Denise riprende a battere nell'ampio torace di Louis.
Il primo uomo trapiantato sopravvivrà poco: morirà per una polmonite dopo appena 19 giorni. Ma la strada era stata tracciata quella notte di oltre quarant'anni fa, in una sala operatoria del "Grande granaio"
Se dovessi fare un elenco di uomini straordinari nel campo della Chirurgia, probabilmente sarebbe molto ristretto: Thomas Starzl, Paul Sugarbaker, Leandro Gennari e, appunto, Christiaan Barnard.
Ognuno, a proprio modo, è stato un pioniere e ognuno, a proprio modo, ha scritto un capitolo fondamentale della Storia di quest'arte meravigliosa, terribile e affascinante.
Barnard ha probabilmente avuto qualcosa in più: il fatto di aver affrontato una prova così incredibile nel Sudafrica della fine degli Anni Sessanta, all'alba dell'immunosoppressione, con mezzi giudicabili oggi di fortuna; il fatto di aver sostituito il cuore, quella che in fondo tutti noi ancora oggi consideriamo la sede della nostra anima, forse perché dà il ritmo incessante alla nostra stessa esistenza; l'estrema spregiudicatezza pur di arrivare alla destinazione; il fascino di un divo del cinema, che lo portò a dissipare la credibilità scientifica nel bel mondo, accanto a donne sempre diverse e sempre più giovani. E poi, il lento declino, inseguendo idee sempre più folli, devastato dall'artrite reumatoide che lo colpì nelle mani, il simbolo stesso del suo lavoro. Quelle mani con le quali, in una notte pazza e disperata, aveva sfidato la Natura e fatto battere il cuore di una donna morta nel petto di un altro essere vivente.
Ho provato a chiedere a Giacomo, mio figlio, di 13 anni, se il nome di Christiaan Barnard gli dicesse qualcosa, ma mi ha risposto sorridendo di no; ne sono rimasto un po' sgomento perché, alla sua età, per me quel nome era già leggenda.
Lo è ancora
La squadra guidata da Chris va avanti come un fiume in piena, fra le mille difficoltà dell'ignoto, ma alla fine il piccolo cuore di Denise riprende a battere nell'ampio torace di Louis.
Il primo uomo trapiantato sopravvivrà poco: morirà per una polmonite dopo appena 19 giorni. Ma la strada era stata tracciata quella notte di oltre quarant'anni fa, in una sala operatoria del "Grande granaio"

Ognuno, a proprio modo, è stato un pioniere e ognuno, a proprio modo, ha scritto un capitolo fondamentale della Storia di quest'arte meravigliosa, terribile e affascinante.
Barnard ha probabilmente avuto qualcosa in più: il fatto di aver affrontato una prova così incredibile nel Sudafrica della fine degli Anni Sessanta, all'alba dell'immunosoppressione, con mezzi giudicabili oggi di fortuna; il fatto di aver sostituito il cuore, quella che in fondo tutti noi ancora oggi consideriamo la sede della nostra anima, forse perché dà il ritmo incessante alla nostra stessa esistenza; l'estrema spregiudicatezza pur di arrivare alla destinazione; il fascino di un divo del cinema, che lo portò a dissipare la credibilità scientifica nel bel mondo, accanto a donne sempre diverse e sempre più giovani. E poi, il lento declino, inseguendo idee sempre più folli, devastato dall'artrite reumatoide che lo colpì nelle mani, il simbolo stesso del suo lavoro. Quelle mani con le quali, in una notte pazza e disperata, aveva sfidato la Natura e fatto battere il cuore di una donna morta nel petto di un altro essere vivente.
Ho provato a chiedere a Giacomo, mio figlio, di 13 anni, se il nome di Christiaan Barnard gli dicesse qualcosa, ma mi ha risposto sorridendo di no; ne sono rimasto un po' sgomento perché, alla sua età, per me quel nome era già leggenda.
Lo è ancora