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domenica 10 aprile 2011

Ai confini della vita


Sono vecchio, ormai; e non solo del mestiere. La mia età avanzata mi porta ad avere uno spiccato tropismo per i giornali murali, qualcosa che fa parte della tradizione della Sinistra di provincia. Ricordo a Orbetello (Gr) il murale de L'Unità - storico organo del Partito Comunista Italiano - con accanto la pubblicità dei viaggi-pellegrinaggi nella vecchia Unione Sovietica: e io, lettore onnivoro, sbirciavo sempre tutto. 
Oggi, domenica mattina, Sesto San Giovanni, una volta nota come "La Stalingrado italiana". Vicino alla piscina dove Giacomo deve gareggiare c'è il murale di Liberazione, succedaneo della vecchia Unità, ormai ridotto sempre di più non solo nel formato. E lì, in un taglio alto di una pagina qualunque, la notizia che vedete nella foto, quella dell'ennesimo sfregio alla mia professione sempre più schifosa, sempre più bastarda.

Proviamo a riassumere: tre medici romani, tre chirurghi, condannati in via definitiva per omicidio colposo per aver operato una giovane donna ammalata di un cancro al pancreas con metastasi diffuse.
Un caso inoperabile? Non lo so ma, messa così, appare probabile: e quindi, conseguentemente, aver operato una paziente così sembra essere un'idiozia bella e buona. Dico "sembra" perché non conosco esattamente i fatti e non mi fido. La Cassazione, ad ogni buon conto, non si limita a sancire ma si spinge oltre: afferma che operare un paziente che non ha nessuna possibilità di essere curato è deontologicamente scorretto e deve essere punito anche se l'intervento è stato effettuato con il consenso del paziente.
Naturalmente, questa decisione della Suprema Corte aprirà un nuovo fronte nella guerra senza esclusione di colpi contro ai medici. È facile prevedere, a questo punto, una nuova impennata di cause contro i medici che "non guariscono", perché di tumore si continuerà a morire, eccome. E in più ci sarà il problema di fissare un limite alla "curabilità" di una malattia e uno spartiacque con l' "incurabilità".
Chi stabilirà se una malattia sia o non sia curabile? E a che punto della storia clinica del paziente? Varrà per tutte le età o solo per le persone over 70? Varrà solo per gli interventi chirurgici o anche per la chemioterapia? E chi lo dice ai pazienti? E quando, per esempio, si stabiliscono i nuovi confini? Ogni quanto tempo? E su che base, se ci dovremo fermare tutti prima?
Io sono cresciuto professionalmente e filosoficamente con un chirurgo come Leandro Gennari che ha fatto, dello spostamento in là dei limiti di operabilità, non solo una scelta di vita ma quasi una professione di fede, una fede che per me non è nemmeno pagana tanto è profonda. Posso dire di aver imparato tante cose da lui e dal suo esempio, ma una su tutte: guardare oltre.
Nessuno pensa seriamente che sia giusto violare l'integrità fisica e trasformare il paziente in una sorta di animale da esperimento per gratificare l'ego smisurato del medico, ma non si possono buttare queste bombe invocando la deontologia a depositarsi, in guisa di coperta di Linus, sulle mancanze di una legislazione costruita solo sulle sentenze.
Prendiamo le peritonectomie fatte per tumori metastatici: è un argomento per me di massimo interesse, visto che me ne occupo (e non siamo poi così tanti in Italia a farlo) e ci ho anche costruito un sito internet
Sino a poco fa, la carcinosi peritoneale era considerata uno step terminale nella storia naturale di un tumore del colon e nessuno avrebbe pensato di operare i pazienti che ne erano affetti; oggi la peritonectomia con perfusione ipertermica è entrata nella ROL (Rete Oncologica Lombarda) come trattamento di scelta per queste patologie, quando curabili. 
Il problema è che si tratta di interventi difficili e rischiosi, fatti da pochi chirurghi in pochi Centri ben selezionati. E i pazienti che, nonostante gli sforzi, andranno in progressione di malattia o moriranno? L'averli curati si configurerà come una violazione deontologica?
E poi: quando definiamo "curabile" un paziente con carcinosi peritoneale? Certo, abbiamo dei parametri, ma chi dice che questi parametri possano andare bene per tutti?
Negli Anni Sessanta nessuno avrebbe asportato le metastasi al fegato, in particolare in Italia; oggi un mio collega - una delle massime autorità sul tema - arriva anche a toglierne 50 nello stesso intervento. 
È la sua una sfida alla biologia o, come dicono i giudici, alla deontologia? E se la malattia si ripresenta dopo 3 mesi, la "colpa" è sua che ci ha provato o della biologia che, sfidata dall'omuncolo, gli ha ricordato che non ha ancora fra le mani il modo per imbrigliarla e che le sue vittorie sono spesso provvisorie?
E il parere del paziente, in tutto ciò, cosa conta? La giovane donna con 50 metastasi al fegato andrà dal medico che rispetta non la deontologia, ma l'idea che di detta deontologia vorrebbero scrivere i giudici, o da quello che le dice "Ci proviamo"?

C'è un'altra notizia oggi, sempre di area medica, ma questa sul Corriere: entro il 2015 mancheranno circa 8000 medici negli ospedali lombardi. Per le specialità di pediatria e ginecologia è già emergenza, con concorsi che vanno deserti. I direttori dei 6 atenei lombardi hanno aperto una sorta di "comitato di crisi" con il presidente Formigoni.
Nessuno vuol più fare il medico, tanto meno in ospedale.
Strano.
Chissà perché.

sabato 6 novembre 2010

La banalità della malattia

Anche oggi, ennesima fatwa giornalistica contro i medici.
Motivo della condanna mediatica - come al solito netta, senza difesa e senza appello - è la morte per cause ancora da accertare di un ragazzo di 17 anni, deceduto all'ospedale di Ivrea per complicazioni dopo un banale intervento all'Ospedale di Ivrea.
Il banale intervento, durato 5 ore (e si sa che tutti gli interventi seri durano dalle 6 ore in su, no? Sino a 5 ore di durata, gli interventi sono sempre banali!) è stato effettuato su un povero ragazzone di 150 Kg (!) che si era fratturato il femore a seguito di un incidente motociclistico da cui - parole della cronista del TG5 di questa sera - era uscito "quasi illeso". C'è veramente da rimanere allibiti: e la frattura di femore che fa perdere almeno un litro di sangue cos'è? Un cappero incistato?
Non c'era un posto disponibile in Rianimazione, per cui il ragazzone dopo il difficile intervento è stato riportato in Reparto, monitorizzato e sorvegliato a vista dagli Anestesisti che lo avrebbero valutato non meno di sette volte durante la notte. Ma, nonostante questo, il ragazzone è morto.
E adesso, ovviamente, avvisi di garanzia per omicidio colposo, avvocati in smania di protagonismo con gli occhi fuori dalle orbite e il faccino serio di circostanza, interviste luttuose ai parenti del poveretto e solite vesti stracciate.
Non potevano aspettare un giorno in più, i medici, che magari si sarebbe liberato un posto in Terapia Intensiva? 
Forse sì, forse no. Stiamo parlando di un ragazzone di 150 Kg di peso con una frattura di femore, quindi - per definizione - a rischio emboligeno elevatissimo a tenerlo fermo nel letto come è necessario sinché la frattura non è stata riparata. Senza contare l'emorragia che continua sino a che non hai stabilizzato una frattura. E poi, con un pronto soccorso in piena attività, sappiamo benissimo che i letti di rianimazione vengono occupati continuamente.
Sarebbe cambiato qualcosa per il ragazzo se fosse stato ricoverato in Rianimazione?
No.
A quanto si legge, il ragazzo era monitorato ed è stato valutato non meno di sette volte dal Rianimatore durante la notte: pensate che in Rianimazione avrebbero potuto fare meglio di così? Ma naturalmente l'avvocato, assetato di sangue, afferma che il ragazzo è stato "...buttato lì in reparto come un paziente qualunque, come se si fosse rotto una caviglia". E cosa cazzo ne sa un avvocato di queste cose? Nulla, ovviamente. Ma parla. Non sa, per esempio, che una banale frattura di polso esposta può dare uno shock emorragico. Ma andiamo avanti.
Era un paziente tranquillo, esente da rischi? Certo che no! Infatti su "La Stampa" si legge quanto segue:
"Ma Davide non era un paziente qualunque, come gli stessi medici sapevano fin dall’inizio. Perché pesava 150 chili e perché aveva perso tantissimo sangue sia nell’incidente stradale in cui si era fratturato il femore sia durante l’intervento, eseguito tre giorni dopo il ricovero. Un’operazione apparentemente veloce ma che si era protratta quasi sei ore"
E allora, santa miseria, se diamo per veritiere le parole scritte qui sopra, come cazzo si fa a parlare di un banale intervento? 
Stiamo parlando di una frattura di femore (si possono perdere litri di sangue in una frattura di femore, santo Dio!) su un paziente obeso e gravemente emorragico, una di quelle situazioni che nessuno di quelli che fanno il mio lavoro vorrebbe mai affrontare! 
E pensate che ci sia fra i miei colleghi qualche pazzo incosciente che affronta una situazione così piena di elementi di rischio senza cercare di mettersi al sicuro in tutti i modi?
Avete idea di cosa voglia dire operare, per di più in regime di urgenza (sia pure differita) un paziente obeso e gravemente emorragico?
Qualcuno degli intelligenti giornalisti o dei saggi avvocati sempre col ditino alzato - se lo ficcassero nel culo -  e la voce vibrante di emozione mi può cortesemente spiegare come affronterebbero, loro, una situazione come questa che essi stessi definiscono banale?
Ed è quest'ultimo aspetto, soprattutto, che mi fa veramente imbestialire.

Il lavoro medico può essere tante cose, ma non è mai banale.
Possono esserci errori nella gestione di un paziente - si chiama malpractice, una volta per tutte - perché anche il medico è un essere umano e sbaglia come tutti, ma non sbaglia mai per aver trasformato una pratica banale in un macello. E questo per due buoni motivi.
Il primo è che sì, certo, ci sono professionisti di vario genere e non tutti sono alla stessa altezza, ci mancherebbe, ma è difficile, molto difficile che qualcuno dotato di cervello mediamente raziocinante si butti in uno strapiombo del genere senza prima essersi attrezzato con un paracadute. Doppio.
Il secondo - che poi è quello più importante - è che non si può trasformare una pratica banale  in un macello per il motivo molto semplice che nella cura dell'essere umano non esistono pratiche banali: anche una banale estrazione dentaria può trasformarsi in un dramma se il paziente è cardiopatico, o inaspettatamente allergico agli anestetici locali, o senza saperlo è portatore di una coagulopatia che spesso viene scoperta proprio in occasioni banali come queste. Mi è capitato più facilmente di perdere anni di vita in occasione di appendicectomie che nella mente bacata di qualche comunicatore mediatico (mai nella mia, in ogni caso) sarebbero state classificate come banali ma che poi, alla resa dei conti, banali non lo erano poi tanto. 
Ci sono banali raffreddori che, in pazienti defedati ed immunosoppressi, diventano polmoniti per nulla banali.
Si sono diagnosi che sono banali solo nella testa bacata di chi ce le rappresenta in televisione, alla radio e sui giornali; e io, come chirurgo di discreta percorrenza, continuo a sostenere che la vera sfida nella mia professione, quella che fa tremare i polsi, non è l'intervento difficile, ma la diagnosi che sembra banale. Ma naturalmente questo tipo di considerazioni non hanno nessun significato per una platea abituata all'infallibilità non dico del Dr. House, ma a quella di Lele Martini del "Medico in famiglia" e di Rosanna Lambertucci.
L'unica vera banalità è quella di considerare una malattia uguale ad un'altra: è l'equivoco tipico di chi considera le malattie e mai i malati, ed è un errore che solitamente non viene mai commesso da un medico, bensì da chi ne parla, per lo più a sproposito: ancora una volta, avvocati e giornalisti. 
Sono tante e tali le variabili che possono impazzire nella cura di un paziente, che mai e poi mai userei un termine come banale per definirne la diagnosi o la cura: nella migliore delle ipotesi, a essere generosi sarei superficiale. 
A meno, ovviamente, di essere giornalista o avvocato