giovedì 8 aprile 2021

Nel buio, come sempre

 

Ho terminato il libro di Marco Clementi dedicato alla ricostruzione del momento più buio della nostrastoria del secondo Dopoguerra: “La pazzia di Aldo Moro” (BUR 2001).

Alla fine di una lettura così complessa che avrebbe la pretesa di essere storicamente attendibile (rispetto quanto meno alle versioni definite come variamente “complottare” dai nostalgici in servizio permanente effettivo), i dubbi sono più delle certezze.

Innanzitutto, si deve accettare la visione di Clementi che – pour ainsi dire – non disprezza (a essere generosi) il punto di vista delle BR: anche l’uso della terminologia accorda ai vecchi terroristi lo status di rivoluzionari che, a regola, non meriterebbero, considerando anche e soprattutto presupposti e conseguenze del sequestro stesso che, della loro azione rivoluzionaria, dovrebbe essere stato il culmine.

Infatti, dovremmo proprio presupporre un’organizzazione esterna all’Italia, con Moretti e soci in guisa di utili idioti, per farci una ragione precisa della progettazione di un sequestro che non aveva nessuna possibilità di riuscita “politica”, o “strategica” in senso più lato; solo qualcuno di poco calato nella realtà italiana di quel periodo avrebbe potuto pensare all’efficacia un’azione di questo tipo.

Il presidente della democrazia cristiana Aldo Moro era da tempo uno dei possibili candidati al sequestro e, a quanto si legge, sarebbe stato scelto per il suo ruolo di alto funzionario del partito più odiato, e perché sarebbe stato più facile rispetto ad altri. Quello che non si capisce, invece, è come Moretti e soci possano aver pensato di avere un successo “politico” in un contesto come quello italiano di inizio 1978 che vedeva il PCI di Berlinguer approssimarsi alla maggioranza di governo, con la benedizione (o tolleranza) degli USA, grazie alla realizzazione del famoso “compromesso storico” di cui lo stesso Moro era – se non promotore – quanto meno pacifico e consenziente ratificatore.

Appare quindi ovvio anche con gli occhi dell’epoca, e sin dalle premesse, che le BR avrebbero trovato due ostacoli pressoché insormontabili nella DC e nel PCI; "quasi amici" di maggioranza dediti – com’era logico – alla conservazione di quelle istituzioni di cui erano garanti, i primi per vocazione e lunga militanza; ma, in fondo, anche i secondi. Non va infatti dimenticato che il PCI aveva fornito risorse importanti per la Resistenza, per la nascita della Repubblica e per la scrittura della Costituzione; che lo stesso Togliatti non solo se ne era fatto garante, ma aveva bloccato qualunque tentativo di insurrezione, ivi compreso quello che sarebbe potuto esitare dopo l’attentato di Pallante del Luglio del 1948. I quadri del PCI (nonostante avessero avuto nei lombi i brigatisti che facevano parte dell'album di famiglia, come diceva Rossana Rossanda), non avevano la rivoluzione nel proprio DNA; e, dopo aver fatto tanto per arrivare alla maggioranza di governo, non se ne sarebbero fatti scalzare da quella conventicola di squinternati che, almeno teoricamente,  tale rivoluzione aveva invece proprio in programma di realizzare.

La DC – per ragioni analogamente istituzionali – a sua volta non avrebbe mai ceduto di fronte al ricatto destabilizzante.

Le conclusioni di Clementi, in tal senso, sono fuorvianti: lui punta tutto sull’assunto che la DC abbia la responsabilità morale di non aver fatto nulla per salvare il Presidente. Ma, contrariamente a quanto affermato alla fine del libro, nessun notabile democristiano aveva fatto sfoggio di ignavia, bensì esattamente del contrario: una fermezza ai limiti del cinismo, che ha trovato compatto un fronte che, per sua natura, abitualmente non lo era. Piccoli, Andreotti, Fanfani, Zaccagnini e tutti gli altri dimostrarono la forte determinazione non tanto a non rilasciare i “prigionieri politici” (probabilmente un pretesto anche per le BR), quanto nel non riconoscere lo status di interlocutori ai terroristi; che era il vero target della manovalanza che aveva in mano Moro. Ne deriva che la tesi vagamente adombrata da Clementi - che cioè la colpa della morte di Moro sia in capo alla DC - sia assolutamente comoda e falsa: per le forze di maggioranza fu inevitabile resistere, la colpa dell'assassinio di Moro fu solo ed esclusivamente di chi lo ammazzò.

L’altro aspetto che fa pensare è il ridicolo “processo” cui Moro è stato sottoposto da Moretti, Gallinari e gli altri sicari presenti in via Montalcini. A leggere la documentazione di cui Clementi fa ampio sfoggio, c’è da chiedersi cosa realmente volessero ottenere i terroristi dal Presidente della DC; e per quali colpe, alla fine, lo abbiano condannato a morte. Rivelazioni? Loro non sapevano nemmeno – per dirne una – dell’esistenza di Gladio; e Moro, stando a quanto si legge, è riuscito ad evitare di parlarne. A ben vedere, quello poteva essere l’unico argomento di un certo interesse per loro, invece delle tendenze politiche della famiglia Agnelli o di fantomatiche trame di un presunto imperialismo trasversale. Addirittura, a leggere Clementi, sembra che Moretti e soci non sapessero nemmeno cosa chiedere all’attento presidente DC, per propria consuetudine e formazione molto più abile nella dialettica rispetto ai suoi interlocutori.

Infine, l’esito. L’inevitabile omicidio del Presidente DC ha ottenuto da un lato il risultato di far vedere con chiarezza che razza di belve sanguinarie fossero questi assassini; e dall’altro, di compattare nel segno di una fermezza bipartisan un Paese lacerato e diviso, portando alla morte il terrorismo politico.

Se questa era una risoluzione strategica, un attacco al cuore dello Stato, abbiamo corso il rischio di essere governati da un gruppo di idioti.

Ma gli idioti – e questo è abbastanza bizzarro – sono riusciti a mantenere un ostaggio di quel genere nascosto non sull’Aspromonte, ma in un appartamento a Roma, senza che delatori o infiltrati dessero a investigatori non particolarmente solerti un’idea di dove fosse la “prigione del popolo”.

Quindi, ecco: la “versione così com’è” di Clementi lascia più dubbi e perplessità di quanti uno ne avesse prima di leggere. Ma uno, soprattutto: per capillare che fosse l’organizzazione di questi personaggi, resta difficile credere che potessero organizzare da soli un sequestro di un personaggio così importante, protrattosi per quasi due mesi, con i responsabili del medesimo liberi di andare a lavorare, di fare la spesa o di scorrazzare in lungo e in largo per l’Italia. E, anche fosse stato possibile nei termini in cui Moretti e Clementi vogliono farcelo credere, qual è stato il fine ultimo del sequestro? A chi ha giovato? Era scritto nelle premesse che sarebbe andato malissimo, che sarebbe stato un suicidio politico e “strategico”. Chi avrebbe potuto organizzare un’azione che non aveva nessuna possibilità di riuscita in un contesto come quello italiano di quel periodo? Solo qualcuno che era talmente esterno da non avere nessuna idea sul medesimo, ma che puntava a una destabilizzazione per evitare di perdere agganci geo-politici. Il partito comunista più importante fra quelli delle nazioni non allineate col Patto di Varsavia, nel contesto dell’unica penisola europea stabilmente democratica, stava per entrare nella maggioranza parlamentare assieme alla democrazia cristiana. Se consideriamo anche gli avvenimenti degli anni successivi, che sarebbero culminati con l’attentato al Papa, credo che la lettura degli eventi sia tutta lì.


In conclusione: un libro interessante, se si riesce a superare il disgusto per le affermazioni filo-BR del suo autore; ma decisamente non un libro risolutivo su un tema che, analogamente ad altri in Italia, non troverà una risposta definitiva


lunedì 15 febbraio 2021

Duro e puro

 


Vorrei scrivere qualche considerazione in merito all’ennesima richiesta di lockdown duro avanzata dal solito Walter Ricciardi (il quale peraltro, un anno fa, diceva che il nuovo coronavirus era meno pericoloso dell’epidemia dell’influenza).

Non entro in meriti politici, perché mi sembra che la vicenda sia cavalcata abbastanza da diverse fazioni che stanno mettendo in campo interessi che poco hanno a che fare con la salute pubblica.

Non entro nemmeno in meriti epidemiologici e statistici, sui quali non ho nessuna esperienza professionale; mi limito a ragionare per conto mio, proponendo la riflessione su una serie di punti.


Primo: la pandemia ha fatto danni non solo sulla salute, ma anche sull’economia. Danni gravissimi, probabilmente incalcolabili, forse paragonabili agli effetti devastanti di una guerra mondiale. Credo che sia questa la ragione per cui i governi dei paesi meno abbienti (il nostro, per esempio) hanno provato a confrontarsi con la possibilità di navigare a vista dopo la “prima ondata”, quella appunto del lockdown duro e generalizzato che, di fatto, NON ha eliminato il virus; ne ha ridotto l'impatto, certo, ma provvisoriamente e permettendo la sua sopravvivenza in un "santuario" che ha fatto da serbatoio. 
In compenso, il lockdown ha fatto fallire un numero spropositato di persone che non sono state aiutate adeguatamente da chi avrebbe dovuto sovraintendere a un periodo tanto difficile


Secondo: il lockdown, in altre nazioni (Germania, per esempio), viene adeguatamente supportato dallo Stato. 
Da noi, i cosiddetti “ristori” erogati (in ritardo e in scarsa misura) per le categorie penalizzate, sono le proverbiali quattro pelli di peperone, che non servono a niente e a nessuno. Da noi, cade il governo. Da noi, i cittadini vengono abbandonati a sé stessi. Abbiamo la forza di sopportare una chiusura totale di almeno tre mesi, visto che i due mesi dell’anno scorso non sono serviti a niente (il miglioramento dei dati è stato solo transitorio…? Questa secondo me è la domanda vera cui dare una risposta


Terzo: il rischio della “terza ondata” è sicuramente reale, ci mancherebbe, ma attualmente siamo in una fase di oggettiva, discreta gestibilità di un contagio che – in questo momento – per preoccupante che possa essere, non ha i numeri di qualche mese fa. Per proporre una misura così drastica e drammatica, devi essere molto, molto credibile; e non in modo retrospettivo, ma prospettico, portando dati statistici attendibili. 
E questi dati mancano, perché non abbiamo la tracciabilità


Quarto: a questo proposito, Ricciardi afferma che un lockdown duro ma breve permetterebbe di riprendere il tracciamento che attualmente sfugge. Anche Nino Cartabellotta, della Fondazione GIMBE (altro grande sponsor del lockdown), afferma: Chiudere tutto per 2 settimane significherebbe abbassare la curva per poter riprendere il tracciamento
, ma secondo Cartabellotta, «non tutte le regioni sono pronte all’attività di testing e tracciamento. Dobbiamo decidere se siamo disponibili ad accettare una restrizione maggiore per abbassare la curva, oppure se accettiamo di avere un 2021 che andrà avanti con stop & go».


Quinto: la concentrazione delle risorse  sul solo Coronavirus come unico problema sanitario meritevole di cure, ha portato, come conseguenza, il peggioramento di altre malattie - i tumori, per esempio - che sono state trascurate, sia come diagnosi che come terapia e, ovviamente, follow-up. 
Il peggio si è verificato proprio durante e subito dopo il lockdown. I cosiddetti “centri hub“ (centri di elevata specializzazione nella diagnosi e cura di determinati cluster di patologie), si sono rivelati ampiamente insufficienti alla gestione delle patologie non Covid. Credo che solo fra molti anni riusciremo a fare il bilancio di tutte le morti che si sono verificate per colpa del Covid come causa indiretta di mancato accesso alla diagnosi e alle cure


 Sesto: il lockdown può durare due, tre, quattro, dieci settimane, anche venti o cento, tutto il tempo che vogliamo. Ma prima o poi finisce. E, a quel punto, è inevitabile che alla riapertura delle stalle, il bestiame si riversi in massa sull’alpeggio, con gli inevitabili assembramenti che abbiamo visto l’estate scorsa, quella dominata – in guisa di simbolo squisitamente italico – dalla decerebrata di “Non ce n’è coviddi”. Il problema poi non è solo nazionale: porti, aeroporti e stazioni ferroviarie permetteranno l’ingresso di tutte le varianti, quelle che già conosciamo e quelle che devono ancora arrivare, ma che si stanno già selezionando sulla popolazione di tutto il mondo

giovedì 30 agosto 2018

Nel baratro


La notizia che il concorso per un numero non specificato di posti di lavoro per il PS dell'Ospedale di Parma è andato deserto, deve fare riflettere profondamente. 

Risultati immagini per baratroIniziamo dalla prima riflessione: il concorso era per incarichi a tempo determinato. Adesso vanno molto di moda, ai miei tempi - cioè, quando io ero un giovane medico - no. A tempo determinato vuol dire che hai un contratto di collaborazione continuativa, non sei "fisso": e non sono più i tempi in cui puoi proporre un lavoro difficile e senza tutela per le proverbiali quattro pelli di peperone e senza sicurezza del posto di lavoro. 
Ai miei tempi, il Pronto Soccorso era la prima destinazione per un aspirante medico ospedaliero; oggi, la situazione è molto diversa e i medici - sempre meno - possono scegliere se, come e dove fare il Pronto Soccorso. La scelta è abbondante, e un giovane può permettersi il lusso - se ha voglia di dedicarsi all'urgenza - di scegliere ciò che vuole e di rifiutare contratti a tempo determinato. La situazione di Parma non è unica, in Italia: anche a Milano, in grossi ospedali, i contratti a tempo determinato non vengono nemmeno presi in considerazione. Se faccio un lavoro impegnativo, voglio il posto fisso: c'è di che far luccicare gli occhi a tutti gli emuli di Checco Zalone.
Quindi, se si vuole occupare uno slot vacante - e ce ne saranno sempre di più - il contratto a tempo determinato NON è una buona scelta.

Seconda riflessione: il numero dei medici.
I medici sono sempre meno.
A questo risultato poco ambibile concorrono alcuni elementi fondamentali, il primo dei quali è l'accesso alle Facoltà di Medicina che è vincolato da un demenziale concorso nazionale ed è a numero chiuso, chiusissimo. Oddìo, sembrerebbe che quest'anno il MIUR  abbia aumentato la disponibilità di 900 posti, ma è un provvedimento palliativo: i progetti di professionisti cui apre oggi le braccia l'Alma Universitas diventeranno disponibili fra oltre 11 anni, dopo cioè Laurea e indispensabile specializzazione, ammesso che il neolaureato sia riuscito ad accedervi in tempo reale. Il che è praticamente impossibile.
Il numero chiuso in Medicina è stato introdotto in un momento storico in cui esso era del tutto inutile. Quelli della mia generazione non ne hanno avuto bisogno: ci sono stati i professori che hanno provveduto a selezionare i più attrezzati. Nel 1984 a Milano ci siamo immatricolati in circa 1200, divisi in 12 linee didattiche ognuna da circa 100 studenti. Della mia linea didattica ci siamo laureati in corso in circa sei. Ripeto: sei.

Risultati immagini per università di milanoQuelli della mia generazione ricordano sicuramente nomi terribili di autentici killer seriali: Molho,Galli Kienle, Tredici, Ventura, Petruccioli, D'Angelo, Mancia, Mocarelli, lo stesso Rugarli e tanti, tantissimi altri. Quasi tutti noi siamo stati bocciati in lungo e in largo da questi professori. Qualcuno di noi ha mollato strada facendo per la difficoltà di rimanere attaccati a un carro che procedeva inesorabile senza aspettare nessuno. Ma quelli di noi che sono diventati medici non hanno sofferto per pretese ingiustizie: sapevamo che erano belve assetate di sangue, ci siamo difesi.
Sarebbe proprio così sbagliato tornare a un sistema del genere? Nessun feedback dello studente e massima libertà al professore di triturare chi non sa.
Oltre a tutto, chiunque avrebbe la possibilità di provarci, e questo sarebbe assolutamente democratico.
E, particolare non trascurabile: molti di più pagherebbero le tasse scolastiche.

Terza riflessione: la follia forcaiola.
Nel mio precedente ospedale sono stato - fra le altre cose - anche tutor universitario. Nessuno - dico: nessuno - vuol fare professioni maggiormente a rischio di contenzioso, a cominciare quindi dalla chirurgia e da tutto ciò che ha a che fare con l'urgenza. 
Nel mio libro "Reato di cura" ho cercato di analizzare il problema partendo dalle colpe dei medici che poco o nulla hanno fatto per arginare questa demenziale deriva giustizialista e ho offerto la mia disponibilità per ragionare su come uscire da questa impasse, ma - al di là di una generica solidarietà - non ho trovato risposte. 
L'Italia è uno dei tre (!) paesi al mondo assieme a Polonia (!) e Messico (!) a collocare la colpa medica in ambito penale. 
Le consulenze tecniche sono affidate a persone che non hanno poche o nulle competenze in ciò che vanno a giudicare. 
Gli avvocati stimolano i pazienti a tentare la strada del risarcimento con compensi da stabilire alla fine (il teoricamente vietatissimo patto di quota lite). 
A ciò si aggiungano giornalisti che soffiano sul fuoco spacciando notizie di scarso rilievo in cui però è insito già il giudizio definitivo, che non fa altro che peggiorare il rapporto fra medici e pazienti.
Siamo sinceri: chi mai vorrà impegolarsi in professioni a rischio, per di più con coperture assicurative limitate e costosissime?

Quarta riflessione: mancanza di progettualità.
Si vive alla giornata.
I nuovi medici non arrivano a rimpiazzare quelli che vanno in pensione.
Non c'è un piano di formazione con adeguata tutorializzazione.
La didattica sul campo è vissuta come un fastidio perché è un lavoro (importante) supplementare che viene espletato isorisorse, anzi, con risorse sempre più limitate.

Ci sarebbero molte altre riflessioni da fare, ma mi fermerei a queste.
Sarà bene che ognuno pensi a dove ci troviamo e dove stiamo andando.
Ci troviamo in un baratro nel quale, peraltro, ci siamo cacciati come collettività con le nostre stesse mani al solo scopo di lucrare un misero, transitorio guadagno: quello di un malcalcolato risparmio sul numero di accessi all'Università, messo in campo quando non era più necessario; e quello dei risarcimenti sulle colpe mediche.
Stiamo andando verso il nulla, perché nessuno ha voglia di far qualcosa di propositivo, anche se impopolare, per recuperare il terreno perduto.
I medici saranno sempre meno, non solo in ambito di urgenza.
Se qualcuno vuol fare qualcosa, sarà meglio che batta un colpo in fretta.
Io ci sono, come già avevo scritto in passato.

giovedì 14 giugno 2018

Ai confini di sé stesso: vita da borderline


Risultati immagini per borderline

La relazione che instaura un borderline sarà sempre votata al controllo, in una condizione di stabilità precaria e di instabilità continua. Spesso le persone che hanno questo disturbo sono state vittime di violenza sessuale in giovane età... 
Il borderline vive di emozioni non di sentimenti: non riuscirà mai a instaurare un rapporto maturo di condivisione empatico con l’altro. E questo è il paradosso che caratterizza la complessità del borderline: quando si crea la possibilità di una relazione intima, il borderline percepisce, anche in maniera psicotica, questo senso di ansia generalizzata, tendendo all’autosabotaggio della relazione e alla rottura della stessa.
La rottura nasce proprio dalla paura dell’abbandono: abbandona prima di essere abbandonato. 
Proprio perché l’altro diviene importante, troppo importante, che il suo rifiuto può causare un male ancora maggiore, allora l’autosabotarsi (e, ovviamente, sabotare il partner) è l’unica scelta possibile per superare l’ansia di abbandono. Dopo questa fase, il borderline ritornerà come se niente fosse successo a rivolgersi a un nuovo salvatore, ricominciando il ciclo di idealizzazione-controllo e poi svalutazione, in una relazione che mai riuscirà ad essere stabile. 
Un po’ come un flipper, dove si evitano gli estremi: troppa lontananza e troppa vicinanza generano angoscia e quindi rottura. Per questo motivo chi soffre di questa patologia difficilmente riuscirà a coltivare relazioni a lungo termine e in maniera stabile. Le relazioni che instaurano sono caratterizzate da una tempesta emotiva continua (cit. https://it.quora.com/In-cosa-consiste-il-disturbo-Borderline-di-personalit%C3%A0  modif)

Lievemente modificato, l'articolo sopra riportato (fra parentesi l'URL dell'originale) riporta ciò che può capitare a chi si imbatte in un borderline.

Nella mente del border ci sarà sempre una zona nera, un pozzo in cui annegano tutti i tentativi di sentimenti, sostituiti da emozioni violente.
Il border non se ne accorge, ma uccide tutti coloro che gli gravitano intorno.
Il border è involontariamente e patologicamente egoista e autocentrato.
Il border non si riconosce ammalato, ma lo è più di chiunque altro.
Il border vive sempre ai limiti, ai confini di sé stesso. Ogni volta che tenta una relazione più profonda, il suo personalissimo mostro esige il tributo di sangue e il border uccide chi gli sta accanto.

Non c'è speranza di salvezza per  un border, perché penserà di essere sempre nel giusto e non accetterà l'idea di essere ammalato.
Non c'è spazio per la vita nel cuore del border



martedì 3 giugno 2014

Come un fungo velenoso


"Le manifestazioni cliniche cui andò incontro il paziente Luca Ernesto Olivotto durante la degenza nella struttura 'Universal Hospital Group' di Tirana sono riconducibili agli effetti della somministrazione di bicarbonato di sodio". E' quanto scrivono i consulenti della Procura di Catania, delegati dal pm Attilio Pisani della Procura di Roma, titolare delle indagini sulla causa che ha determinato il decesso di Luca Olivotto, il giovane 28enne che si ricoverò nell'ottobre dello scorso anno presso la Universal Hospital Group di Tirana su indicazioni di Tullio Simoncini, l'ex medico, radiato da vent'anni, secondo il quale il cancro è un fungo da debellare con infusioni massicce di bicarbonato di sodio".
Il fungo sarebbe la candida albicans; Simoncini sarebbe arrivato a questa geniale conclusione osservando il colore biancastro di alcuni tumori ma, per sua stessa ammissione, senza nemmeno cercare un'ifa in nessun tumore.
La notizia - che ho sentito questa sera al telegiornale - mi ha colpito.
E' da un po' che sono attivo contro le bufale agghiaccianti che girano nell'universo alternativo e incontrollato dei bassifondi della Rete.
Vaccini - nella migliore delle ipotesi - totalmente inutili; forse anche dannosi; sicuramente governati da interessi finanziari delle Multinazionali Farmaceutiche e dei medici prezzolati.
Chemioterapie assassine che curerebbero il 2.5% dei pazienti che vi si sottopongono (questa era talmente pesante che l'ho denunciata al mio Ordine dei Medici).
Il cancro può essere guarito con una bella dieta vegana.
Il cancro può essere guarito da una bella dose di bicarbonato. Questa, fra tutte, è particolarmente agghiacciante. Cito dal sito pilastridiluce.net, gestito da tale sedicente Iside: "Il bicarbonato di sodio applicato ai tumori alla fine li fa scomparire rapidamente, che molti dei trattamenti chemioterapici attualmente includono bicarbonato di sodio, con la scusa che “aiuta” a proteggere i reni, il cuore e il sistema nervoso del paziente è un dato di fatto. Ed è stato già stabilito che la somministrazione di chemioterapia senza bicarbonato può uccidere il paziente. Così , quando sentiamo parlare sui “successi” della chemioterapia è proprio il bicarbonato di sodio che agisce, non solo per fermare metastasi ma anche per ridurre al minimo gli effetti collaterali dannosi della tossicità chemioterapica"

Nella testa di una persona ammalata, si formano immediatamente due pensieri: 
  1. Il bicarbonato guarisce il cancro perché lo dice Facebook
  2. Più ne prendo, prima guarisco
  3. Quando sono guarito, denuncio i medici bastardi che non me lo hanno voluto dare
Ed ecco che il poveretto parte per il viaggio della speranza e si ferma al punto 2, perché il guru gli fa sette flaconi endovena o intra-arteriosi (qui la vulgata non è chiarissima) di bicarbonato e il paziente muore di alcalosi metabolica.

E adesso vi aspetterete il solito pistolotto contro l'ignoranza della gente che, invece di consultare i medici, si fa un giro su Internet con lo stesso spirito con cui prima leggeva la Garzantina medica.
E invece no: faccio il mea culpa, a nome e per conto della mia categoria.
Credo che la colpa di questa tragedia sia soprattutto dei medici. Categoria di cui - sia detto apertis verbis - NON fa parte Tullio Simoncini.

Adesso, non metterebbe nemmeno conto di parlare di questo impostore: un ignorante agghiacciante, un turlupinatore, un balordo criminale che ha già condanne penali alle sue spalle, oltre a una radiazione dall'Ordine dei Medici di cui faceva parte.
Il problema, paradossalmente, non è lui: lui è come il Mago Otelma, campa sulla credulità di persone disperate che accetterebbero qualunque cosa pur di non soffrire, per sentirsi dire una parola buona, una promessa. Lui cresce come un fungo velenoso su un humus marcio, sul putridume di una disperazione aggravata dall'incomprensione. 
E' come un'Amanita Phalloides: cresce, si espande, sembra bello, ma è mortale. Spande il suo veleno perché solo questo sa fare.
La colpa però è sua fino a un certo punto.
La colpa è di chi va a cercarlo, affidando a questo miserabile impostore la propria vita o quella dei propri cari.
La colpa è di chi lo lascia parlare, senza zittirlo e soprattutto senza offrire un'alternativa parimenti credibile.
Quindi, in definitiva, la colpa è di noi medici, quelli veri, quelli come noi che lottano ogni giorno contro il cancro in modo serio, scientificamente attendibile, facendo ricerca e pubblicando i risultati.
La colpa è nostra che non siamo in grado di dare al nostro lavoro una dignità anche solo lontanamente paragonabile a quella millantata da un miserabile che spara cazzate agghiaccianti e le diffonde attraverso blog e social forum; e lo stesso concetto valga per tutte le vaccate veicolate contro i vaccini.
Se noi non siamo in grado di farci capire, se bastano le stronzate di un social forum a creare aspettative che nessuno ha voglia di smentire molto spesso solo per pigrizia, è giusto che i pazienti facciano il viaggio a Tirana in cerca di una speranza che noi non siamo stati capaci di dar loro.

martedì 17 settembre 2013

Love boat

Ascolto il telegiornale: a cominciare da Enrico Letta, che ne ha parlato come di un mondiale di calcio (l'unico evento che unisce veramente gli italiani) sono tutti orgogliosi del successo squisitamente italiano della rimozione del relitto della Concordia al Giglio.
Italiano è Gabrielli, Capo della Protezione Civile.
Italiano è tale Franco Porcellacchia, responsabile della rimozione per Costa.
Italiano è Sergio Girotto, responsabile della rimozione per Titan-Micoperi.
Italiano NON E' Nick Sloane, salvage master sudafricano, che ha diretto le operazioni; ma in compenso pare abbia bevuto in abbondanza birra Peroni, Moretti, Pedavena e Ichnusa, per cui lo è quanto meno di adozione.
Italiani sono i 450 milioni di euro spesi per questa leggendaria impresa seguita con la stessa morbosa attenzione riservata trent'anni fa al pozzo di Vermicino.

Italiano - infine - è il comandante Francesco Schettino, la cui lungimiranza, sagacia, capacità di manovra e coraggio, ha reso possibile tutto questo trionfalismo mal riposto che, in nome di una fortuna di soldi pubblici dilapidati, ha unito tutti i suoi compatrioti a sprezzo del ridicolo internazionale.
Se ne sentiva proprio il bisogno

mercoledì 3 luglio 2013

E se tornasse davvero?...

Ogni tanto - specie in vacanza - mi lascio convincere dal tamtam pubblicitario dei libri best seller. Questa volta mi sono fatto convincere anche dalle insistenze del solito Barba che è uno che raramente si fa infinocchiare dalle suggestioni mediatiche, vuoi perché scaltro di suo, vuoi perché addetto ai lavori; e così ho scaricato sul mio Kindle "Lui è tornato", di Timur Vermes, edito in Italia da Bompiani, caso editoriale dell'anno.
Il plot narrativo è apparentemente piuttosto semplice, e già esperito da altri narratori (si pensi a Woody Allen con "Il dormiglione").
In sintesi: Hitler non è morto, ma è rimasto come ibernato per una settantina d'anni. Si risveglia improvvisamente, puzza ancora di tutta la benzina che gli hanno versato addosso. Smarrimento: non c'è più Eva, non c'è più il bunker, non ci sono né Bormann né Goebbels, soprattutto non c'è più la "sua" Berlino.
Che fare?
Non si è stati il Fuhrer per nulla, no?
Ecco che il nostro si industria, con sagacia e coerenza, a ricominciare da dove aveva finito, senza deflettere di una virgola dal suo vecchio piano di battaglia, dalle sue idee (antisemitismo in primis) e dalle sue mire espansionistiche, naturale filiazione del pangermanesimo che lo aveva prodotto.
La sua intelligenza e scaltrezza lo portano ad assimilare in fretta le nuove tecnologie: dalla televisione, di cui capisce rapidissimamente le potenzialità comunicative; al computer con tutte le sue declinazioni, da Internet a Youtube e forse anche Facebook.
La sua profondissima conoscenza della psiche della gente lo porta a toccare immediatamente i nervi scoperti dei suoi "nuovi" contemporanei, con un successo inimmaginabile.
La gente come lo prende?
Sul ridere.
Inizialmente Hitler è l'ospite surreale, grottesco e un filo démodé di una trasmissione condotta da un turco: i suoi interventi vengono male interpretati e fanno ridere il distratto pubblico berlinese.
Il successo è travolgente, e stupisce persino l'anziano leader. La gente lo prende in simpatia; e, particolare inquietante, lo prende in simpatia anche il lettore, anche se la questione ebraica è - diciamocelo - un filo scomoda, come gli ricorda la manager della rete televisiva che lo ha assunto.
Sinché...

Ecco, se devo dire la verità all'inizio non m'ha acchiappato e l'ho detto anche al Barba.
Essendo preparato anche dai commenti su Internet a un libro grottesco, l'ho trovato ben poco spassoso su questo specifico fronte, eccetto che in qualche inciso divertente soprattutto all'inizio, quando cioè Adolf si trova a confrontarsi con un mondo che non è più il suo, che non capisce e a cui fa fatica a prendere le misure.
Ma poi il libro cambia marcia.
Hitler è velocissimo nel capire il mondo che lo circonda, a mascherarsi, a sfumare, ad adattarvisi come un camaleonte. 
L'anziano dittatore non cambia di una virgola le sue idee; semplicemente trova il modo giusto di esporle, quello che le renda prima assimilabili, poi ambibili ai suoi nuovi contemporanei.
Terribile è l'episodio in cui riesce a convincere la nonna della sua segretaria. L'anziana signora, ebrea, che da bambina aveva visto la famiglia sterminata in un campo di concentramento, accetta non solo di confrontarsi con chi le aveva devastato la vita allora, ma addirittura di farsi convincere a "prestare"a Hitler la nipote per fargli da segretaria. E Hitler non ha nessun dubbio sulle proprie capacità di convincerla...

Ecco, questa è la vera chiave di lettura di un romanzo interessante, ricco di spunti e profondissimo, molto più acuto di quanto lascia intendere la superficie.
Il libro vive di un pessimismo profondo nei confronti dell'umanità, potenzialmente sempre pronta a farsi abbindolare dal nuovo iddio, purché abbia le parole giuste nel momento giusto.
Hitler lo spiega a Vera, la segretaria: "Crede che averi potuto fare tutto quello che ho fatto se non mi avessero creduto?".
Lui si era limitato a "leggere" - con eccezionale sagacia - nei bisogni della gente, soprattutto nell'eterna, immutevole necessità della stessa umanità di trovare un colpevole purchessia di tutto il male che ci circonda.
La gente prima lo aveva preso sul ridere.
Poi lo aveva rispettato.
Poi ci aveva creduto, sino al fanatismo.
Vermes, senza nessun atteggiamento nostalgico, ma con acuto senso dell'osservazione, fa una palingenesi inquietante e si ferma su quello che potrebbe essere nuovo "punto di partenza", che lascia l'amaro in bocca perché non c'è niente di strano o di disumano nella Berlino che circonda questo strano personaggio piombato inaspettato da una Storia che sembrava averlo ormai fagocitato e digerito.
A volte ritornano? Può essere.
Il problema è: riusciremmo oggi a evitare gli errori (e gli orrori) del passato? O corriamo il rischio di essere ancora una volta troppo superficiali?
Ormai è scientificamente appurato: ognuno di noi corre il rischio di dimenticare il proprio figlio in macchina, anche se nessuno pensa che possa mai capitare proprio a lui...
Libro davvero inquietante

sabato 15 giugno 2013

Ciao Darwin

Lo ammetto: trovo piuttosto interessante assistere alla normale evoluzione partitica del Movimento 5 Stelle, il non-partito, lo spazio creativo dei duri e puri, quelli che vimandiamoacasa e sieteputrefatti.
Gli è che il movimento degli onestuomini ha toccato con mano due realtà cui, probabilmente, non erano proprio del tutto preparati:

  • i parlamentari percepiscono uno stipendio interessante
  • i soldi non fanno schifo
A ciò si aggiunga la considerazione che Grillo è un simpatico mattacchione con la mania di mandare tutti a fare in culo, ma questo non è un atteggiamento produttivo quando si deve passare dalla demolizione alla costruzione; e che detto atteggiamento costruttivo sarebbe invece richiesto a chi è stato eletto quale rappresentante in un Parlamento dove, sinora, i cinquestelle non si sono segnalati per particolari iniziative.

La gente - curiosamente - se n'è accorta.
Nelle ultime due tornate elettorali, infatti, ha già ridimensionato i margini della gioiosa macchina da guerra grillina. Ma questo ha portato anche i parlamentari e chiedersi se sia produttivo continuare a insultare le istituzioni di cui ormai sono parte (retribuita) anch'essi, generando così derive critiche che sono già state pesantemente sanzionate dal lider maximo; o, in alternativa, collocarsi nel solito gruppo misto, ricettacolo di tutti coloro che hanno usato una lista come cavallo di troia per arrivare in Parlamento, per poi mandare allegramente a quel paese gli elettori creduloni.
Ma, nonostante gli strali di Grillo, la diaspora continua; ed ecco che oggi si parla di "scissione", che dovrebbe permettere di selezionare - fra quelli che già sono puri, incorrotti, leali e onesti - quelli ancora "più", il meglio del meglio: altissimi, purissimi e levissimi, la nuova generazione su cui costruire un'Italia migliore, più bella e più splendente che pria.
Doveva essere il partito dei migliori; e sembra di essere tornati a De Michelis e Cetto Laqualunque.

Ci sarebbe veramente da riflettere, e chiedersi - non senza un pizzico di sgomento - se questo disastro (peraltro annunciato) sia dovuto al dilettantismo con cui quattro squinternati senza arte né parte guidati da un arruffapopoli che, in confronto, Cola di Rienzo sembra Talleyrand, hanno affrontato l'impegno cui sono stati chiamati da un voto talmente corposo da avere pochi paragoni recenti; oppure se il tutto è riferibile al satrapo genovese che non trova nulla di meglio che seppellire il dissenso interno nell'epurazione.
Ma, in realtà, più che a Kim-Jong Grill credo che la débacle a cinque stelle sia dovuta a quello che dicevo all'inizio, e cioè la constatazione che fare il parlamentare non sarà il miglior sistema per fare soldi, ma è pur sempre meglio che andare a lavorare.
E' la più classica manifestazione della teoria dell'evoluzione darwiniana: alla fine, solo chi si adatta all'ambiente sopravvive

venerdì 26 aprile 2013

Bufale, gatti e altre bestia(te)

Un argomento che mi irrita profondamente, particolarmente in questo periodo, è l'utilizzo sui social forum di immagini di bambini disabili, Down, feriti o maltrattati, oppure immagini di animali maltrattati con punte particolarmente splatter come quella che ho visto qualche sera fa, rappresentante un gruppo di ragazzi che potrebbero passare tranquillamente per appartenenti a un circolo satanico, che reggevano un gatto decapitato. 
L'immagine è chiaramente un fotomontaggio, non diverso da quelli che circolavano un po' di anni fa dei bonsaikitten, i gattini cresciuti - anzi, costruiti come un veliero - all'interno di una bottiglia, con tanto di cateteri per nutrirli e per raccoglierne le deiezioni; si trattava chiaramente di un fake ma, mentre quelle foto servivano per "saggiare" le reazioni della gente, queste immagini hanno solo lo scopo di incrementare i "like" correlati.
Un altro ambito molto frequentato è quello esemplificato dall'immagine alla vostra destra: in sostanza, si usano foto di bambini ammalati o traumatizzati, che potrebbero guarire con cure costosissime di cui si farebbe carico Facebook a condizione che milioni di persone condividano l'appello. A parte il fatto che Facebook ha già smentito più volte la cosa, basterebbe riflettere sul seguente aspetto: se nessuno condivide, Facebook lascia morire un bambino ammalato? Vi sembra possibile?

Non so, non mi è chiara la ragione per cui ci siano persone che inseguono questo obiettivo: potrebbe essere uno scopo monetario, ma la Rete su questo specifico aspetto non è molto esplicativa. Rimane invece l'interessante reazione delle persone in cerca di una sorta di autoassoluzione dalle proprie cattiverie quotidiane, ottenuta - quasi in guisa di sanatoria, oppure di condono globale - schiacciando semplicemente il piccolo pulsante "like" sulla pagina di Facebook. Ci sono un sacco di svenevoli fanciulle che si commuovono fino alle lacrime guardando la foto di uno dei tanti bambini Down che compaiono sul social forum più popolare, che si sdilinquiscono con frasi talmente sceme da essere bandite anche su "Ragazza moderna"; oppure maschioni muscolari e ipertrofici che si scatenano in minacce omicide sfidando i "mostri" che si fanno fotografare mentre aggrediscono un animale inerme.
Si tratta di derive fondamentalmente infantili, anche se animate dagli istinti migliori; perché chi mette queste
foto fa leva preventivamente sulla buona fede e sul naturale istinto dell'essere umano a cercare di sentirsi, se non buono, almeno migliore di quello che è.
Il limite di un'operazione di questo genere, oltre che la sua intrinseca falsità e la ricerca di un effimero successo pubblico (quello garantito dal numero di "like"), è l'atteggiamento farisaico di chi cerca sempre di porsi in una posizione di supremazia morale rispetto a chi invece cerca di dire le cose esattamente come stanno; arrivando anche a situazioni paradossali. 
In una sequela di commenti alla foto di una bimba Down, ce n'era anche uno di una donna che raccontava la propria storia di sorella di una ragazza con la stessa disabilità, e che ricordava agli altri lettori enormi difficoltà nella gestione quotidiana di un handicap (a tale proposito, consiglio a tutti la lettura del libro di Gianluca Nicoletti "Una notte ho sognato che mi parlavi", il racconto della propria vicenda di padre di un ragazzo autistico); e siamo arrivati alla situazione paradossale che lei, a contatto quotidiano con un problema così rilevante, lei che lo vive in prima persona, è stata coperta di insulti e tacciata di mancanza di sensibilità!

La vicenda dei gattini in bottiglia risale a oltre dieci anni fa (ecco il link all'articolo del solito, grande Paolo Attivissimo); eravamo ancora agli albori della Rete e già allora c'era chi ne studiava le potenzialità psicopatologiche; oggi, alla luce di quello che vediamo su Facebook, possiamo dire che nulla è cambiato nel modo di sfruttare la Rete per ottenere l'indulgenza plenaria agli occhi del mondo..
In fondo, fare un complimento alla foto di una bambina Down non costa niente e ti fa sentire meglio

sabato 20 aprile 2013

Il muro di Berlino de noantri

Qualunque possa essere oggi la scelta di Giorgio Napolitano, ciò che risulta evidente a chiunque è che chi gli propone di perpetuare per altri sette anni proprio mandato presidenziale, ha tutti gli interessi a mantenere lo status quo, e cioè la spartizione del potere fra le due forze politiche più importanti del nostro paese e che se la sono gestita in modo egemonico negli ultimi vent'anni.
E questa è una truffa commessa in evidente malafede.
Non sono fra quelli che si sentirebbe di propugnare un governo Cinque Stelle, però sto cominciando a valutarne con un certo interesse le ragioni, con particolare riferimento all'importanza di liberarsi una volta per tutte dei cascami di questo vecchio modo di far politica, talmente vecchio da rimandare ai bizantinismi della prima Repubblica che credevamo ormai definitivamente superati.
Nonostante sia lontano anni luce dal suo modo di vedere la vita, credo che Giorgio Napolitano sia fondamentalmente un vecchio galantuomo. Spero vivamente pertanto che scelga di non farsi trascinare in questo obbrobrio, che non risolverebbe assolutamente niente, anche perché il vero problema non è la scelta di un presidente della Repubblica, ma la risoluzione dei problemi interni del PD che, da 54 giorni, si sta costringendo ad assistere alle faide oscene del suo Infinito Congresso.
Perché, sia chiaro, la colpa non è di Grillo, che ha raccolto in modo astuto la protesta di chi non ce la faceva più; o di Berlusconi, che è sceso in campo esattamente la sera in cui si è saputo che il candidato premier sarebbe stato Bersani. No, la colpa è proprio del PD, che ci ha trascinati e che ci tiene con la testa affondata in questa latrina.
Ritengo che non ci troveremmo in questa situazione vomitevole, se dalla dirigenza del PD fosse arrivata, sin dai tempi delle primarie, una chiara indicazione a non votare per Pierluigi Bersani, uomo di D'Alema e della dirigenza più retrograda da di questo partito, superato dai tempi e dalle logiche, espressione ormai non già del vecchio Partito Comunista - e che quindi avrebbe dalla sua almeno un po' di Storia - bensì di uno qualunque di quelle lobby da prima Repubblica che il partito che fu fondato a Livorno nel 1921 da Gramsci e Bordiga tanto osteggiava.
Il disallineamento con la realtà oggettiva, la perdita totale di qualunque connessione con non solo con la propria base ma anche con la gente comune, anche con quelli che non erano gli elettori del vecchio PCI ma che potevano eventualmente e occasionalmente essere recuperati alla Causa, l'incapacità ormai dimostrata di non saper o non poter sostenere una linea politica che sia una, la totale mancanza di autocritica, la presunzione arrogante propria di chi pensa sempre comunque di essere nel giusto hanno portato ormai questa accozzaglia di gente - cui pure io ho dato il voto - a lottare semplicemente per sopravvivere, per mantenere una poltrona, per conservare i privilegi che vengono garantiti dall'essere parte integrante di quella Casta che una volta avrebbero osteggiato.
I continui messaggi a Grillo che lo insulta; le metafore infantili; la mancanza di una linea politica attendibile; l'evidente e tenace arroccarsi su un progetto di poltrona; le infinite consultazioni con enti di nessun interesse; la tenacia metodica con cui ha bruciato prima Marini, e poi Prodi; la mancanza di motivazioni nel rifiuto di Rodotà, che pure è uomo PD; tutto concorre a disegnare un fallimento miserabile, quasi Bersani fosse una specie di Re Mida al contrario, uno che tutto ciò che tocca diventa merda. E' oggettivamente difficile essere così continuativi nelle figuracce, così metodici nell'incapacità.
Bersani ha fallito completamente, ma oltre a lui ha fallito un'intera classe dirigente che si è arroccata sulla propria presunta - e, a conti fatti, inesistente - supremazia intellettuale, come se fosse un valore su cui costruire una società migliore.
Hanno perso completamente di vista il Sol dell'Avvenire, le lotte operaie, gli ideali di giustizia sociale, quel libertè, égalitè e fraternitè di cui si erano sempre proclamati eredi, barattando la loro vocazione alla tutela degli oppressi in cambio di una presunta supremazia intellettuale che si sono arrogati più per mancanza di alternative che per meriti reali.
Hanno fallito su tutti i punti; e sarebbe un errore pensare che la colpa sia solo di Bersani, burattino nelle mani di personaggi molto più scaltri di lui, e sicuramente pronti a saltare sul carro del prossimo vincitore.

Oggi sentito alla televisione due commenti di giornalisti: uno è Alessandro Sallusti, l'altro è Antonio Padellaro. Sallusti si augura che Napolitano accetti la rielezione, patrocinando in tal modo la possibilità che si sviluppi quel governo delle larghe intese che darebbe modo a Berlusconi di poter perpetuare la propria insopportabile presenza alla guida del paese. Mi risulta difficile capire con chi dovrebbe fare questo tipo di intesa, giacché Bersani dovrebbe teoricamente abdicare; ma non è questo il punto.
Invece Padellaro, in modo secondo me molto più corretto, si augura che Napolitano non accetti mai una prospettiva del genere.
Sono ovviamente con Padellaro: non è nemmeno lontanamente pensabile che a quasi due mesi di distanza dalla fine delle elezioni che, volenti o nolenti, a torto o a ragione, hanno di fatto sancito un cambiamento epocale nel nostro paese, siamo ancora qui a menarcela con gli attori della precedente commedia che tanto volevamo finisse.
Per cui diamoci da fare a trovare un Presidente, non obbligatoriamente esponende del PD, condiviso dal tutte le forze politiche in campo, auspicabilmente non ottuagenario, che detti le regole di una linea politica che sia finalmente espressione di quello che è saltato fuori dalle ultime elezioni.
Da vero liberale quale sono, auspico che il PD si trovi un leader che faccia piazza pulita di tutti cascami di una generazione che non ha più nessuna ragione di essere o di dettar regole, che trovi nuovi canali di comunicazione abolendo una volta per tutte una presunta superiorità morale che non esiste e non ha nessuna ragione di essere, che si impegni a collaborare per governare questo porco paese

mercoledì 27 febbraio 2013

Solo snobismo

Oggi Alessandro Milan di Radio24 ha mandato un tweet su Massimo Cacciari. Il grande filosofo ex sindaco di Venezia, una delle teste pensanti più intriganti della Sinistra nostrana, avrebbe fatto il mea culpa, ammettendo di non aver votato Renzi alle primarie PD per "snobismo intellettuale" e di aver "sottovalutato il ritorno di Berlusconi".
Questa folle ammissione è stata salutata dal popolo della sinistra con un'autentica ovazione: vedi l'intellettuale com'è onesto a riconoscere i suoi errori? E' proprio una brava persona.
Io invece mi incazzo terribilmente a pensare che - come Cacciari - un sacco di persone si sono idealmente accodate alla locomotiva di questo curioso treno snob: persone che pensano che Matteo Renzi a 38 anni sia "troppo giovane per fare il Presidente del Consiglio italiano e per parlare con Angela Merkel", senza riflettere che Barack Obama è diventato presidente degli Stati Uniti a 45 anni; e si sono affidate a un omino bolso che non si è mai fatto notare durante la campagna elettorale se non per battutine che Guareschi non avrebbe messo in bocca a Peppone, riuscendo a perdere tutto quello che poteva nel poco tempo a sua disposizione.Non è stato facile dissipare tutto quel vantaggio ma - diamogliene atto - ce l'ha fatta.

Snobismo intellettuale, professor Cacciari?
Ma stiamo scherzando?!
Questo è solo il banale snobismo di chi si ritiene superiore alla media dei suoi consimili. E questo atteggiamento - ben lungi dall'avere un sostegno anche solo lontanamente intellettuale - è frutto solo della spocchia di colui che disprezza chi gli sta intorno; non avendo, peraltro, il coraggio di assumere iniziative di prima persona.
Potessi farlo, vorrei ricordare all'ex sindaco della Serenissima che non si trattava di scegliere il Presidente del Circolo Filatelico di Vergate sul Membro, ma il candidato a diventare il prossimo Presidente del Consiglio, ché tale sembrava essere il profilo dell'Eleggendo alle primarie, prima che l'Eletto dissipasse in modo così indecoroso il vantaggio precedentemente accumulato non per meriti propri, ma per demeriti altrui.
C'è gente che ritiene di poter camminare sempre sull'acqua in nome di un presunto vantaggio intellettuale che garantirebbe da qualunque critica. A mio modesto avviso, non solo non è così, ma sarebbe ora di finirla con questa storia della supremazia culturale: le cazzate vanno sottolineate e criticate duramente senza nessuna pietà, specie se portano danno alla collettività.
Diversamente, lasciamo via libera al delirio che stiamo contemplando in questi giorni.
Ma, per piacere, senza lamentarci e senza far ricorso a queste espressioni farisaiche

lunedì 25 febbraio 2013

Il vero vincitore delle elezioni

Lo dico subito: ho votato PD e Ambrosoli. 
L'ho fatto con lo scopo di dare governabilità al mio Paese.
L'ho fatto perché nella mia idea di democrazia c'è il concetto di alternanza.
L'ho fatto perché nella mia idea di democrazia c'è un riferimento a liberal-laburismo che rimanda al "Giornale" di Montanelli, che non ha nessun riferimento con le (mezze) figure attuali ma insomma, ce lo siamo detti mille volte, qualcuno ci dovrà pur governare, e allora...

...e allora eccoci qua, a commentare l'ennesima affermazione di Berlusconi, a inveire contro quelli (chi? dove sono?) che l'hanno votato, a chiederci che Paese sia quello che dà i voti a un vecchio puttaniere bugiardo che ha già mentito troppe volte e che lo farà ancora.
Ma il problema, paradossalmente, non è lui. E nemmeno quelli che lo hanno votato.
Il problema è il PD di D'Alema, quello che impone un cavallo bolso inguardabile alla testa del Partito e come proposta di capo di governo, ottenendo così i seguenti risultati:
  1. perde - non nei numeri, ma di fatto: così non governa - un giro elettorale già vinto
  2. riporta in sella Berlusconi
  3. fa perdere faccia e credibilità non solo al proprio elettorato, ma anche all'Italia intera
Esagero?
Non so, proviamo ad analizzare; poi decidete voi.
Al momento delle Primarie, il PD era largamente in testa ai sondaggi - d'accordo, per quello che valgono - con la prospettiva di un cavallo di razza che stava sgomitando per svecchiare l'ambiente e per mandare a casa quelli che ormai erano in sella da tanto, troppo tempo. Inutilmente, per di più. Ricordate una sola battaglia politica vinta da D'Alema?
Ora io, medico e poco esperto di cose di sinistra, sono sicuramente l'ultimo adatto a giudicare i sofismi dei politici di sinistra (che molte volte mi ricordano il vecchio Tafazzi), ma Renzi, con un programma vario, articolato e interessante, con un'idea di Sinistra moderna e riformista, e soprattutto con l'idea di lasciare a casa D'Alema, sembrava o non sembrava una prospettiva interessante?
Secondo la dirigenza PD che ha imposto Bersani - e gli elettori che hanno avallato, ovviamente - no. 
La lungimiranza di questa scelta si appalesa in tutto il suo splendore oggi, regalando a Bersani il giusto premio di una campagna elettorale pietosa. Al momento in cui scrivo ha una maggioranza talmente risicata che, di fatto, non può governare.
Il giorno dopo le Primarie PD, Berlusconi entra in campagna elettorale. E lo fa a modo suo: invadendo ogni canale di comunicazione con un presenzialismo ossessivo, cui Bersani risponde con battutine da grossolano gentleman farmer. Peccato che questa campagna elettorale, in cui il segretario PD sembra capitato per caso, sia stata caratterizzata da un lato dai vaffanculo di Grillo, e dall'altro dalla reiterazione delle false promesse di Berlusconi.
Il risultato è sotto ai nostri occhi: la lieve maggioranza PD è in realtà un pareggio a tre, anche perché - allo stato - non c'è l'idea che Grillo possa allearsi con qualcuno: e così, con questi numeri, non si governa.
Ora, possiamo menarcela finché vogliamo sugli italiani che votano Berlusconi, ma la verità è questa: la colpa di questo risultato elettorale non è di Berlusconi che ha fatto di tutto per vincere, ma è solo del PD che ha fatto di tutto per perdere.

E' probabile che presto torneremo a votare. 
Spero che il Partitone faccia tesoro della (e)lezione e si liberi in un colpo solo dei vecchi catenacci affidandosi - com'era già logico alle primarie a tutti, eccetto per chi non l'ha votato - a Matteo Renzi, l'unico vero vincitore di queste inutili elezioni

giovedì 20 dicembre 2012

il DECT e l'anatomia insostenibile

Nel posto ove lavoro ci hanno sostituito i vecchi telefoni da tavolo e il cicalino con un unico prodotto: ufficialmente si chiama DECT ed è così che abbiamo imparato a chiamarlo. E' sostanzialmente un cordless, di uso piuttosto semplice: la sera si dovrebbe evitare di portarlo a casa, preferendo invece la base che ne permette la ricarica; di giorno lo accendi, lo metti in tasca e oplà,ti segue dappertutto: reparto, ambulatorio, sala operatoria (ovviamente risponderà qualcuno per conto tuo).
Con questo oggetto malefico, nessuno è più sicuro; specialmente in certi momenti...
Come?
No, tranquilli, non è quello che pensate, si tratta solo del prosaicissimo cesso, il posto dove ogni tanto chiunque deve andare.
Una volta c'era il cicalino: suonava, lo guardavi, avresti risposto quando fossi uscito dalla ritirata.
Adesso, con il DECT, è tutto un altro paio di maniche.
Adesso devi rispondere.
E qui cominciano i problemi.

Oh, lettrice che ti appassioni alle mie sciocchezzuole, tu che sei donna di problemi non ne hai: ti siedi, e hai le mani libere.
Ma se sei un lettore, allora ti puoi rendere conto che la tua manualità sarà costretta, mortificata e corrotta; perché Madre Natura ci ha fatti diversi, e ci obbliga con una mano a aprire e tenere aperto; e con l'altra a prendere saldamente in mano il problema evitando quindi penosi - e per lo più ingiustificati - equivoci e paragoni con idranti e innaffiatoi.
Immagina la scena: con una mano apri, con l'altra tieni, e... il DECT che sceglie sempre di suonare in quel preciso momento?!?
No, decisamente tu - come Guccini de "L'avvelenata" - non hai più un momento tuo, nemmeno nel cesso.
E poi, non siamo mica donne: più di una-due cose contemporaneamente non riusciamo a fare

giovedì 22 novembre 2012

Contenuti statici e dinamici

Oggi Giacomo ha preso un 4 nel tema. La colpa - nonostante quello che si può pensare - non è della professoressa che ha proposto un signor tema: la differenza fra libri e tecnologia moderna; la colpa è di Giacomo e di tutti quelli come lui che non hanno capito che il vero argomento del tema era la differenza fra contenuti statici e dinamici.
Il che, conveniamone, è la vera sfida della cultura dei nostri tempi.

Ora, non voglio passare per il vecchio che in fondo sono, ma ai nostri tempi, quando non c'era Internet, eravamo costretti a fidarci dei libri, soprattutto dei classici, ma non solo. Io mi sono macinato l'enciclopedia di casa (la Ge20 De Agostini), mi macinavo giornali, leggevo anche la carta con cui l'ortolano di Cremeno avvolgeva l'insalata, leggevo persino i fotoromanzi Lancio se erano l'unica cosa a portata di mano. La pornografia di pronto consumo era quella de "Il delta di Venere" di Anais Nin, se non c'erano a disposizione  "Lando" e "Il tromba", che ti avrebbero costretto a penose figure di merda in edicola.
Si spaziava fra i "Promessi sposi", cui si era obbligati a scuola, e "La pelle" di Malaparte di cui a scuola non si parlava.
Si ascoltavano i Doors e i Pink Floyd molto prima dei Kiss e degli AC/DC.
E' grazie a queste sottili distinzioni che noi della mia generazione abbiamo imparato - spesso a nostre spese - le differenze fra i contenuti statici e quelli dinamici.
Essendo questo il vero scopo del tema proposto dalla professoressa di Giacomo, non posso dire di essere stato particolarmente meravigliato dal voto.
Dal mio personalissimo osservatorio, posso dire che i quindici-sedicenni di oggi non hanno riferimenti statici, perché lo stimolo è solo verso i contenuti dinamici, rispetto ai quali c'è un perenne atteggiamento di upfront; e i contenuti statici - quelli di un classico come "Guerra e pace" di Tolstoj, oppure la "Recherche" di Proust, sono considerati valori superati e privi di utilità prima ancora che di attualità.
Sia chiaro: non sono un ingenuo. So benissimo che è ovvio che sia così.
I contenuti dinamici sono comodi, sono in perenne rinnovamento, perdono di attualità il giorno dopo essere usciti. 
Confrontarsi con essi è facile, perché non richiedono impegno.
Confrontarsi esclusivamente con essi è fuorviante, perché fa perdere i riferimenti.
Oggi come oggi, se devo scrivere un articolo scientifico, mi scarico da Internet quintali di articoli che vengono pubblicati ogni giorno; ma la gastrectomia è sempre quella codificata da Theodor Billroth alla fine del 1800 e per l'infiammazione vale ancora la definizione di Aulo Cornelio Celso nel 35 d.C.
Mio figlio - e, con lui, tutta una generazione che fatico a capire (anche se temo che sia colpa del solito gap che si trasmette di generazione in generazione) - ha abolito tutti i riferimenti statici; ascolta un gruppo dal nome impronunciabile e sbuffa se gli faccio sentire non dico "In a silent way" di Miles Davis o "Atom heart mother" dei Pink Floyd, ma persino "Mezzanine" dei Massive Attack: come potrà riconoscere un classico e farsene guidare? 

Come potrai innamorarti senza aver prima amato Fermina de "L'amore ai tempi del colera"?
Pensaci, Giacomino!