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venerdì 26 aprile 2013

Bufale, gatti e altre bestia(te)

Un argomento che mi irrita profondamente, particolarmente in questo periodo, è l'utilizzo sui social forum di immagini di bambini disabili, Down, feriti o maltrattati, oppure immagini di animali maltrattati con punte particolarmente splatter come quella che ho visto qualche sera fa, rappresentante un gruppo di ragazzi che potrebbero passare tranquillamente per appartenenti a un circolo satanico, che reggevano un gatto decapitato. 
L'immagine è chiaramente un fotomontaggio, non diverso da quelli che circolavano un po' di anni fa dei bonsaikitten, i gattini cresciuti - anzi, costruiti come un veliero - all'interno di una bottiglia, con tanto di cateteri per nutrirli e per raccoglierne le deiezioni; si trattava chiaramente di un fake ma, mentre quelle foto servivano per "saggiare" le reazioni della gente, queste immagini hanno solo lo scopo di incrementare i "like" correlati.
Un altro ambito molto frequentato è quello esemplificato dall'immagine alla vostra destra: in sostanza, si usano foto di bambini ammalati o traumatizzati, che potrebbero guarire con cure costosissime di cui si farebbe carico Facebook a condizione che milioni di persone condividano l'appello. A parte il fatto che Facebook ha già smentito più volte la cosa, basterebbe riflettere sul seguente aspetto: se nessuno condivide, Facebook lascia morire un bambino ammalato? Vi sembra possibile?

Non so, non mi è chiara la ragione per cui ci siano persone che inseguono questo obiettivo: potrebbe essere uno scopo monetario, ma la Rete su questo specifico aspetto non è molto esplicativa. Rimane invece l'interessante reazione delle persone in cerca di una sorta di autoassoluzione dalle proprie cattiverie quotidiane, ottenuta - quasi in guisa di sanatoria, oppure di condono globale - schiacciando semplicemente il piccolo pulsante "like" sulla pagina di Facebook. Ci sono un sacco di svenevoli fanciulle che si commuovono fino alle lacrime guardando la foto di uno dei tanti bambini Down che compaiono sul social forum più popolare, che si sdilinquiscono con frasi talmente sceme da essere bandite anche su "Ragazza moderna"; oppure maschioni muscolari e ipertrofici che si scatenano in minacce omicide sfidando i "mostri" che si fanno fotografare mentre aggrediscono un animale inerme.
Si tratta di derive fondamentalmente infantili, anche se animate dagli istinti migliori; perché chi mette queste
foto fa leva preventivamente sulla buona fede e sul naturale istinto dell'essere umano a cercare di sentirsi, se non buono, almeno migliore di quello che è.
Il limite di un'operazione di questo genere, oltre che la sua intrinseca falsità e la ricerca di un effimero successo pubblico (quello garantito dal numero di "like"), è l'atteggiamento farisaico di chi cerca sempre di porsi in una posizione di supremazia morale rispetto a chi invece cerca di dire le cose esattamente come stanno; arrivando anche a situazioni paradossali. 
In una sequela di commenti alla foto di una bimba Down, ce n'era anche uno di una donna che raccontava la propria storia di sorella di una ragazza con la stessa disabilità, e che ricordava agli altri lettori enormi difficoltà nella gestione quotidiana di un handicap (a tale proposito, consiglio a tutti la lettura del libro di Gianluca Nicoletti "Una notte ho sognato che mi parlavi", il racconto della propria vicenda di padre di un ragazzo autistico); e siamo arrivati alla situazione paradossale che lei, a contatto quotidiano con un problema così rilevante, lei che lo vive in prima persona, è stata coperta di insulti e tacciata di mancanza di sensibilità!

La vicenda dei gattini in bottiglia risale a oltre dieci anni fa (ecco il link all'articolo del solito, grande Paolo Attivissimo); eravamo ancora agli albori della Rete e già allora c'era chi ne studiava le potenzialità psicopatologiche; oggi, alla luce di quello che vediamo su Facebook, possiamo dire che nulla è cambiato nel modo di sfruttare la Rete per ottenere l'indulgenza plenaria agli occhi del mondo..
In fondo, fare un complimento alla foto di una bambina Down non costa niente e ti fa sentire meglio

domenica 13 maggio 2012

Vèstiti!

Leggo oggi su Facebook la triste storia di Luca costretto a rifarsi il guardaroba e vivo tutta la mia solidarietà per il mio amico.
Siamo sinceri: tranne pochi fortunati stilosi, appassionati di moda e di abbinamenti di colori (camicie, cravatte, persino calze), per noi uomini quella dell'acquisto di indumenti è per lo più una tragedia, un momento particolarmente penoso che vorremmo affrontare da soli, ma per il quale ci rendiamo conto che la presenza della moglie è indispensabile. 
La donna ha una memoria infallibile per tutto ciò che ti manca, ma non solo: l'occhio femminile sa cogliere gli abbinamenti cromatici e, non ultimo, sa scegliere ciò che ti nasconde pancia e muscolatura da tavola.
La donna, poi, invariabilmente si allea con la commessa. Si danno subito del tu, mentre tu ti senti invariabilmente un cretino. 
Sei lì, davanti a uno specchio, con addosso un paio di pantaloni di cui non senti assolutamente il bisogno perché tu vorresti un paio di jeans elasticizzati, ma loro no, hanno deciso altrimenti mentre tu, silenzioso, guardi la tua immagine triste riflessa. E ascolti le loro chiacchiere:
"Cosa dice, signora?"
"Ma che signora! Diamoci pure del tu!". 
E adesso perché tutta questa confidenza?
"Mi sembra che tiri un po' sul davanti", mormora la commessa tenendo in bocca gli spilli.
La moglie sospira:
"Magari!"; poi ride. La famosa, terribile risata sociale, quella che serve a fissare un abbozzo di amicizia basata sulla terribile complicità fra donne.
Scoppio di risa anche della commessa che, inginocchiata per fissare l'orlo dei pantaloni, rivela un posteriore di tutto rispetto. Ma non è il momento di ammirare alcunché, perché sei in minoranza. Sei lì come un pinguino mentre la ragazza si dà da fare, anche se non come vorresti tu:
"Cosa dici? Quanto facciamo di risvolto?"
"Mah, direi due centimetri. Non troppo corto se no sembra che abbia l'acqua in casa"
Altro scoppio di ilarità collettivo.
Poi la moglie riprende:
"E il culo? Non è troppo in fuori?"
"No. Mi sembra perfetto" commenta soddisfatta la commessa.
"E la pancia? Meglio un pantalone senza pèns [NdR: avrei forse dovuto scrivere pinces, ma poi magari non si capiva bene] così si vede di meno. Poi tanto gli cadono in continuazione, se li deve tirar sù. E' fatto male! E' un saldo!". 
Fossimo a un varietà, non ci sarebbe nemmeno bisogno dell'omino che agita il cartello "Risate!" davanti al pubblico. Anzi, ci sarebbero anche gli applausi.


Poi improvvisamente la moglie cala l'asso di bastoni:
"Cosa dici? Lo imbastiamo?"
Un brivido freddo mi passa improvvisamente per la schiena.
No!
L'imbastitura no! E' quella che mi costringerebbe a un'altra prova.
La commessa dimena il pregevole fondoschiena su cui sa di avere la mia attenzione:
"Non occorre. La sarta ne fa a meno"
Mi guardano entrambe comprensive. Posso andare nel camerino a rimettere i miei jeans caldi, sformati, morbidi. 
Comodi.
Esco, prima che inizi la terribile trattativa sul prezzo cui non voglio assistere per nessuna ragione al mondo, anche se sono consapevole del fatto che è uno dei motivi per cui mi porto dietro la moglie in un momento del genere.
Fumassi ancora, questo sarebbe un momento adattissimo.
Lei esce, soddisfatta a metà:
"Sono riuscita a tirare giù solo 10 euro [NdR: a me sembrano un'enormità]. Del resto, quella è una stronza [NdR: ma non andavate tanto d'accordo?], lo sanno tutti qui in giro. Cosa credi, che non mi sono accorta che le guardavi il culo? Cos'ha di diverso dal mio?"
Sto per rispondere le solite banalità, ma già lei non mi segue più. In fondo, è una donna pratica. Punta al sodo: 
"Comunque dovresti arrangiarti tu a fare queste cose".
Poi il suo bel volto improvvisamente si illumina:
"Ora che ci penso: c'è il negozio XY che chiude! E tu hai bisogno di scarpe!"
Le gambe mi si piegano:
"Non oggi, dai..."
Lei mi guarda con sorridente compassione:
"Va bene, domani".

Dopotutto, domani è un altro giorno

venerdì 23 settembre 2011

Condivisione

Al telegiornale di oggi, Mark Zuckerberg inventore di Facebook ha presentato la nuova versione del suo divertente social forum. Questa release permetterà di entrare ancora più in comunicazione con il mondo di cui fai parte, condividere con gli altri tutti i contenuti sino a fare della tua vita una specie di sito internet cui gli altri abbiano accesso.
Io ascolto incuriosito: anch'io per un po' ho praticato Facebook (adesso è il turno di Giacomo) e non escludo prima o poi di tornarci. 
Sembra tutto molto bello, ma c'è qualcosa che mi sfugge e non riesco a capire esattamente di cosa si tratta.
E' Cristina a inquadrare perfettamente il problema:
"Com'è possibile: da una parte tutta quest'ansia di condivisione, dal'altra tutte le amicizie e i rapporti affettivi che vanno a farsi fottere?".
Quando si dice la saggezza femminile...

C'è in effetti qualcosa di ambiguo e quasi schizofrenico in questa vera e propria corsa alla condivisione virtuale.
Non viviamo in un momento che ricorderemo per la generosità, per l'estensione dei propri contenuti agli altri.
Tendiamo trionfalmente a farci i cavoli nostri: usciamo dal lavoro e ci chiudiamo nelle nostre case e guai a chi invade la nostra privacy. Quella fisica, ovviamente, perché sul social forum è tutta un'altra storia: lì è tutto un profluvio di foto, di "sto facendo questo", "ufficialmente fidanzato", "tornato single" e altre amenità che, normalmente, non partecipiamo al nostro prossimo.
Cosa ci spinge? Difficile da spiegare, tenuto conto che non è un nostro comportamento abituale nella vita di tutti i giorni. Anzi...

Ormai è circa un anno che ho chiuso i ponti con Facebook. Ogni tanto sento la nostalgia e la curiosità di rivedere come vanno le cose e ci butto il naso, solo per rendermi conto che nulla sembra essere cambiato: la sera si condivide virtualmente con le stesse persone la vita che durante il giorno hai condiviso fisicamente.
Sembra sciocco? Mica tanto: ci sono 800 milioni di utenti che lo fanno in tutto il mondo. Qualcuno in modo anche compulsivo, tanto da identificare una vera e propria patologia da condivisione, la "Friendship addiction" che ha indotto il Policlinico Gemelli a aprire un ambulatorio specifico dedicato.





NB: l'articolo che parla della Friendship Addiction piace a 594 persone su Facebook! Registrati anche tu per vedere cosa piace ai tuoi amici!

giovedì 1 luglio 2010

Bologna at night


Bologna assolata, bollente, sembra spalmata su quel piattume che è l'estensione della pianura padana.
Ci arrivo di sera, dopo una giornata di tensioni in sala operatoria; e, in aggiunta alla mia stanchezza, devo girare come un pazzo intorno a viale dell'Indipendenza per trovare l'ingresso in via Galliera, perché l'Amministrazione Comunale ha invertito tutti i sensi unici senza avvisare il mio navigatore.
La mia camera all'Hotel Internazionale e' bellissima, il clima interno e' quello giusto, il letto sarebbe sovrabbondante anche se ci fosse accanto a me Fran Fullenwider, la cicciosissima e burrosa protagonista di "Una sera c'incontrammo", vecchio film tratto da un sapidissimo libriccino di Vaime (se lo trovate ancora s'intitolava "Amare significa") che sbertucciava parola per parola il lagnosissimo "Love story".
Tutto bello, tutto giusto, ma sono preso dalla solita angoscia sottile che mi assale sempre in una camera d'albergo, per bella che possa essere (e questa lo e' davvero): la sensazione di provvisorietà, di essere sempre in bilico fra realtà ed illusione, l'idea di solitudine che si fa palpabile.
In più ho tanti pensieri per la testa: alcuni sono tipici di questo periodo, altri sono tipicamente miei, altri infine sono maturati durante il viaggio e aspetto con un minimo di ansia il momento di chiarirmeli.
La sera ho voglia di tortellini. Girello per il centro di Bologna accostandomi a ristoranti e trattorie. Tutti sui cartelli esposti fuori, nei porticati, promettono pasta rigorosamente fatta in casa; ma ci sarà da fidarsi, o sarà roba surgelata per turisti americani? Non saprei come decidere, quindi mi faccio guidare dall'olfatto ed entro nella "Trattoria del biassanot", il mangia-notte, figura di nottambulo perdigiorno tipicamente felsinea immortalata dal grande Dino Sarti. Mi siedo a tavola, mi affido alla "reggitora" (la zdora), la offendo chiedendole spudoratamente se la pasta sia veramente fatta in casa, attendo che faccia il broncio di rito e le chiedo che sui tortellini che mi ha garantiti artigianali ci sia generoso ragù e forma. La zdora non batte ciglio - il cliente ha sempre ragione - mentre gli amici di Feisbuk cui partecipo la foto del piatto si scatenano in una ridda di considerazioni a sfondo gastro-filologico che mi fanno sorridere e non mi scompongono minimamente la pettinatura: il piatto e' buonissimo e il suo sapore, deciso e quasi violento nel ragù le cui asperità vengono ora esaltate dalla ruvidezza della pasta, ora ammorbidite dalla spolverata di parmigiano, mi riporta con struggente malinconia ai profumi mai dimenticati del sugo che la nonna Mariuccia preparava la domenica.
E' mentre sto sollevando la bocca dal fiero pasto, forbendola dal sugo del piatto ch'io avea in lungo e in largo guasto, mentre mi godo la piacevole sensazione di sazietà, è proprio in quel momento che a me, novello Conte Ugolino della Gherardesca, arriva la telefonata che stavo aspettando da qualche ora. Da un lato mi consola e mi da sorridere, dall'altro mi fa riflettere una volta di più sugli strani scherzi di un destino burlone e beffardo. Alzo gli occhi al cielo, scuoto la testa e penso che il Conte Ugolino di buona memoria invece di mangiare l'arcivescovo, avrebbe dovuto tirargli una buona testata in fronte, argomentazione che gradisco molto in questo periodo.
E più non penso, perché la serata e' calda, languida e stranamente silenziosa. La gioventù bolognese si aggira per le vie quasi intimidita dalla morbida sensualità che promana dai portici, dagli androni, dai cortili nascosti. E forse non c'è abituata, questa gioventù smarrita, e non sa cosa si perde a negarsi la gioia di un'atmosfera. Gli unici che sembrano aver capito questa strana sera sono tre o quattro ragazzi nordafricani, di dubbia provenienza; due di essi sono accucciati e hanno in testa un berretto che, ai miei occhi, assomiglia tanto alla kippah ebraica, ma decido di non farglielo notare. Sono fermi, quasi inscritti nell'architettura dei porticati pigri ed indolenti.
Rientro in albergo, saluto la concierge e mi informo sull'orario del breakfast mattutino. Mi sorride e mi chiede se voglio la sveglia, ricevendone un garbato diniego.
Non sa che non ne ho bisogno.
Io, l'insonne.

sabato 6 marzo 2010

Hannah Arendt oggi



Apprendo oggi che la Polizia Postale, a seguito di un'indagine serratissima, ha scoperto l'inventore del gruppo di Facebook "Tiriamo al bersaglio con i bimbi Down". Trattasi - a quanto si dice - di cingalese di 31 anni mentalmente disturbato.
E te credo, verrebbe da dire a Roma e zone limitrofe; anzi, l'idea del disturbo mentale è particolarmente rassicurante perché chiama automaticamente fuori dalla responsabilità la comunità civile e benpensante.
Ma come la mettiamo con i circa 1000 personaggi che si sono iscritti al gruppo nel giro di nemmeno qualche ora e che ora si sentiranno defraudati dalla chiusura del loro gruppo preferito? Anche loro mentalmente disturbati? Oppure - come si dice in questo caso - hanno fatto la cazzata per noia, un po' come quelli che lanciavano i sassi dal cavalcavia per spirito di imitazione?
Comunque la si rigiri, una ben triste vicenda: brutta, sporca, schifosa. Pur essendo come sono un amante del trash perennemente alla ricerca del peggio che un essere umano può dare in situazioni di stress e non, devo dire che questa vicenda mi ha scosso abbastanza.

Passiamo ogni anno a celebrare Giornate della Memoria, in cui ci diciamo "Mai più un'altra Auschwitz" ripetendoci che i nostri figli e nipoti devono vedere quelle immagini e leggere quei documenti, e sapere che sono successi quegli orrori perché non li reiterino a loro volta, e poi ci troviamo a fronteggiare lo schifo dove non ce lo aspetteremmo: a casa nostra. Ben lo aveva compreso con il solito acume il solito Stephen King che, nel racconto "L'estate della corruzione" (tratto dalla raccolta Stagioni diverse) ci fa vedere come un ragazzino sveglio e di ottima famiglia affronta il proprio personalissimo percorso di corruzione a contatto con un ex criminale nazista per il solo gusto di farlo.
E forse questa è la spiegazione più ovvia di tutto quello che è successo, in quegli anni e in quelle tenebre: il male per i singoli è frutto di ideazioni complesse e psicotiche, ma per la massa è spesso banale, come ben diceva la Arendt.
La verità è che non ci sono isolati psicolabili che auspicano di sparare ai bambini down: ci sono migliaia di teste di cazzo che si iscrivono in massa ad un richiamo di odio, sperando di assistere ad un bagno di sangue.
Non mi fa orrore il primo che lancia il masso dal cavalcavia, perché dò per presupposto che sia pazzo; impiccherei volentieri il secondo che lo fa, perché - lui sì - è quello che lo fa per noia, per spirito di imitazione, per corruzione.
Per banalità

domenica 14 febbraio 2010

I came out of Facebook and I shall return

Chiedo scusa ai miei amici e lettori per la decisione piuttosto impulsiva che ho preso oggi, giorno di San Valentino: ho momentaneamente (non è una decisione definitiva) chiuso il mio account di Facebook.
Perché l'ho fatto? Ci sono tante ragioni, alcune di esse sono molto personali, ma una fra tutte è la seguente: fra gli accessi dal pc e quelli tramite il mio fedele BlackBerry, mi sono accorto che questo giochino mi stava rubando un sacco di tempo e di energie. Ho quindi deciso di sospendere la frequenza con questa pagina geniale - lo è veramente! - e di riprendere a dedicare il mio tempo informatico alle risorse in cui voglio mettere la quota di maggior creatività, vale a dire il mio sito internet d'opera lirica e questo blog.
Avrei dovuto avvisare prima gli amici? Forse sì - in effetti ho avvisato solo una persona - ma poi ho ragionato da chirurgo e ho dato un taglio netto prima di dovermi impegolare in sfilze di "Mi dispiace" o "Ripensaci" o anche (il che forse sarebbe stato peggio per il mio orgoglio) "Fai bene, non se ne poteva più di te" o raggelanti "E chi se ne frega".
E' una decisione indolore? Assolutamente no, anzi, ne sono già moderatamente pentito, ma era l'unico sistema per riprendere il mio tempo, il ritmo della mia vita che - farà sorridere i miei lettori - nel suo lato "libero" (quello cioè esente dalle turnazioni del lavoro e dalle esigenze della famiglia) era ormai cadenzata da questo giochino.
E qui è necessario capirsi un attimo e fare qualche riflessione.

Non conosco Twitter, il social forum concorrente, ma Facebook è un giochino bellissimo. Se non ci credete, provateci; a condizione di avere un bel po' di tempo libero, vi darà soddisfazioni notevoli.
Dopo un periodo snobistico, quando tutti già ci andavano e io ancora no, mi ci sono accostato un po' obtorto collo per cercare il già stra-citato mio ex compagno di Liceo Sandro; è bastato che mettessi il mio nome per ricevere, nel giro di qualche ora, le famose richieste di amicizia che ben conosce ogni utente di questo social forum. A decine.
Ora, moltissime erano - e sono - di persone che lavorano nell'Istituto Clinico Humanitas di Rozzano ove anch'io "faccio il dottore" da oltre un decennio; ma qualche sorpresa di persone che non vedevo da un sacco di tempo c'è stata, ed è il motivo più importante per cui si decide di partecipare ad una vicenda del genere.
L'altro motivo, che non è così importante ma in compenso è quello veramente divertente, è frequentare non solo gli amici, ma soprattutto i semplici conoscenti, quelli che sul lavoro salutiamo distrattamente, e scoprirne tutti i lati che normalmente non appaiono, perché sono coperti dal ruolo che tutti giochiamo nella vita, o perché non se ne ha tempo. Facebook invece ti costringe a metterti in gioco, a condividere i vari aspetti della tua vita: foto, preferenze, ammissioni, odi, lacrime e risate. E' un gioco di ruolo meraviglioso, in cui puoi scegliere di impegnarti poco o tanto, e riceverai a seconda di quello che metti in gioco.
Su Facebook ho stretto rapporti importanti, alcuni addirittura fondamentali, meravigliosi, che hanno segnato la mia vita: non ho nessuna riserva a dirlo e, indipendentemente da come sono finiti alcuni di essi, non ho nessun rimpianto. E se era un po' di tempo che il mio naturale riserbo mi risparmiava approfondite relazioni umane, sia benedetto Facebook che mi ha costretto a rimettermi in gioco. Il termine gioco può implicare come conseguenza vittoria o sconfitta ma poco conta: come diceva De Coubertin, l'importante è partecipare, e ho partecipato con tutto me stesso.
Su Facebook ho linkato praticamente tutti gli articoli di questo blog, facendo conoscere un aspetto di me che è stato gradito da molti miei amici, alcuni dei quali non vedo più perché le circostanze della vita ci hanno allontanati ma che si fanno sentire quando scrivo e che mi hanno detto che aspettano sempre con discreta impazienza un mio nuovo articolo.
Su Facebook ho fatto fatica a respingere decine e decine di inviti ad eventi di cui non m'importava una pera, o catene di sant'Antonio di agghiacciante stupidità; avete fatto caso che ormai nessuno le recapita più tramite la posta elettronica? E' solo perché ormai sono tutte lì, oppure sull'a me per ora (non si può mai dire) sconosciuto Twitter.
Su Facebook mi sono fatto delle risate colossali, ma ho anche condiviso lacrime di disperazione con persone che mi hanno aperto gli abissi più insondabili della loro anima.

Adesso però è necessario un minimo di periodo sabbatico. Il gioco è una meraviglia - ripeto - ma, allo stesso modo di Leland Gaunt, malefico protagonista di "Cose preziose" del solito, inimitabile Stephen King, in cambio di quello che ti dà può anche rubarti l'anima.
E' il momento in cui devo riprendere a riflettere, e riappropriarmi del mio tempo libero e della mia fantasia, e smettere di continuare a guardare se si è accesa la lucina rossa del BlackBerry per segnalarmi l'arrivo di una nuova notifica su "Face".
E' il momento di smettere di guardare in modo compulsivo cos'ha fatto Tizio, Caio o Sempronio, per capire se hanno letto, visto o ascoltato quello che ho messo online.
E' il momento di smettere di pensare se la frase messa online da Pinco Pallo ha il significato che avrebbe letteralmente, oppure quello che vorrei avesse.
Non finisce qui, ovviamente. Lo so.
Parafrasando quello che disse il Generale Douglas MacArthur dopo la ritirata del 1941, "I came out of Facebook and I shall return".
Avrò ancora voglia di questo giochino e di tutto il mondo divertente e un po' alienato che appare sullo screen che, anche in questo momento, ho davanti a me. Avrò ancora voglia di test strampalati, di pescare bigliettini ingannevoli, di aprire cozze, biscottini e salsicce della fortuna. E forse avrò ancora voglia di guardare nelle foto degli altri, come Seymour Parrish, interpretato dal grande Robin Williams, di "One hour photo".
Ecco, se c'è un appunto che si può fare, è che alle volte su Facebook si ha la sensazione di artificiosità, di un voler caricare i toni ed esasperare i contrasti; una specie di gara a chi la spara più grossa. Ma basta un solo scambio di quelli veri ed importanti per ripagarti di tutta la falsità e la finzione che anche lì alligna sovrana.
E in fondo, questo mettersi in gioco, questo cercare nonostante tutti i rischi il rapporto umano importante... è il sale della vita, no?
Au revoir dans Facebook, les enfants