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martedì 21 agosto 2012

Dizionario delle vacanze


·         Ed ecco, giunto quasi alla fine delle vacanze, il dizionario che si riferisce a questo meraviglioso periodo. Non è completamente affidabile né esauriente, ci sono alcune mancanze e alcune ripetizioni, ma permette qualche riflessione dolce-amara sull'indispensabile periodo in cui si abbandona per un periodo adeguatamente lungo il posto di lavoro.
      Tante riflessioni in libertà e una considerazione finale: non è che alla fine è meglio Milano?...


    A come ANCORA UNA VOLTA CELLE: ebbene sì. Il Ponente, prevedibile e noioso, offre l’unica risorsa veramente desiderabile per il cittadino in vacanza: il riposo, in tutte le sue forme più pigre
·      B come BALCONCINO (VISTA MARE): è quello che qui chiamano “poggiolo” ed è quello da cui scrivo le mie cose sulla tastiera del MacBook (ebbene sì, sono un Mac-onanista). Nei momenti migliori arriva un po’ di aria, ma questi sono giorni perfidi di macaia
·      C come CAFFÈ: il rito del caffè mattutino, reiterato, da solo al bar mentre contemplo i grandiosi quarti posteriori di Eva, o in compagnia di tutti gli altri sulla spiaggia – ma nella caffetteria dei bagni concorrenti – è l’unica reale alternativa di buon senso alla focaccia
·      C come CALCIOMERCATO: a meno che non siate tifosi della Juventus, candidata a vincere a mani basse i prossimi 45 campionati (e così la smetteranno di rompere i coglioni sulla storia inesistente delle tre stelle – la legge è uguale anche per loro) non c’è veramente un cazzo da ridere. Se il vostro presidente ambisce a una nuova carriera politica, anche se ormai potrebbe godersi una ricca pensione, magari circondato da giovani fanciulle in fiore; se pensate che la vostra squadra potrebbe essere rilevata da uno sceicco che, invece, non è così cretino a farsi mangiar vivo di tasse da Monti; se pensate che piuttosto che i dibattiti televisivi sul calciomercato, meglio una replica dei Cesaroni… complimenti, siete anche voi tifosi del Milan!
·      C come CODE: arrivo all’apertura del supermercato alle 8.30 e ho già 15 persone davanti al banco del pane; alla doccia sulla spiaggia c’è sempre qualcuno che mi passa davanti; nella focacceria non accendono il numerino (ovviamente per risparmiare sui talloncini di carta) e chiedono “A chi tocca?...” con voce talmente lagnosa che mi induce a uscire immediatamente. Magari sono particolarmente sfigato io, ma è difficile non pensare a una predestinazione
·         D come DELLE VACANZE (COMPITI): convincere un figlio a farli quando ha tutt’altro per la testa è un’impresa praticamente disperata. Se lo invito a farlo tramite Facebook, poi, ci si mette il tremendo, insopportabile e comunardo Luca Rebeggiani a fomentare la lotta di classe…
·      E come EPPURE L’ANNO SCORSO SI STAVA MEGLIO: il vacanziero stanziale è logorroico, ripetitivo e anche un filo nostalgico. Nella sua mente l’estate precedente era meglio: più fresca, ogni tanto pioveva, il pane costava meno, la focaccia era meno unta, il cielo un po’ più blu, il mare più pulito, il gelato meno caro, la gente rompeva meno i coglioni. Andando ancora più indietro nel tempo, nella nostra memoria, la sera dopo il tramonto ci mettevamo il golf perché faceva freddo e dormivamo con la copertina di lana; e dopo ferragosto rinfrescava sempre. E se anche ce lo dimenticassimo, ce lo ricorderebbe l’ennesima replica di “Sapore di mare”: la Versilia che tutti abbiamo vissuto e che adesso non esiste più
·        F come FOCACCIA: lo so, lo so, è probabile che abbiate pensato a un altro vocabolo che inizia con la “F” ma la focaccia ligure, grondante olio e intinta nel sale, cibo economico solo nella nostra immaginazione ma non nella praticità dei liguri, è il simbolo stesso della vacanza sul Ponente. Vi dileggeranno, commenteranno il vostro girovita, vi diranno che fa male alla pressione. Lasciateli dire
·     G come GENTE DA SPIAGGIA: sempre gli stessi, da anni; sempre le stesse menate. Persone anziane che passano il loro tempo a raccontare gli interventi cui sono stati sottoposti durante l’inverno, sempre con tono da sopravvissuti. Squinzie di infimo ordine che non avrebbero nessuna possibilità in posti elitari come Santa o la Costa Smeralda, qui a Celle si sentono come Belèn. Qualcuno/a cerca di darmi del tu, io resisto. Cristina riesce a far comunella con (quasi) tutti, io mi chiamo fuori e riesco a evitare (quasi) tutte le discussioni a sfondo medico; e la mia Dolce Metà dice che sono un orso. Alla peggio, il mio Kindle e le cuffie nelle orecchie riescono a far desistere il rompicoglioni più coriaceo
·      H come HANNO ROTTO LE PALLE: le persone della spiaggia che ti danno i consigli su come curare la moglie (“…ma tanto mica devo dirlo a lei che è un dottore!”); le casse acustiche intorno alla piscina al momento dell’acquagym; quelli delle previsioni del tempo nel raccontare il caldo; quelli che ostinano a chiederti di darvi vicendevolmente del “tu”; quelli che ti chiedono un consulto estemporaneo; le buone signore della spiaggia che potrebbero pensare più proficuamente a far felici quelle vittime dei loro mariti (ogni riferimento a persone esistenti è fortemente voluto)
·      H come HATHAWAY (ANNE): ovvero Catwoman, aspettando il nuovo Batman il cui cattivo (Bane) ha ispirato l’ennesimo ragazzo pazzo stragista americano. È la diva più sexy del momento? Secondo il già citato Barba (vedi due voci sotto), sì; e anche in questo caso, sono costretto a dargli ragione
·      I come I-PHONE: secondo il mio vecchio amico Sandro, l’oggetto più sopravvalutato degli ultimi anni; secondo me, la genialata che ha costretto tutti a adeguarsi a un nuovo concetto di telefono, e chi non ce la fa a star dietro scompare (vedi BlackBerry). In spiaggia ce l’hanno quasi tutti: un caso?
·      K come KINDLE: oh, qui aveva ragione il Barba (mi duole doverglielo dire, lui ovviamente gongola e si pavoneggia): è di gran lunga il migliore ebook reader in commercio, e anche il più cool. Sulla spiaggia se lo mangiavano tutti con gli occhi e me lo invidiavano molto più dell’iPad, bello ma ormai molto cheap anche nell’immaginario collettivo
·      L come LAVORO: un pensiero nemmeno tanto lontano, un sottofondo perennemente presente. Forse è vero: non si riesce a “staccare” mai completamente
·      M come MONTI: li rimpiangi con il caldo; poi pensi che è il cognome di quello che ti sta tar-tassando, e ti accontenti dei mari
·      N come NOTTE DI SAN LORENZO: è la storia della mancata sagra alimentare dei Ferrari, per la prima volta dopo tanti anni. Peccato…
·      O come OPERA: ascoltare nelle cuffie dell’iPhone il “Tristan” diretto da Bernstein (ma anche “Atom heart mother”, già che siamo in tema di classici) mentre guardi il tramonto sul mare è una di quelle piccole gioie della vita senza prezzo
·      P come POLITICA: toh, esiste ancora?... Dai giornali scopriamo le nostre esigenze di un grande centro. A me mancano le litigate politiche di una volta. È vero, sono invecchiato
·      Q come QUOTIDIANO: sull’iPad. Costa di meno, lo ingrandisci a tuo piacimento, è ricco di contenuti multimediali, lo puoi iniziare a sfogliare dalle 6 del mattino. Proprio senza difetti? No: lo schermo retroiiluminato è pessimo per la lettura al sole e manca l’odore della carta stampata
·      R come ROMANZO (MIO, IN GESTAZIONE): suspence, sangue, sesso sfrenato, mistero, psicanalisi, rapimenti, tradimento, sorpresa finale: tutto questo e molto altro ancora nel grande noir che tutti stanno aspettando. È Bea la grande donna dell’estate! Fra poco anche in libreria e, ovviamente, nei vostri ebook reader!
·      S come SUPERMERCATO: sfornito di tutto, con personale di una lentezza irritante, alle casse ti chiedono anche le monetine da 1 e 2 centesimi ma in compenso manca l’acqua minerale. Come diceva Mario, l’altra mattina: “E’ l’unico posto dove non riesci mai a comprare lo stesso pane che ti hanno dato il giorno prima”. A casa nostra, un posto del genere non sopravvivrebbe più di una settimana
·      T come TORMENTONE: per qualcuno è il “Pulcino pio”, per me sono le menate sul caldo tropicale, su quanto dura, su quanto percepiamo e sul nome da dare al centonovantasettesimo anticiclone che proviene dalla Libia nel giro di un mese e mezzo. Io patisco orribilmente il caldo e sogno il prosaico condizionatore di città
·      T come TROLLARE: se avete un figlio teen-ager, questo è il verbo della sua estate; conseguentemente, lo è anche della vostra. È tutto un susseguirsi di troll-face, troll-song, “Papone, mi stai trollando?”, LOL! e via discorrendo. Cosa significa trollare? Indefinibile: qualcosa come “prendere per il culo”, ma con il sorriso e un pizzico di ironia. Difficile seguire un figlio sul suo stesso terreno… ma ci si può provare!
·      U come UH, CHE BEL CULO: lo so, è un po’ tirata. Ma trovare qualcosa che incominci con la “U” e abbia un senso è un po’ difficile; per cui meglio questo estemporaneo omaggio al trionfale posteriore femminile, che ogni tanto (non sempre: ecco perché l’esclamazione) trova la propria glorificazione deambulante sulla spiaggia
·      V come VEDERSI: è l’imperativo che avevamo condiviso il dottor Gianluigi Taverna (amico e meraviglioso urologo del mio ospedale) e io; ovviamente, per i motivi più vari è andato tutto a puttane, come peraltro ampiamente previsto. Ciò non gli impedirà di rompermi i coglioni, al momento in cui, effettivamente, ci rivedremo; e lo farà perché sarà di pessimo umore per aver rincominciato a lavorare
·      V come VIAGGIO: è quello perennemente programmato sin dall’inverno, verbalmente reiterato durante il mese di agosto (“Cosa ne dici? Potremmo andare a…” e segue elenco di possibili destinazioni) e sistematicamente annullato dalla moglie (“Ma sei scemo, con questo caldo?”). Il viaggio è quella cosa che esiste solo come idea, poi rimani sempre lì, sulla spiaggia, con i tuoi rompicoglioni
·      W come WHATSAPP: ottimo mezzo di comunicazione gratuito fra utilizzatori di iPhone e altri modelli intelligenti di telefonia. Solitamente permette garbate prese per il culo fra me e il già più volte citato Stefano Barbetta; d’inverno, invece, è il mezzo di comunicazione preferito dalla mia collega Simona. E meno male, visto che parla con ultrasuoni
·      Z come ZERBINI: i mariti/compagni che accettano le bizze delle aspiranti vamp da spiaggia (di basso profilo) si candidano a una permanenza fatta di letture solitarie non volute – come nel mio caso – ma necessarie. Ma col termine "zerbini" indichiamo anche i milanisti che si fanno camminare sopra dai gobbi (juventini, ndr) e ridere addosso da tutte le società calcistiche più scascionate dell'universo cui vanno a chiedere in prestito calciatori indegni -in altri tempi più felici - di scaldare anche la panca...

Come si diceva, in yiddish? Oh vey! Poveri noi...

domenica 13 maggio 2012

Vèstiti!

Leggo oggi su Facebook la triste storia di Luca costretto a rifarsi il guardaroba e vivo tutta la mia solidarietà per il mio amico.
Siamo sinceri: tranne pochi fortunati stilosi, appassionati di moda e di abbinamenti di colori (camicie, cravatte, persino calze), per noi uomini quella dell'acquisto di indumenti è per lo più una tragedia, un momento particolarmente penoso che vorremmo affrontare da soli, ma per il quale ci rendiamo conto che la presenza della moglie è indispensabile. 
La donna ha una memoria infallibile per tutto ciò che ti manca, ma non solo: l'occhio femminile sa cogliere gli abbinamenti cromatici e, non ultimo, sa scegliere ciò che ti nasconde pancia e muscolatura da tavola.
La donna, poi, invariabilmente si allea con la commessa. Si danno subito del tu, mentre tu ti senti invariabilmente un cretino. 
Sei lì, davanti a uno specchio, con addosso un paio di pantaloni di cui non senti assolutamente il bisogno perché tu vorresti un paio di jeans elasticizzati, ma loro no, hanno deciso altrimenti mentre tu, silenzioso, guardi la tua immagine triste riflessa. E ascolti le loro chiacchiere:
"Cosa dice, signora?"
"Ma che signora! Diamoci pure del tu!". 
E adesso perché tutta questa confidenza?
"Mi sembra che tiri un po' sul davanti", mormora la commessa tenendo in bocca gli spilli.
La moglie sospira:
"Magari!"; poi ride. La famosa, terribile risata sociale, quella che serve a fissare un abbozzo di amicizia basata sulla terribile complicità fra donne.
Scoppio di risa anche della commessa che, inginocchiata per fissare l'orlo dei pantaloni, rivela un posteriore di tutto rispetto. Ma non è il momento di ammirare alcunché, perché sei in minoranza. Sei lì come un pinguino mentre la ragazza si dà da fare, anche se non come vorresti tu:
"Cosa dici? Quanto facciamo di risvolto?"
"Mah, direi due centimetri. Non troppo corto se no sembra che abbia l'acqua in casa"
Altro scoppio di ilarità collettivo.
Poi la moglie riprende:
"E il culo? Non è troppo in fuori?"
"No. Mi sembra perfetto" commenta soddisfatta la commessa.
"E la pancia? Meglio un pantalone senza pèns [NdR: avrei forse dovuto scrivere pinces, ma poi magari non si capiva bene] così si vede di meno. Poi tanto gli cadono in continuazione, se li deve tirar sù. E' fatto male! E' un saldo!". 
Fossimo a un varietà, non ci sarebbe nemmeno bisogno dell'omino che agita il cartello "Risate!" davanti al pubblico. Anzi, ci sarebbero anche gli applausi.


Poi improvvisamente la moglie cala l'asso di bastoni:
"Cosa dici? Lo imbastiamo?"
Un brivido freddo mi passa improvvisamente per la schiena.
No!
L'imbastitura no! E' quella che mi costringerebbe a un'altra prova.
La commessa dimena il pregevole fondoschiena su cui sa di avere la mia attenzione:
"Non occorre. La sarta ne fa a meno"
Mi guardano entrambe comprensive. Posso andare nel camerino a rimettere i miei jeans caldi, sformati, morbidi. 
Comodi.
Esco, prima che inizi la terribile trattativa sul prezzo cui non voglio assistere per nessuna ragione al mondo, anche se sono consapevole del fatto che è uno dei motivi per cui mi porto dietro la moglie in un momento del genere.
Fumassi ancora, questo sarebbe un momento adattissimo.
Lei esce, soddisfatta a metà:
"Sono riuscita a tirare giù solo 10 euro [NdR: a me sembrano un'enormità]. Del resto, quella è una stronza [NdR: ma non andavate tanto d'accordo?], lo sanno tutti qui in giro. Cosa credi, che non mi sono accorta che le guardavi il culo? Cos'ha di diverso dal mio?"
Sto per rispondere le solite banalità, ma già lei non mi segue più. In fondo, è una donna pratica. Punta al sodo: 
"Comunque dovresti arrangiarti tu a fare queste cose".
Poi il suo bel volto improvvisamente si illumina:
"Ora che ci penso: c'è il negozio XY che chiude! E tu hai bisogno di scarpe!"
Le gambe mi si piegano:
"Non oggi, dai..."
Lei mi guarda con sorridente compassione:
"Va bene, domani".

Dopotutto, domani è un altro giorno

venerdì 23 settembre 2011

Condivisione

Al telegiornale di oggi, Mark Zuckerberg inventore di Facebook ha presentato la nuova versione del suo divertente social forum. Questa release permetterà di entrare ancora più in comunicazione con il mondo di cui fai parte, condividere con gli altri tutti i contenuti sino a fare della tua vita una specie di sito internet cui gli altri abbiano accesso.
Io ascolto incuriosito: anch'io per un po' ho praticato Facebook (adesso è il turno di Giacomo) e non escludo prima o poi di tornarci. 
Sembra tutto molto bello, ma c'è qualcosa che mi sfugge e non riesco a capire esattamente di cosa si tratta.
E' Cristina a inquadrare perfettamente il problema:
"Com'è possibile: da una parte tutta quest'ansia di condivisione, dal'altra tutte le amicizie e i rapporti affettivi che vanno a farsi fottere?".
Quando si dice la saggezza femminile...

C'è in effetti qualcosa di ambiguo e quasi schizofrenico in questa vera e propria corsa alla condivisione virtuale.
Non viviamo in un momento che ricorderemo per la generosità, per l'estensione dei propri contenuti agli altri.
Tendiamo trionfalmente a farci i cavoli nostri: usciamo dal lavoro e ci chiudiamo nelle nostre case e guai a chi invade la nostra privacy. Quella fisica, ovviamente, perché sul social forum è tutta un'altra storia: lì è tutto un profluvio di foto, di "sto facendo questo", "ufficialmente fidanzato", "tornato single" e altre amenità che, normalmente, non partecipiamo al nostro prossimo.
Cosa ci spinge? Difficile da spiegare, tenuto conto che non è un nostro comportamento abituale nella vita di tutti i giorni. Anzi...

Ormai è circa un anno che ho chiuso i ponti con Facebook. Ogni tanto sento la nostalgia e la curiosità di rivedere come vanno le cose e ci butto il naso, solo per rendermi conto che nulla sembra essere cambiato: la sera si condivide virtualmente con le stesse persone la vita che durante il giorno hai condiviso fisicamente.
Sembra sciocco? Mica tanto: ci sono 800 milioni di utenti che lo fanno in tutto il mondo. Qualcuno in modo anche compulsivo, tanto da identificare una vera e propria patologia da condivisione, la "Friendship addiction" che ha indotto il Policlinico Gemelli a aprire un ambulatorio specifico dedicato.





NB: l'articolo che parla della Friendship Addiction piace a 594 persone su Facebook! Registrati anche tu per vedere cosa piace ai tuoi amici!

martedì 28 settembre 2010

Lessico famigliare

Il bello della vita famigliare è costituito dalle schermaglie che, a volte, ne costituiscono il sale, ma che talvolta fanno riflettere sulla difficoltà di comunicazione fra uomini e donne. E spesso mi trovo a riflettere sulla lucida illogicità (mi si perdoni l'ossimoro) dell'essere più razionale che sia stato creato dal Padreterno: la donna.
Valga, a mo' d'esempio, la seguente tranche de vie.

E' l'una e mezza. Ho esaurito una serie di cose che dovevo fare e che mi hanno indotto a prendere una giornata libera: dentista, carrozziere per riparare il danno da tamponamento di due mesi fa, e così via. Proprio la necessità "carrozziere" mi induce e chiamare Cristina con cui mi ero messo precedentemente d'accordo: lei mi deve seguire in officina con la sua macchina e poi torniamo insieme.
Tutto semplice? Nossignori: mica come dire.
Le telefono:
"Ciao, adesso mangio un panino qui alle Cupole. Poi mi raggiungi? Prendiamo il caffè insieme e andiamo in officina. Fa' pure con calma - aggiungo, conoscendo molto bene il mio pollo (anzi, la mia gallina) - tanto devo ancora mangiare"
Nota bene: il caffè alle Cupole è particolarmente buono. A casa nostra è quasi un'occasione sociale. So che così la invoglierò, il che mi farà gioco per farla deviare dal programma che si è già prefissato per la giornata. E infatti la risposta non tarda ad arrivare:
"Con calma! - mi sbraita nell'orecchio - Io sono incasinatissima e ho un sacco di cose da fare! Non puoi farmi fretta perché tu hai esaurito le tue, sai?... Io sono sempre al servizio di tutti e non ho mai un momento per me stessa! Ho bisogno di almeno mezz'ora di tempo! Non posso correre sempre al vostro servizio! Devi darmi tempo! Ho bisogno di tempo! Perché le giornate non durano almeno 48 ore? Perché volete sempre tutti farmi fretta?"
"Appunto - rispondo serafico - Io devo ancora mangiare. Non ti faccio nessuna fretta. Prenditi pure tutto il tempo che ti occorre, non c'è problema"
"Quale tempo? Non c'è tempo! E certo, tu hai sempre tutto il tempo che vuoi ma io non ho tempo da perdere! Ho fretta! Devo portare anche Giacomo a nuoto! Tu te la prendi sempre calma, tu fai sempre tutto da posapiano come sei, poi sono sempre io che devo correre! Fosse per te dovrei fare sempre tutto piano, con calma, tranquilla, come una lumaca. Ci vorrebbe la terza guerra mondiale a te e a tuo figlio. Devo fare in fretta! Adesso non ho tempo di parlare! Ciao!". E riappende.
Mentre vado a mangiare penso a "Un uomo, una donna", vecchio film di Claude Lelouch, che finisce un po' in sospeso.
Si saranno ritrovati, Jean-Louis Trintignant e Anouk Aimée?
Si saranno sposati?
Certo che sì. E, dopo quasi diciassette anni di matrimonio, lei l'avrà guardato con i suoi occhioni e gli avrà detto: "Possibile che vuoi sempre farmi fretta? Perché non capisci che ho bisogno di fare in fretta? Fossi in te dovrei sempre andare come una lumaca. Non sei indipendente. Non ci fossi io in questa casa..."
La vecchia storia dell'umanità

venerdì 2 ottobre 2009

La signora ce l'ha panoramica



Anche ieri – per l’ennesima volta nella mia vita familiare – si è verificata la solita storia che proverò a sintetizzare come segue:

1.Cristina, mia moglie, mi chiede di cercare una determinata cosa nello stanzino

2. Io la cerco e non la trovo, per cui torno indietro e le chiedo timidamente e sottovoce se, per caso, è possibile che di quel determinato articolo non ce ne sia più assortimento in casa

3. La risposta invariabile è: “Ne abbiamo a decine” (notare il quantitativo, volutamente esagerato)

4. Io torno nello stanzino e continuo a non trovare la cosa in questione. Chiamo la moglie, le reitero la domanda su dove sia l’oggetto e mi sento rispondere: “E’ lì che ti guarda”

5. Dopo attesa inutile di faticosi tentativi da parte mia, arriva lei, preleva l’oggetto da sotto il mio naso lasciandomi a riflettere sull’inutilità dell’apporto maschile nella vita domestica


Credo sia noto a tutti che l’inveterata incapacità degli esseri umani di sesso maschile a trovare le cose sia dovuta, oltre che alla perfidia delle donne che fanno di tutto per nascondere oggetti come calzini, mutande e flaconi di detersivo, ad un fatto fisiologico ed ancestrale ben dimostrato. In pratica: gli uomini hanno una visione cosiddetta “a cannocchiale” (nessuno equivochi, per favore) le donne invece ce l’hanno “panoramica” (vedi nota fra parentesi precedente); questo perché nella notte dei tempi gli uomini andavano a caccia a procurare il cibo per la famiglia e dovevano inquadrare la preda, mentre le donne dovevano comprendere con un solo sguardo tutta la caverna per sorvegliare la prole dall’assalto di animali feroci. Non sono balle: è tutto provato in modo abbastanza scientifico e disponibile su alcune pubblicazioni di tipo divulgativo, come i bei libri di Allan e Barbara Pease (ovviamente marito e moglie nella vita di tutti i giorni) tipo “Perché le donne non sanno leggere le cartine e gli uomini non si fermano mai a chiedere?” oppure "Perché gli uomini lasciano sempre alzata l'asse del water e le donne occupano il bagno per ore?" (ce ne sono altri, molto divertenti), che mi sentirei di consigliare a tutti.

Poste queste premesse che sembrerebbero indirizzare il problema su un versante scientifico e quindi accettabile da chiunque, si tratta solo di convincere le donne della ragionevolezza del nostro punto di vista: e qui cominciano i problemi, come ognuno può verificare nell’ambito della propria realtà domestica.

Perché non riusciamo a convincere le mogli del fatto che non è colpa della nostra pigrizia intellettuale, bensì del fatto che siamo fatti diversamente? Perché andare sempre a pensare che siamo noi a non voler mai vedere le cose che ci guardano? Forse perché c’è un aspetto di delizioso sadomasochismo che rende particolarmente attraente la vita di tutti i giorni e che fa parte di quel gioco delle parti indispensabile ad ogni intesa riuscita?

Non lo so, e forse non lo saprò mai.

Il mio suggerimento è quindi di continuare così. Siamo autorizzati da Madre Natura a non trovare i calzini che ci guardano e a continuare a procurare prede con (e per) il nostro cannocchiale.

E hony soit qui mal y pense

giovedì 20 agosto 2009

Medioman Pride


Era la love story dell’estate, quella fra il fascinosissimo e tenebroso George Clooney e la bellissima Elisabetta Canalis.
Lui è il super macho cui basta suonare ad una porta stappando una bottiglia di spumante per avere un universo femminile ai suoi piedi; lei ha da tempo smesso i panni di velina per tentare di riciclarsi in un mondo dello spettacolo che sta diventando sempre più selettivo nei confronti dei suoi pretendenti, anche se ne hanno già fatto parte a lungo.
All’inizio di quest’estate Elisabetta Canalis era la donna più invidiata del pianeta: le belle terga appoggiate sul sedile posteriore di una Harley-Davidson, abbracciata al suo George che mostrava i muscoli ben torniti sotto una polo bianca, le si perdonava l’appostamento che evidentemente aveva fatto fuori dal cancello di Villa Oleandra pur di ferire al cuore il bel tenebroso. Ho detto: “le si perdonava”, ma avrei dovuto dire “noi uomini le perdonavamo”, perché in realtà le donne non le hanno perdonato un bel niente: non posso riportare i commenti di mia moglie Cristina, immortalati su un sms che purtroppo è andato perduto con un crash del mio BlackBerry, ma credetemi in parola se vi dico che erano cattivi come solo quelli di una donna tradita possono essere.
Adesso scoppia la bomba: la bellissima Canalis non è la donna più invidiata del pianeta, quella che ha fatto capitolare lo scapolo più appetibile e misteriosamente resistente di tutta Hollywood; no, Elisabetta è nient’altro che una copertura di un misterioso partner di Big George.
Avete letto bene: “un” partner.
A svelare il mistero è l’amico di sempre, Brad Pitt che ha detto al cronista: “Io e Angie [Jolie, ndr] non ci sposeremo sinché al mio amico George non sarà permesso di sposarsi col suo compagno”.
Sposarsi, nientemeno.
E la povera Elisabetta, nemmeno sedotta e già abbandonata, chi la consolerà nella prigione dorata di Villa Oleandra? Il maggiordomo?
A margine di queste considerazioni ai limiti del boccaccesco, ci sarebbe da chiedersi se George sia contento che l’amichevole (?) Brad Pitt abbia fatto outing per conto terzi, specie avendo sentito il bisogno di noleggiare – mi si passi il termine assai poco elegante – la Canalis come copertura ma, ammesso e non concesso che la rivelazione di Brad sia vera, fa strano che proprio in un momento come questo in cui l’omosessualità è definitivamente sdoganata un attore come lui senta il bisogno di nascondere questo lato di sé.

Per conto mio, oggi è il giorno della rivincita dei Medioman, categoria di cui faccio orgogliosamente parte.
Ho amato follemente la figura da superuomo di George Clooney che, nei panni del Dr. Doug Ross di ER, era il medico che io avrei sempre voluto essere e che, a causa della mia pancia e della pelata che mi fanno assomigliare piuttosto a Homer Simpson, non sarò mai. Cristina sbavava nemmeno troppo di nascosto mentre seguivamo il telefilm dei medici superuomini, ma quello che maggiormente amava l’eroe ero io: lui era bello, forte, maschio, precocemente brizzolato; la bellissima Julianna Margulies se lo mangiava con gli occhi riproponendo quel rapporto mitico fra medico ed infermiera che io, nel mio piccolo, non ho mai potuto assaggiare.
Ma probabilmente il film di Clooney che mi ha entusiasmato maggiormente è stato “The Peacemaker” in cui lui, al fianco di una Nicola Kidman mai così bella, interpreta il colonnello DeVol che, da solo (o quasi), rifila una solenne lezione ai russi perennemente cattivi che, anche dopo la fine della Guerra Fredda, coltivano i sogni di sganciare l’atomica sull’Occidente. Un film reazionario come pochi, ma lui è un supermacho da urlo che riesce anche ad agganciare al volo a mani nude una camionetta ad un elicottero: un fenomeno!
Che c’entra, direte voi: forse che un gay non può essere macho? Siamo ancora attaccati ad icone da checca isterica come lo strepitoso Michel Serrault ne “Il vizietto” con Tognazzi?
Certo che no. Ma l’immagine di machismo di Clooney è sempre stata tenacemente connessa a quella di sciupa femmine scapolo impenitente, che si rifugiava nel suo castello dorato di Laglio ove un’alcova dorata era pronta a chiudere come una conchiglia le più meravigliose perle dell’universo femminile. Oddìo, qualcosa s’era fatta scappare una sedicente ex che affermava che, fra le lenzuola, il bel tenebroso era lontano le mille miglia dalle 8 ore di sesso tantrico sbandierate a suo tempo da Sting (e anch’egli sputtanato di recente da Bob Geldof), ma si pensava ovviamente alla ripicca dell’ex sedotta ed abbandonata e giammai ad una copertura.
Che vergogna. Proprio nel Terzo Millennio, quando l’omosessualità è stata definitivamente sdoganata, quando sportivi e personaggi dello spettacolo non fanno mistero di vivere la propria sessualità in modo sereno e consapevole – si pensi a Jodie Foster, Anne Heche, Billie Jean King, Martina Navratilova, Amelie Mauresmo (oddìo, ora che ci penso ho citato solo donne: sarà perché sono più responsabili e sincere degli uomini?), c’è ancora uno di essi che pensa che sia un orrore, qualcosa di cui vergognarsi, e si rifugia nel vecchio cliché di misterioso sciupa femmine come un qualunque Rock Hudson degli Anni Sessanta.
È per questo che oggi io, l’Homer Simpson di Melegnano (si può pensare a qualcosa di più provinciale?), proclamo la giornata del Medioman Pride: prendo per buona la parola dell’antipaticissimo Brad Pitt, che detesto dai tempi in cui aveva scopato e tradito la bellissima Geena Davis di “Thelma & Louise” e decreto che George Clooney, la cui presenza su un calendario ho dovuto sopportare per tre anni nella mia camera da letto, non ha più diritto di porsi come termine di paragone di fronte alle mie performances fra le lenzuola!

domenica 2 agosto 2009

Prevedibile, troppo prevedibile


Crogiolato sotto il sole cocente del 1 agosto, mi godo sulla spiaggia dei Bagni Lido di Celle Ligure un assaggio della vacanza che verra', non prima di una settimana.
A fronte della voglia di evasione degli italiani che, quest'anno, si concretizza in una particolare predilezione per gli Adventure Travel, ci sta la mia pensosa pigrizia che mi porta, una volta di più, a scegliere di stare attaccato come una cozza agli scogli della ridente localita' del Ponente ligure.
Dicevamo dei viaggi avventurosi. L'altro giorno Chiara mi ha raccontato della vacanza avventurosa che fara' in Grecia, in non so più quale arcipelago, in compagnia di persone che non conosce, con una guida che si improvvisa tale, probabilmente senza alberghi prenotati; il tutto e' (dis)organizzato da un'agenzia famosa per rendere la vita difficile ai vacanzieri che pagano caro questo privilegio.
Oggi ascolto inorridito Federica - giovane e rampante avvocato, erede di una grande tradizione di Principi del Foro - che mi narra della sua prossima partenza dalla vicina Andora, di notte, in barca a vela, con 10 persone che non conoscerà sino al momento dell'imbarco, alla volta della Corsica che circumnavighera' con i suoi sconosciuti compagni d'avventura.
E mentre ascolto questi progetti di avventure estive, che avranno per teatro quello stesso mare affrontato nella notte dei tempi da Odisseo, archetipo prototipo di ogni sfida dell'uomo ai limiti che gli sono imposti da una sorta di Legge ultraterrena, resto incerto se invidiare o compiangere coloro che saranno protagonisti della grande sfida.
Seduto sulla sdraio davanti alla lenta risacca dello stesso mare che per me, da questo privilegiato punto di vista, sara' sempre placido, contemplo scorrere davanti a me la vita di persone che vedo una volta all'anno e che, nondimeno, mi sono familiari come se le avessi davanti a me tutto il tempo.
Alla mia sinistra, laggiu' in fondo, ci sta l'altera e spocchiosa S. con madre, padre e le due figlie. Il marito non si fa vedere da due anni e mi piace pensare (perché mi è simpatico) che sia scappato dalla moglie, che aveva maltrattato la sorella abbandonata perche' non era stata capace di tenersi il marito, e dai suoceri opprimenti, convinti che ogni valore della vita abbia una valutazione monetaria. Poco oltre, M. e F. si scambiano battute noiosissime, ma sembrano felici.
Una giovane mamma che conosco solo di vista inalbera un bikini talmente esiguo che lo slip le lascia piacevolmente scoperta la chiappa destra obbligandola continuamente a riabbassarlo e generando cosi', nell'interessato spettatore, l'inevitabile domanda su chi l'abbia obbligata a prendere un indumento cosi', se si sente obbligata a coprire le esposte rotondità.
Alla mia destra siede il signor F., con un riporto che ormai parte da sotto l'orecchio sinistro. E' originario dell'Agro Pontino e tifosissimo della Lazio. Tutti gli anni - soprattutto gli ultimi che, calcisticamente parlando, hanno ringalluzzito parecchio lui e rattristato me - mi si rivolge col suo vocione baritonale e mi chiede: "Allora, dottore, va male il suo Milan?" inducendomi a dissertazioni metafisiche sull'indifendibile campagna acquisti di Berlusconi e Galliani.
Poco oltre, il signor S. si e' accorto che, da quando e' in pensione, ha poco da raccontare per cui legge il Corriere mentre la moglie F., come tutti gli anni, si mette come un batrace al sole senza comunicare con nessuno.
Cristina mi propone una partita a racchettoni e la guardo malissimo; lei scuote le chiome con aria di commiserazione pensando a quale ingiusto destino l'abbia costretta a familiarizzare con un plantigrado noioso e pesante come me.
Io ridacchio e penso, mentre scrivo queste note sul mio BlackBerry, ormai ridotto al rango di una Moleskine qualsiasi, che la prevedibilita' di Celle Ligure dovrebbe essere promossa al rango di risorsa dell'Umanita' e che non vorrei essere in nessun altro posto al mondo