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domenica 8 maggio 2011

Ordinaria amministrazione


Vi aspettate la festa, la gioia sfrenata, il nunc est bibendum?
Be', spiacente di deludervi.
Nessun trionfalismo, nessun urlo disumano, nessuna scena isterica. Quelle le lasciamo a chi non è abituato a vincere e, quelle poche volte che gli capita (naturalmente senza nessun avversario degno di tal nome), sente il bisogno di esternare a tutti la propria esistenza, il proprio hegeliano da-sein ("esserci").

Noi invece ci siamo da sempre. E' una costante della nostra essenza: la consapevolezza della nostra forza, della nostra superiorità.
Non sono momenti di false modestie: siamo dalle parti dell'Università del calcio, quella in cui stanno squadre come il Barcellona e il Manchester United e non, invece, il Real Madrid degli arricchiti e dei bifolchi, capaci solo di lamentarsi dei nemici e degli arbitri.
In Italia, tradizionalmente, la lotta per lo scudetto è sempre stata fra la decaduta Juventus - che purtroppo non è più riuscita a risollevarsi da quella Calciopoli creata da Moratti per portare a casa qualche cosa - e il Milan, la prima squadra italiana a creare una leggenda oltre i confini della Patria. Negli ultimi anni, invece, le squallide delazioni della banda degli "onesti" hanno ottenuto lo scopo di creare uno sdoppiamento del campionato: da una parte l'Inter che aveva tutti i giocatori presi agli altri, dall'altra tutte le rimanenti squadre che non erano riuscite a risollevarsi dalla baraonda mediatica sollevata dal tristo e livoroso figuro proprietario della seconda squadra di Milano. 
Foto 2: Barack Obama e il suo staff seguono Roma-Milan
Ne è risultato il più grigio quadriennio della storia del calcio, che ha permesso agli "onesti" di portarsi a casa quattro scudetti largamente meritati anche perché se la giocavano da soli, e una coppa dei campioni, vinta con merito ma con la sensazione, vissuta da tutto il mondo sportivo, di irrealtà: nessuno si aspettava che quella squadra di Milano, quella dei bauscia (in vernacolo milanese significa fanfaroni buoni a nulla: è il tradizionale soprannome degli interisti) potesse arrivare sul tetto d'Europa.
Che nostalgia, invece, per gli anni della normalità, quelli in cui tutti ci sentivamo al nostro posto! E non è questione di tifo, ma di giusti equilibri: noi davanti, gli altri dietro, e tutto era al suo posto come la colonna sonora di Happy Days. Si andava tutti d'accordo: il mese di Agosto era quello delle certezze nerazzurre, poi da Settembre si doveva solo pensare a come consolare l'amico interista.
Adesso tutto torna al suo posto: e - si badi - non è stato necessario scomodare gli Invincibili di Arrigo Sacchi, Van Basten, Gullit e Baresi; è bastata una squadra normale, senza particolari voli pindarici, per riportare la normalità e segnalare a tutti che l'intervallo è finito.
Normalità nei rapporti umani: un allenatore giovane e vincente, spregiudicato nella tattica e aggressivo negli schemi ma, nonostante ciò, garbato nell'eloquio e spiritoso nei rapporti con il prossimo: esattamente il contrario del bifolco che vedete nella foto 4.
Normalità nelle destinazioni: Ibrahimovic ritrova la squadra per cui aveva sempre voluto giocare, mentre Leonardo (foto 3) - allenatore poco portato per i derby - finisce nel team dove valorizzano tutti gli incapaci.
Normalità, infine, nei ruoli: e in ciò, c'è qualcosa di quasi cabalistico, di predestinato

Milano ritrova il suo equilibrio: noi davanti e i Perdenti dietro, come è sempre stato, come deve essere, come sarà sempre
Foto 3: Leonardo che pensa ancora di agganciare il Milan
Foto 4: Un perdente troglodita in una delle sue espressioni più tipiche

domenica 3 aprile 2011

La squadra dei milanesi

Ci sono momenti in cui la squadra per cui tifo arriva ad appuntamenti decisivi nei panni della vittima predestinata. Successe già per esempio nel 1994, finale di Coppa dei Campioni, contro il Barcellona allenato da Cruyff: i catalani si espressero in modo aggressivo nei confronti dei milanisti, preannunciando che avrebbero fatto strame delle nostre ambizioni. Finì 4-0 per noi: due volte Massaro, Savicevic e Desailly.
Lo confesso: era l'unica speranza che mi invogliava a seguire un derby che non mi attirava nemmeno un po' e per cui, prima dell'inizio, avrei sottoscritto il pareggio.
Ieri, sino alle 20.45, andava così; ma ecco che  Dentiera Nera e il Figlio di Mourinho non hanno fatto in tempo a sedersi che erano già sotto, grazie a una geniale intuizione del Genero.
A completare una serata perfetta, il Padre di Leonardo, una delle più miserabili faccedimerda mai apparse sui palcoscenici calcistici italiani e non solo, ridimensionava il proprio ego ipertrofico prendendole in casa contro l'ultima in classifica e costringendo così la dirigenza del Real - pari, per arroganza, solo a quella dell'Inter - a dover ammettere che la fama dell'allenatore che si sono pagati fior di milioni di euro è costruita, in realtà, solo sulle chiacchiere: Guardiola è su un altro pianeta.

E così, cari intertristi, eccovi qui. 
Credevate nella remuntada?
Pensavate di passeggiare vincendo con la chiavica scartata da noi dopo una stagione triste e miserabile?
Ritenevate di poter continuare a vivere di rendita sulle delazioni che vi hanno permesso di acquisire calciatori degli avversari a prezzo di liquidazione?
Volevate continuare a giocare solo contro squadre disfatte e derelitte?
Be', ragazzi, è finita la bazza: scendete dal pero e tornate sulla terra.
Non c'è sempre il culo a sorreggervi quando cadete, come è successo putacaso a Monaco di Baviera due settimane fa. 
Ogni tanto marca male. 
E ieri sera avete visto che, senza il culo, non arrivate da nessuna parte.

Resta un'ultima considerazione da fare, ed è un pensierino rivolto ad un presidente che, recentemente, dopo aver ricevuto l'Ambrogino d'oro dalla cognata (!) - perché i sindaci precedenti giustamente si erano rifiutati di prenderne in considerazione l'autocandidatura - ha avuto la spudoratezza di affermare che il vero milanese è interista.
Come milanese mi sono sentito profondamente offeso da un'affermazione falsa e vigliacca come questa.
L'Inter Football Club, nata nel 1908 da una costola di dirigenti del Milan traditori e secessionisti, salvata ignobilmente dalla serie B nel 1922 grazie a una gabola che già faceva intravedere in filigrana le truffe del futuro presidente nonché ignobile erede di quel poco di tradizione gloriosa che i colori nerazzurri riuscirono a mettere da parte negli Anni Sessanta, perdente predestinata per i vent'anni della mia giovinezza, squadra scarsa e dagli orizzonti limitati, gestita con un provincialismo culturale di bassissimo profilo, non è né mai sarà la squadra dei milanesi.
La squadra di Milano, l'Unica, l'Invincibile, è quella che simboleggio con le immagini qui sotto.
E' una questione di cuore, testa, mentalità, di coscienza del proprio ruolo e del posto che si occupa.
Per arrivare a occupare quel posto, non basta prenderne l'ex-allenatore dilettante che l'anno scorso ha fallito il compito affidatogli; e che, per inciso, ha poco o nullo feeling con la particolare atmosfera di un derby, visto che come allenatore ne ha persi tre su tre.
E anche solo aver pensato di diventare il Milan prendendo Leonardo...be', c'è tutta la spiegazione di un Ambrogino d'oro assegnato dalla cognata del presidente, non vi pare?
Au revoir, les enfants