venerdì 16 aprile 2010
In punta di piedi
domenica 4 aprile 2010
Freaks

Preso come sono dalla necessità di raccontare altre storie come quelle che avete letto di recente, non ho fatto intempo a parlare di un argomento che mi riporta al primo motivo per cui ho aperto questo blog, e cioè raccontare le occasioni in cui l'essere umano dà il peggio di sé. Questa volta l'occasione mi è fornita dalla trasmissione “Lo show dei records” - o qualcosa del genere – in cui esseri umani che per lo più si collocano nella categoria dei “casi quasi umani” (il conio dell'espressione, come ricorderete, è di Gianluca Nicoletti) si espongono all'incanto collettivo o al pubblico ludibrio: tanto, come sappiamo, il territorio di confine fra i due aspetti è molto limitato.
Quest'anno è cambiata la conduttrice: siamo passati dalla burrosa e smancerosa Barbara D'Urso, alla più atletica Paola Perego la quale, logicamente, ha voluto segnare il proprio passaggio con qualcosa che lo rendesse immediatamente identificabile. Quale migliore occasione poteva esserci che la necessità di sostituire Ping Ping, noto come l'uomo più piccolo del mondo e precocemente deceduto (a soli 21 anni) proprio alla vigilia della registrazione della trasmissione? E infatti, come in ogni circo che si rispetti, l'uomo più piccolo del mondo è stato sostituito non da uno, ma da ben due altri piccoletti: una ragazza indiana, presentata in mezzo ad una parata di bambole di lei appena più grandi; e un altro adolescente forse nepalese – non ricordo con esattezza, poco conta – anche lui trattato come la ragazza e come già Ping Ping come un bambolotto o come un mostro da baraccone, come succedeva nei serragli del XIX secolo in cui il banditore armato di frusta chiamava la gente incuriosita ed impaurita al grido di “Venghino siore e siori!”.
C'erano tutti nel serraglio, non ne mancava nessuno: l'uomo più forte del mondo, la donna barbuta, la donna cannone, l'uomo più piccolo del mondo, il contorsionista: tutta una parata di infelici, immortalati prima dal celebre “Freaks” di Tod Browning e poi, con molta più tenerezza, da “La donna cannone”, di Francesco De Gregori.
È buffo considerare che da allora siano passati oltre cento anni, un secolo in cui è successo di tutto – dal Titanic alla missione nello spazio, dalla televisione alla globalizzazione, dalla macchina a vapore allo Shuttle – e l'uomo è ancora fermo al primitivo stupore e forse al terrore di fronte alla deformità, alla corruzione del corpo del proprio simile che viene discriminato, maltrattato, esposto al pubblico incanto o ludibrio, in fondo non c'è molta differenza. E se Barbara D'Urso trattava come un mentecatto un ragazzo di vent'anni con le proprie ovvie pulsioni (non a caso era attratto come una falena dalle prosperose tette della conduttrice), non diversamente Paola Perego veste e tratta come una pigotta una povera ragazza indiana dai lineamenti delicati e dal destino tragicamente segnato, come tutti coloro che sono affetti dallo stesso problema. E in ciò, in quest'atteggiamento da tenutario di un caravanserraglio dell'Ottocento, c'è la risposta ad un'esigenza fondamentale dell'essere umano, quella di provare orrore di fronte ai diversi. Perché in questo ribrezzo c'è, implicito ma ovvio, l'orgoglio anche del più sfortunato e malmesso di noi di essere comunque migliore di fronte a questi campionari di un'umanità non riuscita.
Discriminazione?
O – ben più inquietante – naturale pulsione dell'essere umano?
Non voglio a tutti i costi fornire una chiave di lettura, perché temo che mi porterebbe ad una pericolosa comprensione di momenti nerissimi della storia dell'umanità e preferisco quindi passare oltre.
Buona Pasqua a tutti
sabato 20 marzo 2010
Mattino a Ferrara

giovedì 18 marzo 2010
Haiku serale

Cos'è un haiku? E' una piccola poesia di origine giapponese che consta di soli 3 versi rispettivamente da 5-7 e 5 sillabe. In tutto 17 sillabe in cui bisogna comprimere un pensiero, un sentimento. E' una bella sfida per chi ha voglia di cimentarvisi e, da un po' di tempo, mi ci sto appassionando. Spero che apprezziate i miei sforzi, anche se ciò - ovviamente - non farà di me il poeta che non sono e che, a 44 anni suonati, non ho nessuna intenzione di diventare
domenica 14 marzo 2010
Il dodicesimo uomo
Da tifoso milanista intristito da anni di vacche magre, sono costretto a confidare nelle capacità dell'Inter di trovare in se stessa, più che nei meriti altrui, un po' di motivi per provare patemi. Venerdì sera siamo andati oltre ogni più rosea previsione, e non tanto per il risultato - ci può stare perdere in casa di una squadra tosta e legnosa come il Catania - quanto per le simpatiche modalità con cui detta sconfitta è maturata.
Si dirà: mancava Mourinho; con il portoghese sulla panca i ragazzi avrebbero corso il triplo e si sarebbero mangiati gli etnei in un boccone. Ma se da un lato non credo che Milito e soci, professionisti tosti e navigati, sentano il bisogno del cagnone dietro le caviglie per correre, dall'altro penso che comunque il buon Beppe Baresi abbia consumato tutta la ricarica del cellulare per avere dallo Special le informazioni sulle scelte tecniche. E' pertanto da ascrivere esclusivamente al geniale Special la scelta di schierare in una fase critica della partita tale Sulley Muntari, colui che a buon diritto possiamo definire il dodicesimo uomo. Del Catania.
I fatti sono ben noti a tutti, per cui evito di insistere ricordandoli ai miei lettori, alcuni dei quali so essere interisti. Dirò solo che, perfidamente, mi si è affacciata la possibile espressione del mio amico Stefano Barbetta, autore di libri di successo e grande esperto di sport (benché interista), di fronte alla impropria parata in area di Sulley; espressione che io conosco molto bene, perché fu quella esibita dal suddetto Barba (come amano chiamarlo gli amici intimi) in una memorabile partita di scopa d'assi a coppie, allorquando il suo socio dell'occasione, dall'improbabile nome di battaglia di "Vande", calò proditoriamente un settebello "scoperto" che fu immediatamente preso dal sottoscritto, nell'occasione avversario. Ricordo ancora le associazioni verbali a sfondo animalistico-teologico piuttosto audaci che il Barba escogitò, denotando una fantasia che s'intuiva già allora destinata a ben altri cimenti culturali. Ieri mattina, il Barba ha rievocato con tono nostalgico quei bei momenti ripetendo per me solo quelle figure retoriche che mi ha confidato di aver destinato venerdì sera al giocatore ghanese.
Siccome sono un po' antipatico e, al momento, non ho un cazzo di meglio da fare, propongo al Barba e ai miei lettori questa simpatica chicca prelevata dal "Corriere della Sera" che si deve alla penna di Alessandro Pasini. Spero che vi diverta come ha divertito me. Io NON sono interista e NON ho cugini.
PS Leggete i libri di Stefano Barbetta, pubblicati da Morellini editore. Prossimamente ne sono in uscita ben due: "Mondiali pret-à-porter" e "La bibbia dei mondiali". Sono divertentissimi e molto documentati. Potete trovarne notizia qui.
Sulley Muntari, il 12° uomo del Catania venerdì sera, reagisce a testa alta il giorno dopo la serata-no siciliana. In fondo, i cartellini rossi vanno, ma la vita continua.
Ore 8: sveglia, dopo il sonno del giusto.
Ore 9: esce di casa, infila il primo incrocio a 190 all’ora. Multa.
Ore 9.01: infila il secondo incrocio a 220. Seconda multa e ritiro patente.
Ore 9.10: dopo lunga colluttazione con il vigile, chiama un taxi per Appiano.
Ore 9.40: non convinto della tariffa, entra in tackle da dietro sul tassista e gli frattura un perone.
Ore 9.41: non convinto, gli frattura anche l’altro.
Ore 10: allenamento.
Ore 10.01: al 12° stop consecutivo sbagliato, dà una gomitata a un cipresso poi lo applaude polemicamente.
Ore 11.30: a fine seduta Mourinho lo rincuora: “Non ti preoccupare, è tutta colpa di Balotelli. A Londra giochi tu”. Lui applaude polemicamente.
Ore 12: pranzo.
Ore 12.01: caffè.
Ore 16: controlla le mail. Fra i messaggi, i ringraziamenti delle società Ac Milan e As Roma; un biglietto gratis per Londra in business class per lui e famiglia con soggiorno e benefit offerti dal Chelsea; il ringraziamento del Portsmouth: senza i 15 milioni della sua vendita il club sarebbe finito in amministrazione controllata già da due anni. Lui apprezza e applaude polemicamente.
Ore 17: la società Fc Internazionale lo chiama per consolarlo: “E’ tutta colpa dell’arbitro”. E gli prolunga il contratto fino al 2022.
Ore 17.01: soddisfatto, festeggia ordinando una Lamborghini con i rostri.
Ore 19: in palestra al Fight Club.
Ore 19.01: Brad Pitt gli ritira la tessera perché non rispetta le regole. Sulley è talmente felice che non obietta nemmeno che il club non ha regole.
Ore 20.30: cena al Sushi restaurant.
Ore 20.31: sfila un legamento allo chef perché non ha cotto il pesce.
Ore 23.00: un bel dvd a casa, l’ultimo Bruce Willis: “Play hard. 70 secondi per uscire”.
Ore 23.01.10: applaude polemicamente e spegne.
Ore 23.30: la moglie lo aspetta invitante a letto. Lui si fionda.
Ore 23.31: dorme il sonno del giusto.
venerdì 12 marzo 2010
Di notte

Mi aggiro per i corridoi che risuonano del rumore dei miei passi, che normalmente - nel frastuono quotidiano - non percepisco. Sento persino lo scatto delle cifre dell’orologio e il ronzio del climatizzatore che convoglia l’aria che respiro.
Vado nello spogliatoio del blocco A e mi metto una tuta azzurra; non devo operare – in effetti non ne ho nessuna voglia – ma così il mio corpaccione si muove più liberamente.
Entro in blocco e, in recovery, trovo Elena e Martin, i turnisti della notte; scambiamo due chiacchiere in tutta tranquillità ricordando momenti un po’ critici che non abbiamo nessuna voglia di sperimentare nuovamente, almeno per stasera, anche se sappiamo tutti molto bene che un centro di Emergenza di Alta Specialità – un EAS, insomma – ha buone probabilità di vedersi qualche casino enorme. Il ricordo, condito di un po' di allegra ironia, ci aiuta ad esorcizzare l’angoscia sottile che tutti proviamo avendo in gestione un ambiente che può animarsi improvvisamente spezzando quella tranquillità che mi permette di scrivere queste righe. Sono anni ormai che sono “padrone” di queste situazioni e ancora provo in una certa misura quella sensazione di inadeguatezza che provavo le prime volte che sapevo di essere il terminale delle decisioni. È quello, in definitiva, il vero problema: la decisione, non l’atto conseguente.
Vado nel corridoio ed entro a passo sicuro in sala 4, quella dell’urgenza. È l'unica sala che abbia le luci accese - le altre riposano tranquille - ed è un posto che conosco molto bene. Se rileggo il mio registro operatorio mi rendo conto di averci passato un bel po’ di tempo lì dentro, e mi fa un po’ strano vederla vuota e silenziosa. Mi muovo leggermente, quasi in punta di piedi e cercando di non fare rumore, pieno di rispetto per quell’ambiente che è pieno di un’energia inquieta e che m’incute, a quest’ora di notte e con tutto questo silenzio, un po’ di paura primitiva. Scatto qualche foto come quella che vedete qui accanto, alla vostra destra.
Poi mi trasferisco in Terapia Intensiva e vado a trovare la signora L.A. E' nel secondo letto, è ancora un po’ impegnata ma inequivocabilmente viva; era stata un’inquilina proprio della sala 4 e aveva causato a me e agli anestesisti un po’ di grattacapi, come ricorderanno i miei lettori. È intubata ma mi sorride e mi stringe la mano. Gli infermieri della TIG sono un po’ incuriositi dalla mia smania documentarista: di solito i chirurghi non amano frequentare un ambiente che accoglie i pazienti che li impensieriscono maggiormente, ma io non sono proprio sconosciuto e sono accolto da un bel po’ di sorrisi.
Negli studi medici ci sono le rianimatrici della notte, Cristina e Alessandra, che mi fanno le linguacce e qualche segno di esorcismo: non sono noto per essere particolarmente fortunato durante i miei turni di guardia. Parliamo di pazienti, di lavoro, ma anche di palestre e del solito problema di tutti: il peso, come fare a perderlo senza rinunciare a quel po’ di stravizi che ognuno di noi sente di meritare per sopportare il logorio della vita moderna.
Torno alla mia scrivania e mi collego ad internet, il tanto necessario per godermi la sconfitta dell’Inter che sta facendo di tutto per perdere un campionato abbondantemente vinto già ad agosto. Mi metto al lavoro per compilare questo strano articolo e già mi chiamano giù in PS per ridurre una lussazione di spalla. È un lavoretto simpatico e talvolta non particolarmente impegnativo, che però dà molte soddisfazioni, specie se lo fa un chirurgo che non lo fa d’abitudine come invece – poniamo – un ortopedico: sono fortunato oppure immodestamente molto bravo, e la spalla rientra in sede con un sonoro cloc, un suono meraviglioso anche per un appassionato di bella musica.
Il tempo di ritornare alle sudate carte e di nuovo vengo chiamato giù per una storia strana che – se è vera – è orribile, ma mi lascia quanto meno qualche sospetto nel suo svolgimento, così come mi viene raccontata; e siccome mi astengo dal giudizio, ho deciso di non raccontarla nemmeno a voi, anche perché ne sentiamo talmente tante di storie brutte sicuramente vere, che non c'è bisogno di quelle su cui non abbiamo sicurezza. Una bimbetta di quasi tre anni mi sorride con l’aria furba e i suoi occhi sprizzano intelligenza, perspicacia e simpatia. Chiacchiera senza fermarsi un attimo: è quasi troppo bella per essere vera e troppo serena per essere vittima di qualcosa, ma non si può mai dire; ne parlo con un consulente dell’altra parte di Milano, una che è abituata a vedere brutte cose e mi fa domande che rafforzano i miei sospetti. O forse spero solo che le cose siano come le vorrei io, non come me le hanno raccontate.
Torno ancora sù. Ho voglia di finire quest'articolo. Ho voglia di esorcizzare la notte. Se fumassi, questo sarebbe il momento di accendersi una sigaretta. Il silenzio della notte è franto dalla musica che esce dal mio MacBook.
La notte continua
mercoledì 10 marzo 2010
Vai Girardengo!

La Tirreno-Adriatico non è un cimento di particolare rilevanza, ma non c'è ragione di affrontarla senza essere attrezzati di tutto punto; così deve aver pensato anche il corridore - di cui non so il nome, ma ovviamente italiano - che si è fatto di EPO probabilmente durante tutto il lungo inverno ed è stato subito beccato al controllo antidoping preliminare.
Qui siamo oltre la disonestà intellettuale, che - nell'aggettivo - presuppone l'esistenza di un cervello pensante. Mi riesce difficile credere che ci sia ancora qualche ciclista così cretino da pensare di bombarsi senza essere beccato con la fagianella in bocca, ma tant'è: bisogna rassegnarsi.
E noi appassionati di ciclismo, noi che ci siamo entuasiasmati alle gesta di campioni straordinari non sempre necessariamente italiani, ringraziamo commossi questo branco di idioti agghiaccianti che pensano di essere i più furbi della compagnia e che, col loro comportamento indecoroso, disonorano uno degli sport più belli e talvolta epici di sempre.
