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sabato 20 marzo 2010

Mattino a Ferrara


Ferrara sembra quasi scusarsi di esistere, in una grigia mattina d'inizio primavera.
Giro per le strade ancora assonnate mentre aspetto Matteo. La città è ingannevole: sembra molto bella, ma poi ti accorgi che il suo alfa e il suo omega si collocano fra la Cattedrale ed il castello. Poi ci sono alcune viuzze antiche, con il colore rosso dei mattoni che domina e ci riscatta dal grigio plumbeo del cielo.
Cos'è Ferrara? E' un equivoco, un qualcosa che non c'è come la mitica Brigadoon, il paese scozzese che compare solo un giorno all'anno.
Quando chiedete a un ferrarese se la sua citta' sia in Emilia o in Romagna, egli vi guarda imbarazzato senza sapere cosa rispondere, o tutt'al più trincerandosi dietro ad un generico: "E' terra di confine", che vuol dire tutto e niente, ma è un sistema comodo per non rispondere, per negare una definizione.
Girando per la cittadina si arriva al ponte sul Po di Volano, uno dei rami del grande Delta; non è - come ci si potrebbe aspettare allorquando si parla di rapporto fra acqua e città - una collocazione centrale: è invece piuttosto periferica, come se il Grande Fiume non appartenesse ai ferraresi che se ne sentono imbarazzati.
I negozi al mattino faticano ad aprire; per un milanese è un'esperienza scioccante girare alle 9.30 e trovare le serrande ancora abbassate. Per le strade ci sono poche persone e qualche bicicletta. Arrivo nella piazza e mi fermo ad un bar; mi siedo ad un tavolino e apro il Corriere e, guardando le persone che passano accanto a me, mi sento osservato. So che ci sono due grandi occhi neri, scuri, fondi come la notte e sormontati da due sopracciglia dritte ed affusolate, che li rendono enigmatici, misteriosi. E' Micol? Ma non era bionda? Possibile che mi stia sbagliando? Non riesco a capire, vorrei vedere meglio ma ho paura che questi due grandi occhi un po' tristi scompaiano, invece di guardarmi con comprensione quasi sovrumana e, allo stesso tempo, con aria vagamente canzonatoria come stanno facendo.
Le edicole della piazza espongono le prime pagine dei giornali; mi colpisce che le testate locali non tengano in nessuna considerazione le principali notizie nazionali ed internazionali, ma siano prodighe di dettagli sulla morte improvvisa e naturale di un imprenditore locale. Appare dal bar una ragazza molto carina e gentile che prende la mia ordinazione e, di sua iniziativa, mi porta in più un assaggio di "tenerina", la torta soffice di cioccolato che è il vanto di Ferrara (assieme, ovviamente, alla salama da sugo e ai cappellacci di zucca). Gradisco l'omaggio e mi concentro sul dolce, cercando di dimenticare quegli strani occhi che mi stanno seguendo in questa città un po' triste e sonnolenta.
Mi alzo dal tavolino, il Corriere sottobraccio. Mi allungo la strada in Piazza Trento e Trieste, dove stanno allestendo il mercato. Un bancarella vende libri usati e prendo distrattamente in mano il "Vangelo secondo Gesù Cristo" di José Saramago; l'avevo già letto, però è un pretesto come un altro per guardarmi in giro senza farmi notare. Uno sguardo furtivo: gli occhi di Micol - ma sarà proprio lei? - spuntano da dietro la statua di Gerolamo Savonarola che lancia il suo anatema al cielo.
Faccio finta di nulla mentre cammino per le viuzze. Vorrei scantonare questi occhi - Micol, o chiunque sia - ma non ce la faccio e in fondo forse nemmeno voglio. La città si sta lentamente animando: i ferraresi e i turisti si riversano per le strade e si mettono fra me e gli occhi.
Suona il cellulare: è Matteo che sta arrivando e mi notifica la sua posizione.
Mi volto, malinconico, con la sensazione di aver perso qualcosa: Micol non c'è più