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domenica 18 luglio 2010

Con quella faccia un po' così

Primo mare oggi, per me.

L'aria è calda, il sole è caldo, persino il mare è caldo. Mi cospargo di crema solare a fattore di protezione 30 (quella dei bambini, insomma) le molli carni opime e corrotte da ore e ore passate sotto la luce artificiale delle lampade scialitiche. La spiaggia dei Bagni Lido di Celle Ligure mi accoglie con tutto il suo carico di morchiosa ed indolente prevedibilità; penso alla mia amica Antonella che giovedì prossimo partirà per l'India con solo uno zaino in spalla e mi rendo conto di quanto io sia tragicamente più pigro di lei, sdraiato sotto l'ombrellone a muto colloquio con il mio iPhone.

Intorno a me, e più pigramente di me, si muovono campioni di varia umanità; fra di essi fanno capolino anche fantasmi di un passato lontano come – incredibile dictu – XYZ, pediatra di quella parte della provincia che la mia nonna Nella buonanima avrebbe chiamato "busina".

XYZ! Santa pace, erano vent'anni che non lo vedevo e Dio solo sa quanto poco ne sentissi la mancanza! Lo osservo con attenzione: da quel pomposo imbecille che è, sta con i piedi in acqua e le mani sui fianchi, nella posa dell'autentico maschio da spiaggia, con la generosa virilità contenuta a malapena da un paio di short molto aderenti che io non potrei permettermi nemmeno nell'arco di dieci vite, circondato da una piccola folla di oche starnazzanti in calore, una delle quali so essere la momentanea e provvisoria titolare ufficiale dell'attributo.
Lo guardo con un accenno d'invidia: al suo paragone faccio ridere. Non potrei immaginare contrasto maggiore fra la mia trippa bianca per la cronica assenza di sole e l'emulsione anti ustione, e la sua pelle abbronzata che copre muscoli guizzanti. I suoi capelli sale e pepe fanno piacevole contrasto con l'abbronzatura, mentre la mia pelata riluce pallida al sole.
Eppure basta sentirlo parlare per far passare in me ogni residuo d'invidia per la sua fisicità, per il suo sorriso ebete e plastificato che probabilmente si pone ogni mattina sulla bocca come un lipstick, come un qualunque stereotipo. E' un medico, XYZ, di quelli cui piace sentirsi al centro dell'attenzione con domande sulla salute. La sua specializzazione - la pediatria - lo predispone a circondarsi di mammine in fregola giustificando così il grazioso soprannome dell'autostrada Milano-Genova-Ventimiglia: "Strada dei Cornuti".

Decido che ne ho abbastanza di lui e passo oltre. La parte buona della spiaggia e' dietro di me, verso sinistra.

Mi ci dirigo senza indugio.

Luciano.
Vecchio coriaceo ligure del capoluogo, di Genova profonda, della parte di Sampierdarena, si fa vedere ai Bagni Lido solitamente il sabato e la domenica, e solo di mattino. La pelle e' cotta dal sole e contrasta col bianco dei capelli ancora folti, del sorriso e con l'oro della catena che porta al collo. Luciano ha avuto una vita intensa in giro per il mondo, ma Genova gli è rimasta attaccata al cuore ed e' una costante di tutti quelli che vengono da questa strana città, se considerate che mio zio Gino, dopo oltre 50 anni vissuti in America, ha voluto essere seppellito a Staglieno...

Gli sono simpatico. Quando arrivo al mattino in spiaggia - lui e' già li - il rito prevede la consumazione del caffè al bar; poi torniamo al suo ombrellone, lui si accende un mezzo sigaro e ce la contiamo su.

Amo molto il suo modo sereno e disincantato di vedere la vita; la sua calata genovese, puntualmente intervallata da numerosi "Belin" di puntualizzazione, e' morbida e ha un sapore vagamente levantino che, col caldo torrido di stamane, ci sta a meraviglia.

Gli domando di Genova. Ho in mente lo zio Gino e il suo estremo desiderio di riposare a Staglieno dopo tutta la vita passata al di là dell'Oceano e ancora non riesco a capacitarmi di questa bramosia di tornare sulla Calate dei Vecchi Moli, in quell'aria spessa, carica di sale, gonfia di odori. Lui è stato due anni a San Francisco: mi conferma che anche lui ha patito la saudade.

“Luciano, cosa c'è in questa città che vi chiama, che vi lega a sé?”

Lui si gratta la testa, perplesso; sembra a disagio per la mia domanda:

“Belìn, non lo so – risponde – Sarà il mare”

Eh no, Luciano! Non puoi rispondermi così, come un qualsiasi Pasquale Cafiero col mandolino in una mano e la pizza nell'altra, che canta “Chist'è 'o paese d'o sole”!

L'Italia – Dio la strafulmini – è circondata per tre quarti dal mare e, se fosse colpa del Mediterraneo, tutti gli emigranti nostalgici dovrebbero tornare a casa fra quattro assi e non ci sarebbe terra a sufficienza per accoglierne le spoglie.

Seguo il filo dei miei pensieri e aggiungo:

“Ti dirò, Luciano, che questa storia me la ripete sino all'ossessione anche Nadia, col suo cazzo di mare di Bari, col polpo crudo e sempre quel mare che domina tutto e tutti, e ogni volta che la ascolto in sala operatoria o che leggo le sue litanie levantine su Facebook, mi sembra di aver di fronte l'agente letterario di Gianrico Carofiglio. Nel suo libro 'Né qui né altrove' c'è uno sfigato di barese che torna da Chicago alla sua città natale e dice che laggiù in America l'acqua ce l'ha, quella del lago Michigan, ma gli manca il puzzo del suo mare. Il puzzo! Ma ci pensi? Ma non è che noi italiani quando andiamo all'estero viviamo di luoghi comuni?...”

Luciano tira una boccata dal suo mezzo Mood, poi me lo punta contro e sorride:

“Belìn, io non so cosa sia. Tu me lo chiedi e io non so darti una risposta. Io so solo che a San Francisco avevo il pensiero fisso di tornare qui, e sono tornato. Hai girato per la città? Per i caruggi?”

Faccio cenno di sì. Lui riprende:

“E t'è piaciuta?”

“Sì, molto, e non so perché”

“Quella è la città, quella è Genova. Quando cammini per i caruggi non devi guardare per terra, dove c'è la merda. Devi camminare con il naso per alto. Fra le lenzuola stese e i muri stretti ci vedi il cielo azzurro”.

Guardo il suo sorriso franco e disarmante e ripenso per un attimo fugace a Nadia; anche lei ha nostalgia di una fetta di cielo azzurro fra le lenzuola stese?

Lo zio Gino, pellegrino nel mondo per sessant'anni della sua lunga vita, riposa felice a Staglieno.

Con quella faccia un po' così


domenica 30 maggio 2010

Le perfezioni provvisorie


Guido Guerrieri, il protagonista dei legal thriller del magistrato e senatore di sinistra (e si sente) Gianrico Carofiglio, è un duro. Certo, non un duro come Philip Marlowe o Sam Spade, ma pur sempre un duro e puro, un uomo che fa fatica a scendere a compromessi con la propria vita, figuriamoci con quelle altrui.
Calato meravigliosamente - anzi, perfettamente incastrato - in quella strana città che è Bari, almeno per come la raccontano Carofiglio e i baresi lontani da casa, Guerrieri si trova ad affrontare una strana storia di scomparsa, affrontata dapprima con superficialità e quasi con senso di inadeguatezza, poi via via aggredita con tenacia e caparbietà in un crescendo emotivo sino al dipanarsi della spiegazione, lucida, semplice e insopportabile allo stesso tempo.
Fanno compagnia al complessato Guerrieri due figure femminili: una è Caterina, giovane, sessualmente aggressiva, una tentazione sovrumana per il penalista che cerca di difendersene senza troppa convinzione; l'altra, la più importante, quella che probabilmente rivedremo anche nei prossimi romanzi, è Nadia.
Nadia è una donna intrigante, semplice e nello stesso tempo di una complessità inestricabile, che cerca di convivere senza dimenticare con un passato difficile, e che ha un presente misterioso, fatto di zone di solitudine, di desiderio di una felicità definitiva e non a buon mercato, e di anfratti in cui Guerrieri vorrebbe trovare rifugio, ma non può, non riesce, non osa. Per lo meno, non ancora. Nadia lo prende in giro, gli dice: "Tu non sei normale, lo sai?" - frase che a me personalmente genera più di un brivido - riesce a trovare tutti i punti più vulnerabili di Guerrieri e sembra che li voglia tenere da parte per un'altra occasione, un momento in cui entrambi avranno un luogo in cui stare. Nadia è l'eterno femminino, è la donna totale ed assoluta, è l'uragano che si abbatte sulle nostre certezze precostituite, è l'attimo che ci sembra di poter afferrare e ci sfugge, magari solo per il momento, in attesa di altre occasioni più favorevoli che non necessariamente arriveranno. Nadia è la perfezione provvisoria, e Guerrieri sembra capirlo in uno dei suoi momenti di lucidità.
Fa da contorno, come al solito, la solita Bari pigra e indolente, con il suo mare che così ce l'hanno solo i baresi (ecchepalle), le sue strade, i suoi anfratti, i suoi profumi e i suoi odori, il suo pesce crudo e il suo risopatatecozze, come al solito chiassosamente invadenti e felicemente importuni, in un proliferare di umanità che non riesce a dare al lettore un'idea così pessimistica come forse il suo autore vorrebbe.
Le perfezioni provvisorie è un gran bel libro, un vero legal thriller semplice e diretto, senza le lungaggini di Grisham o di Turow, autore quest'ultimo cui Carofiglio maggiormente si avvicina per l'umanità complessa e dolente dei suoi protagonisti. E' un libro di quelli che ti incatenano alla lettura, che ti disintossicano e ti riconciliano con un un'umanità con cui vorresti sempre avere a che fare e che, forse, non è così impossibile da trovare, senza necessariamente dover andare a Bari.
Mi ricordai di una vacanza in auto attraverso la Francia, tanti anni prima., con Sara e altri amici. Arrivammo a Biarritz, l'atmosfera fuori tempo di quel posto ci piacque e decidemmo di fermarci. Fu lì che presi qualche lezione di surf e dopo infiniti tentativi riuscii a stare tre, quattro secondi in piedi sulla tavola e sull'onda. In quel momento capii perché i surfisti - i veri surfisti - sono così pazzi e perché l'unica cosa che davvero gli importa è salire sull'onda e rimanerci il più a lungo possibile. Il resto si fotta. Non c'è niente di più perfetto di quella provvisorietà (G. Carofiglio, Le perfezioni provvisorie, Sellerio editore Palermo)

lunedì 11 gennaio 2010

Né qui né altrove


Questo articolo è dedicato alla persona – profondamente innamorata di Bari – che mi ha regalato il libro.
Questa persona si è sradicata, ma troverà la sua felicità. Lo so.
Qui o altrove.
Spero qui.
Gianrico Carofiglio è un magistrato di Bari con la passione per la scrittura. Questo libro edito da Laterza è per me l’occasione di scoprire una mano felice, ricca di spunti e di buon senso ma soprattutto di gusto per la narrazione.
La storia è piuttosto semplice: nel corso degli anni, tre amici sono stati separati dalle vicende della vita. Il ritorno di uno di essi dall’America – Evanston, Illinois, sulle sponde del Lago Michigan: vedremo che è un dettaglio non banale – è l’occasione per una rimpatriata che durerà tutta la notte. La serata inizia al ristorante: non “un” ristorante, ma “il” ristorante, quello dove almeno uno dei commensali è di casa, dove l’ospitalità non è un valore aggiunto ma un elemento caratterizzante almeno tanto quanto la cucina regionale rivisitata. La notte poi, un po’ mamma e un po’ porca com’è – non diversamente da quella cantata da Luciano Ligabue – accoglie fra le sue tette i tre amici che correranno in giro per Bari con la disperazione della ricerca di un attimo fuggito e amaramente rimpianto. Ci saranno accuse, recriminazioni, persino botte con la malavita underground sino all’alba che porterà Paolo l’americano e il narratore nel retrobottega di un panettiere per consumare, insieme alla fine della loro giovinezza che era quasi rimasta in sospeso, due focacce ancora bollenti.
A contemplare il tutto, sullo sfondo, più che Bari – pure evocata, anzi accarezzata con amore dall’Autore – c’è il mare che, nella notte amara dei tre protagonisti, non è il tiepido e azzurro mare arricciato dal vento, ma una presenza oscura ed incombente che sembra disapprovare le gesta dei figli scapestrati. È un mare che si fa sentire non per il lento, ritmico rumore consolatorio delle onde sulla battigia, ma per il profumo – anzi, l’odore – di salmastro che tanto manca anche a Paolo l’americano, quello che sta sulle rive del Michigan, quello che ha l’acqua ma non l’odore. È tanto e tale il rimpianto per questo odore così forte e caratteristico che, nella mente di Paolo, il mare assume quasi una valenza panteistica e diventa il riferimento con cui identificare non solo la città natale, ma anche la giovinezza perduta per sempre assieme ai sogni.

Il tema del “Grande freddo” non è nuovo, ed è quasi sempre occasione per rimpianti piuttosto che ricordi. In Letteratura, così come nel cinema, ci si trova spesso fra sconfitti dalla vita: l’amarezza di non aver realizzato i sogni, o quanto meno di non aver dalla vita tutto quello che la vita sembrava aver promesso, porta ad un’angoscia esistenziale che rende cupa e pessimistica la visione del futuro, qualunque futuro.
Carofiglio non sembra sfuggire alla regola: non c’è nulla di peggio di aver sognato in gioventù e di trovarsi da adulti a fronteggiare una realtà nemica. Ma quello che sembra esserci di diverso in questo libro forte ed ambrato come un vecchio single malt è l’ambiente, la città che sembra apparentemente assolvere i protagonisti accogliendoli fra le sue braccia: quella Bari che lega a sé con una catena i suoi figli, impedendo loro crudelmente di essere felici lontani da casa. È Bari che aveva dato ai tre amici giovani la promessa della felicità, ed è Bari che è disposta a mantenere la promessa fatta esigendo però la fedeltà, perché Bari è una madre gelosa. Non ci credete? Provate a parlare con un barese che è lontano da casa: vi farà una testa grande così a raccontarvi le meraviglie della Più Bella Città del Mondo, di quanto solo quel mare - e nessun altro al mondo - sia bello, di come si sia felici solo lì né mai altrove. Ma Carofiglio va oltre, ahinoi…
L’uomo può essere felice prescindendo dalle radici?
Questo è il grande interrogativo che, purtroppo, ad essere ottimisti rimane senza risposta. Temo che il titolo stesso del libro in realtà sia “la” risposta ma, siccome sono fondamentalmente fiducioso sul destino dell’uomo, sorrido e passo oltre.
Splendido libro, forte ed amaro